Disney & co. fanno gli abortisti (ma solo in Georgia)

In colossi dell’intrattenimento boicottano lo stato del prolife Brian Kemp in nome della libera scelta. Ma non rinunciano ai profitti in Cina, Egitto e Giordania

Sarà «molto difficile» che la Disney continui a girare film in uno Stato che vieta l’aborto quando batte il cuore di un bambino. Bob Iger, amministratore delegato del colosso dell’intrattenimento (per bambini) lo ha spiegato alla Reuters, «Dubito che resteremo», «credo che molte persone che lavorano per noi non vorranno più saperne di restare in Georgia e che dovremo prestare attenzione ai loro desideri». In Georgia, dove il governatore Brian Kemp ha firmato il 7 maggio una legge che vieta di interrompere la gravidanza dal momento in cui è percepibile il battito cardiaco fetale (intorno alle sei settimane), e dove la Disney ha firmato film di successo come Black Panther e Avengers: Endgame, hanno minacciato di sbaraccare i loro studi cinematografici e televisivi anche Warner e Netflix. Ted Sarandos, chief content officer di Netflix, ha inoltre annunciato che «lavoreremo con l’Aclu (American Civil Liberties Union, ndr) e altri per combattere il provvedimento in tribunale». Finché non è in atto «continueremo a girare lì, supportando anche partner e artisti che scelgono di non farlo. Ma se mai dovesse entrare in vigore, dovremmo ripensare al nostro intero investimento in Georgia». 

NOVANTAMILA POSTI DI LAVORO A RISCHIO

Da quando ha istituito un generoso sconto fiscale del 30 per cento nel 2008, Hollywood ha piantato profonde radici nelle aree metropolitane e rurali della Georgia e sono tantissimi gli attori e registi che hanno già annunciato il boicottaggio in quella che per circa 90 mila persone, tra gente dello spettacolo e manovalanze, è diventata una terra promessa. Va notato però che la crociata di Netflix e company che minaccia di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro in nome del diritto all’aborto sembri valere solo per la Georgia.

LA GEORGIA NO, L’EGITTO E LA GIORDANIA SÌ

La virtuosa Netflix, per esempio, ha appena intensificato la produzione in Medio Oriente: «Siamo entusiasti di continuare il nostro investimento nelle produzioni mediorientali adattando il tanto acclamato romanzo Paranormal in una nuova entusiasmante serie»: il gigante dello streaming ha annunciato così la sua nuova incursione in Egitto, che segue a Jinn, girata in Giordania e Al Rawabi School for Girls, ambientata in Giordania e prodotta con un cast di donne arabe. Peccato che in Egitto il codice penale vieti l’aborto in quasi tutte le circostanze e che in Giordania sia permesso solo quando sia a rischio la vita o la salute della madre o si determini un danno al feto.

LA GEORGIA NO, LA CINA SÌ. E DOMANI TUTTI AL PRIDE

Quanto a Walt Disney, non solo ha distribuito film come The Force Awakens, girato ad Abu Dhabi dove, anche qui, gli aborti sono banditi in quasi tutti i casi e comunque non dopo i 120 giorni dall’inizio della gravidanza, ma non ha mostrato riluttanza a girare parte del suo Aladdin in Giordania né ad aprire un parco da 5,5 milioni di dollari a Shangai, in Cina, un mercato magnificato dallo stesso Iger al New York Times, in un paese in cui si verifica da più di 30 anni la più grande discriminazione di genere al mondo (secondo l’Oms mancano all’appello almeno 40 milioni di bambine) e dove, fra le altre cose, il governo ha drammaticamente intensificato la repressione e la deportazione in campi di internamento di circa 13 milioni di musulmani turchi, uiguri e kazaki. Contattata come Netflix dal Daily Caller per verificare se l’azienda vedesse qualche contraddizione nel boicottare la Georgia mentre continua a trarre profitto dalla partnership cinese, anche Disney non ha risposto. Domani a Disneyland Paris si festeggia il Magical Pride, per celebrare i diritti e la diversità.

Foto George Sheldon/Shutterstock