Don Lorenzo Milani come non l’avevate mai detto

«Altro che padre nobile del cattolicesimo democratico,
il priore educava gli ultimi proprio per sottrarli allo sfruttamento
dei “parassiti” comunisti». Gli appunti inediti dell’amico socialista

«Una profonda indignazione ha suscitato negli ambienti cittadini il convegno svoltosi domenica mattina nei locali del Circolo “Matteotti”. Si è trattato dell’attacco all’unità antifascista sulla quale poggia la nuova democrazia italiana. E di qui ha preso le mosse il volgare discorso anticomunista. Un linguaggio che a Prato finora neppure i missini hanno mai tentato. Prato però ha fatto il vuoto intorno a questa associazione che lascia nella nostra città soltanto disgusto e indignazione». Bersaglio della reboante prosa dell’Unità un convegno sulla Resistenza organizzato nell’aprile del 1964 da “Forza del popolo”, un movimento nato un paio d’anni prima nell’ambito della Federazione giovanile del Partito socialista fiorentino. È Alessandro Mazzerelli, fondatore del gruppo, settantatré anni ma non glieli daresti, lucido e battagliero come allora, a raccontare a Tempi di quei giorni: «La memoria della Resistenza era egemonizzata dal Pci: la Resistenza come rivoluzione tradita, la cancellazione delle altre componenti, la rimozione dei crimini dei partigiani e via discorrendo. Allora proposi ai dirigenti del mio partito, il Psi, di fondare un’associazione alternativa, che sottraesse la storia del popolo alla manipolazione comunista. L’iniziativa piacque: nasceva dai giovani, da un cattolico militante, poteva essere un’occasione per uscire dall’angolo in cui il Psi era messo dall’ingombrante presenza del Pci». Era il 1962. Un paio d’anni dopo arrivò il convegno di cui sopra – «fu il primo convegno revisionista che si sia svolto in Italia», tiene a sottolineare Mazzerelli – con le conseguenti bordate dell’Unità. I dirigenti del Psi abbozzarono, presero le distanze, «noi non sapevamo». Intanto, però, il nome di “Forza del popolo” e quello di Alessandro Mazzerelli avevano cominciato a circolare. E un giorno arrivarono fin sui monti sperduti di Barbiana. «Sei te quel matto della “Forza del popolo”? Allora vieni subito a trovarmi». Quello che parlava all’altro capo del filo era don Lorenzo Milani. Fu così che, il 31 luglio del 1966 (il nostro ricorda perfettamente data e ora dell’incontro), il giovane Mazzerelli si ritrovò a salire la mulattiera che portava alla canonica di Barbiana, dove don Lorenzo faceva scuola 365 giorni all’anno.

Una lezione politica ancora valida
Iniziava, quel giorno, un rapporto a cui Mazzerelli sarebbe rimasto fedele tutta la vita. Ancora oggi «quel matto della “Forza del popolo”» gira la Toscana portandosi dietro il materiale, stampato rigorosamente a proprie spese, del Movimento autonomista toscano, il piccolo partito in cui continua a condensare la lezione politica appresa in quei mesi sui monti del Mugello. Ultima impresa, la partecipazione alla campagna per le elezioni comunali di Lucca a sostegno di Mauro Favilla, il candidato del centrodestra che ha vinto per una manciata di voti. «Sono stato io – confida orgoglioso a Tempi – a suggerirgli la mossa decisiva: il “decalogo del politico” che avevamo steso con don Milani, che prevedeva, come primo punto, il divieto di ricoprire più d’una carica pubblica. Favilla ne è rimasto colpito, e ha annunciato che, visto che già percepisce la pensione da senatore, avrebbe rinunciato allo stipendio da sindaco. Così ha conquistato gli indecisi».

«La loro ideologia non durerà»
Ma torniamo alla canonica di Barbiana e alla battaglia di Mazzerelli. «Don Milani – si lancia inarrestabile – è stato fatto diventare il capostipite di quella porcheria che è il cattocomunismo. E pensare che tutta la sua opera educativa fu fatta per sottrarre i poveri all’influsso nefasto del comunismo». Nefasto, addirittura. Non le pare di esagerare un po’? Mazzerelli tira fuori le bozze del suo ultimo libro (Ho seguito don Lorenzo Milani, profeta della Terza Via, di prossima uscita per Il cerchio) e comincia a leggere alcune delle frasi di don Milani, tutte riportate dagli appunti che aveva preso all’epoca: «Il comunismo è la mediazione e l’organizzazione politica di ogni male, al fine di consentire, a una classe dirigente parassitaria e brutale, la gestione di ogni forma di potere sulle spalle degli ultimi». Ancora: «Gli intellettuali comunisti, quasi tutti borghesi, sono i nostri nemici. Quasi tutti gli intellettuali borghesi sono i nostri nemici. Sono loro che vogliono quel laido “compromesso” fra gli sfruttati e gli sfruttatori. Lo vogliono in nome di Cristo e di Marx. Sono proprio dei figli di puttana!». E poi: «I capi del comunismo affermano che la loro ideologia viene da lontano e andrà lontano. Non è vero. Il comunismo viene da pochi decenni di storia e va avanti strisciando e speculando tra le innumerevoli miserie della terra. Dove è al potere ne lenisce qualcuna e ne fa nascere altre, ma di questo fallimento riesce a imporre che solo pochi ne parlino. Anche i serpi strisciano rapidamente, si ambientano alle asprezze del terreno, le superano ed attaccano per difendere le loro zone di influenza, ma non vanno lontani». In proposito Mazzerelli dice addirittura di ricordare distintamente che una volta don Milani gli disse che il comunismo “non avrebbe superato il ’90”, ma siccome non ha un riferimento certo non ha voluto metterlo nel libro.

Divorzio, droga, aborto, infedeltà
Peccato, però, che di tutte queste cannonate sia rimasta traccia soltanto nei ricordi di un vecchio socialista anticomunista. Raccolta la provocazione, Mazzarelli sfodera una copia sbiadita di Adesso, un foglio cattolico dell’epoca: «Poi venne il 18 aprile, il prete aprì gli occhi sul mondo e vide profilarsi vicina la minaccia dei nemici di Dio. Allora gridò forte come la mamma in difesa dei suoi pulcini, se li chiamò intorno, li coprì colle sue ali. Anche il ricco ebbe paura, e aiutò il prete a salvare i suoi pulcini dai nemici di Dio. Così il grande male fu scongiurato e ognuno poté continuare a sognare cose belle, vittorie su altri mali». Firmato don Lorenzo Milani, 15 dicembre 1950. Ma allora tutte le polemiche contro la Democrazia cristiana, la Chiesa dei ricchi, la lotta in favore degli ultimi. Mazzerelli non ha dubbi: «Don Milani era feroce con la Dc perché la sua politica buttava i poveri nelle braccia dei comunisti. “Sono disonesti e imbecilli”, mi disse in occasione di uno dei tanti scandali di allora. “Non si rendono conto che quando rubano da ‘cristiani’ fanno un gran regalo a quelle carogne del Pci?”. E la sua passione per il fare scuola ai poveri era per dar loro le parole che li mettessero in grado di comprendere il catechismo e sottrarli alla propaganda comunista. Perché era fedelissimo alle posizioni della Chiesa in materia di dottrina, e aveva chiaro che senza la Chiesa il mondo era destinato a terribili degenerazioni».
Riprende a sfogliare le bozze del libro. Siamo alla vigilia della battaglia sul divorzio e il priore dice che «la Chiesa e tutti i cattolici hanno l’obbligo di difendere il sacramento indissolubile del matrimonio. Noi dobbiamo batterci, con estrema risolutezza contro qualsiasi ingerenza dello Stato nel matrimonio cattolico. Il suo eventuale scioglimento non può essere che competenza esclusiva della Chiesa». E poco più avanti ecco alcune affermazioni che oggi suonano come una terribile profezia: «La gestione del potere da parte di certi cattolici non vuol dire che sono salvaguardati i valori della società cristiana. La gestione degli interessi delle classi benestanti porta prima o poi tutto un popolo a prostituirsi alla loro etica, di cui il divorzio, l’infedeltà coniugale, la droga, l’aborto, la sopraffazione economica e politica del prossimo sono gli aspetti più qualificanti. Sarà quello il momento giusto in cui si dovrà proclamare senza indugi le nostre tesi. Ma non farti illusioni, prima che le masse si accorgano che abbiamo ragione scorrerà molto sangue e sia la degenerazione morale che quella politica arriveranno a livelli di incredibile bassezza».

Interpretazioni e censure
«Fu per far conoscere l’immagine vera del priore – prosegue Mazzarelli – che nel 1976 organizzai un convegno su di lui a Pozzo della Chiana. E fu padre Santilli, maestro di don Milani in seminario e sempre suo grande amico, a suggerirmi di invitare don Luigi Giussani. “Ma uno come don Giussani”, gli dissi, “verrà mai in un buco come Pozzo della Chiana?”. “Per questa interpretazione di don Milani, che è quella vera, corro”, fu la risposta che mi riferì padre Santilli. Don Giussani venne, e svolse una relazione sul contesto sociale e politico di allora». Di quell’intervento sembra non essere rimasto nulla, a parte un breve resoconto sull’Osservatore romano, secondo il quale Giussani indicò nel recupero del senso religioso e dell’autentico senso ecclesiale come liberazione di tutto l’uomo l’unica alternativa alla “persecuzione dell’umano”. Quel convegno, in pratica, fu silenziato. «Era ormai in corso l’appropriazione del priore di Barbiana da parte del Pci, sotto la regia di Michele Gesualdi, uno dei suoi alunni, che su questa operazione ha costruito la propria carriera politica (è stato tra l’altro due volte presidente della Provincia di Firenze). È lui che ha il suo carteggio, che decide cosa viene pubblicato e cosa no» («se non ha distrutto o lasciato ai topi le casse di Barbiana», puntualizza Giorgio Pecorini in Don Milani! Chi era costui?, Baldini & Castoldi 1996). È Gesualdi che oggi guida la Fondazione Don Lorenzo Milani, custode dell’ortodossia barbianese e della retorica a cui si abbeverano i Fioroni, i Veltroni e i Bertinotti. Ma Alessandro Mazzerelli prosegue indefesso la sua battaglia per un altro don Milani: «”Tu non mi tradire, non mi tradire né ora né mai”, mi ripeteva negli ultimi tempi. A questo da quarant’anni sono rimasto fedele. Ho rinunciato a far carriera, non ho guadagnato nulla, ci ho sempre rimesso di tasca mia. O so’ grullo, o quel che dico è vero».