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Chi briga, dietro Vatileaks, contro la Santa Sede

novembre 15, 2015 Rodolfo Casadei

Se il Vaticano non fosse uno stato, arrestare il Papa sarebbe un gioco da ragazzi. E ricattare la Chiesa per servire il potere mondano la pratica più abusata

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti).

A parte la fama e il conto in banca dei giornalisti autori dei libri che si basano su di essi, che causa servono i trafugamenti di documenti riservati e di registrazioni pirata in Vaticano? Secondo chi li compie (e si fa puntualmente beccare dai non così ingenui investigatori della Santa Sede) e chi li trasforma in inchieste giornalistiche sono un servizio reso alla Chiesa e a papa Francesco, che vorrebbe riformare in profondità l’amministrazione finanziaria vaticana ma è impedito da lobby e clientele. Ma la Santa Sede smentisce che a questo risultato possano approdare le fughe di documenti confidenziali: «Pubblicazioni di questo genere», si legge nel comunicato del 2 novembre, «non concorrono in alcun modo a stabilire chiarezza e verità, ma piuttosto a generare confusione e interpretazioni parziali e tendenziose. Bisogna assolutamente evitare l’equivoco di pensare che ciò sia un modo per aiutare la missione del Papa». Secondo altri lo scopo di questi scandali montati sui media è di indebolire l’attuale pontefice e ostacolare il suo programma pastorale. Sarebbero dunque i “conservatori” a brigare per intorbidire le acque.

Ma anche qui i conti non tornano. Come ha scritto e spiegato Marco Tosatti sulla Stampa, chi sta frenando la riforma amministrativa e la razionalizzazione dei centri di spesa in Vaticano non sono certo i conservatori. A proporre l’unificazione di tutti i bilanci nella Segreteria per l’economia voluta da Francesco, e quindi a creare un sistema di controllo efficiente, è stato il cardinale George Pell di Sydney, uno dei firmatari della famosa lettera al Papa classificata come un’iniziativa dei tradizionalisti per frenare le “aperture” del Sinodo sulla famiglia. «Sono quelli che hanno votato Bergoglio in Conclave, e quelli che sono considerati suoi amici, dividendo anche la mensa con lui, a impedire la riforma dell’economia come l’aveva disegnata all’inizio», scrive Tosatti.

E allora? L’unica causa che libri e inchieste sembrano servire, è quella della soppressione dell’entità vaticana, descritta come qualcosa a metà fra lo stato fallito e lo stato canaglia. In quale altro modo si può definire uno stato che – stando alle “rivelazioni” – non dispone di un catasto delle proprietà immobiliari, non ha un bilancio centrale unificato, assegna lavori pubblici senza gare d’appalto, assume senza concorso, non dispone di meccanismi per verificare la congruità e la liceità delle spese dei suoi pubblici ufficiali? È inevitabile che incompetenza e peculato dominino la scena.

Che gli ultimi papi abbiano fatto e stiano facendo tutto il possibile per razionalizzare la macchina amministrativa e quindi prevenire gli abusi, che il Vaticano sia uno degli stati più antichi del mondo (formalmente esiste dalla metà dell’VIII secolo, di fatto dalla fine del VI) e che molte delle sue anomalie dipendano dai compiti speciali che oggi assolve non sembrano essere dettagli degni di considerazione. La conclusione sottintesa nei libri di Nuzzi e di Fittipaldi è che uno stato come quello vaticano non dovrebbe esistere. Sta di fatto che quello che loro lasciano solo intendere è da anni programma alla luce del sole di uomini politici, intellettuali, gruppi di pressione laicisti o catto-progressisti. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, al Parlamento Europeo e in Italia le iniziative e le prese di posizione di chi vorrebbe spogliare il Vaticano delle sue prerogative statuali non sono mai cessate negli ultimi vent’anni.

La più famosa di tutte le iniziative internazionali in questo senso è la campagna “See Change” promossa nel 1999 dai Catholics for a free Choice (cattolici americani pro-aborto) per privare il Vaticano dello status di Stato non membro Osservatore permanente alle Nazioni Unite. Dura fino ad oggi ed è stata finora sottoscritta da 700 organizzazioni circa, alcune molto piccole (in Italia dall’Uaar, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ma altre molto estese e potenti, come l’International Planned Parenthood Foundation (Ippf), il Naral, Marie Stopes International, il Center for reproductive Rights, il Sexuality Information and Education Council of United States (Siecus), il Center for Women’s Global Leadership, Equality Now, la International Women’s Human Rights Law Clinic, la Women’s Environment and Development Organization. La campagna si prefigge la degradazione dello status della Santa Sede alle Nazioni Unite da stato osservatore a Organizzazione non governativa (Ong), semplicemente asserendo che la Città del Vaticano non è uno stato e che la Santa Sede è solo un’organizzazione religiosa. L’Ippf è nota come “la più grande fabbrica di aborti d’America” ed è indagata dal Congresso americano per la vendita di parti di feti abortiti presso le sue strutture.

Il Naral è l’organizzazione che ha condotto la battaglia per l’aborto libero negli Usa: oggi è una fondazione che vanta entrate annue pari a 5 milioni di dollari. La direttrice del Center for Women’s Global Leadership, Charlotte Bunch, ha ricevuto il premio Eleanor Roosevelt per i diritti umani, che viene assegnato dalla Casa Bianca. Lo Siecus cura un “International Rightwing Watch” che è di fatto una black list delle «organizzazioni, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, che cercano di limitare l’accesso degli individui all’educazione e ai servizi di salute riproduttiva. Seicus crede che sia importante essere aggiornati sugli scopi, le idee e le attività di queste organizzazioni». La campagna è stata finanziata dalla Rockefeller Foundation e dalla Ford Foundation, ma non ha ottenuto risultati: nessuno dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite ha chiesto che lo status della Santa Sede sia degradato. Qualche attacco diretto alla Santa Sede però dal Palazzo di Vetro è arrivato: l’anno scorso la Commissione per i diritti del bambino ha formalmente invitato la Chiesa cattolica a modificare i suoi insegnamenti su aborto, contraccezione e omosessualità per garantire «agli adolescenti i più alti standard di salute riproduttiva». La Commissione è presieduta dalla giurista norvegese Kirsten Sandberg, visiting fellow dell’Istituto universitario europeo di Firenze di cui è rettore Joseph Weiler. Secondo l’americano Crisis Magazine «un antipatico diplomatico norvegese alle Nazioni Unite parla male molto spesso della Santa Sede. Si domanda perché i diplomatici della Santa Sede partecipino ai negoziati in corso. Dice esplicitamente che la Santa Sede se ne dovrebbe andare. Ciò è successo più di una volta». Chi sarà mai questo diplomatico norvegese?

Per restare in America, sulle pagine del Boston Globe l’idea di eliminare il Vaticano come stato è stata ripresa di recente dall’editorialista James Carroll, ex prete e cattolico dissidente, come lui si definisce. Un cattolico che non crede nella divinità di Cristo, nella sua resurrezione e nella verginità di Maria, ma i cui attacchi contro la Chiesa cattolica trovano ospitalità anche sul New Yorker. Nel suo articolo, intitolato “Abolish Vatican statehood”, eccepiva che il Vaticano non avrebbe dovuto arrestare e incarcerare il suo nunzio nella Repubblica Dominicana Jozef Wesolowsky, accusato di abusi sessuali pedofili, ma consegnarlo alle autorità dominicane. A Carroll l’idea di un processo vaticano a Wesolowsky (poi deceduto in detenzione nell’agosto di quest’anno) non piace, perché comunque è stato usato «il manto protettivo dell’immunità diplomatica sull’arcivescovo» che lo ha protetto dalla giurisdizione civile.

Contro Vaticanilandia
Di qua dell’Atlantico gli strali che vorrebbero porre fine al Vaticano come entità statuale arrivano dal Regno Unito, dalla Francia e dal Parlamento europeo. Nel 2010, in occasione della visita di Benedetto XVI in Inghilterra, sullo storico settimanale di sinistra New Statesman apparve un lungo articolo di Geoffrey Robertson, avvocato, accademico e giornalista radiofonico australiano naturalizzato britannico, intitolato “The case against Vatican power”, nel quale si negava che la Santa Sede avesse diritto ai «privilegi della statualità». Accanto ad argomentazioni ideologiche e pseudo-giuridiche serrate, Robertson scriveva cose come «Vaticanilandia non è uno stato più di quanto lo siano il Bophuthatswana (un bantustan del tempo dell’apartehid, ndr) o Disneyland, che è più grande del Vaticano e ha più residenti, vestiti con costumi ancor più colorati».

Le cose non sono cambiate con papa Francesco, che in occasione della sua visita al Parlamento europeo ha dovuto fare i conti con l’ostracismo di Jean-Luc Mélenchon, ministro socialista nel governo di Lionel Jospin e oggi eurodeputato del Parti de Gauche (sinistra radicale). Costui gli ha indirizzato una lettera nella quale spiegava che era contrario alla sua visita, perché violava il principio della separazione fra Stato e Chiese. Poi, in un testo indirizzato ai suoi sostenitori, irrideva il presidente del parlamento Martin Schulz per aver dichiarato che quella del papa era la visita di un capo di Stato: «Il Vaticano è un quartiere di Roma, niente di più, ceduto al papa come ultima sopravvivenza del Medio Evo e dell’opposizione ostinata del papato all’unità italiana».

In Italia con l’idea di eliminare lo stato vaticano hanno flirtato non soltanto l’Unaar e i Radicali, ma anche preti come padre Zanotelli e don Ciotti. Nel giugno 2010 proposero, prima il comboniano e poi il fondatore del Gruppo Abele, la soppressione del Vaticano come stato. «Da anni diciamo che c’è quest’anomalia: un apparato, uno Stato con tanto di ambasciatori che a volte diventa freno e impedisce quella libertà, quella capacità di profezia…», disse in un’intervista don Ciotti. Oggi pare abbiano cambiato idea: nell’aprile scorso hanno invitato la Santa Sede ha rilasciare visti agli aspiranti profughi da Africa e Medio Oriente, per permettere loro di viaggiare in condizioni di sicurezza e trasferirsi in Europa. La statualità del Vaticano sembra non dispiacere più ai “preti di prima linea” (definizione dell’Espresso), anzi.

Ammanettare un Papa
C’è una motivazione che tutti i fautori dell’eliminazione del Vaticano come stato adducono e hanno in comune: la Santa Sede sfrutta la sua presenza nelle istituzioni multilaterali per ostacolare le politiche demografiche centrate sulla contraccezione e l’aborto legale, da anni presentate sotto l’orwelliana etichetta di “politiche per la salute riproduttiva”. Per questo dicono di volerla spogliare delle sue indebite prerogative statuali. A questa spiegazione si può credere, viste le attività delle organizzazioni coinvolte nella campagna. Ma in gioco c’è molto di più. Per afferrarlo occorre tornare a quello che Robertson scriveva alla vigilia della visita di papa Ratzinger a Londra. «I privilegi della sovranità e della statualità sono considerevoli: sia il Vaticano che il suo capo di Stato sono immuni dalle cause civili o penali per i danni arrecati ad altri – proteggendo preti pedofili o chiudendo un occhio sulle frodi della banca vaticana. Gli indiziati possono sfuggire a mandati di cattura europei restando all’interno delle inviolabili mura della Città Santa». Se il Vaticano non fosse uno stato, arrestare il papa sarebbe un gioco da ragazzi. Ricattare la Chiesa con la minaccia di azioni legali perché cambi le sue dottrine secondo gli interessi del potere mondano una pratica a cui molti stati e molti sistemi giudiziari farebbero ricorso. «Che la Santa Sede abbia rapporti diplomatici con altri stati non significa necessariamente che sia uno stato, e alcuni giuristi internazionali hanno sottolineato che essa manca degli abitanti, del territorio e di altre caratteristiche necessarie per essere considerata oggettivamente come uno stato dal diritto internazionale. Se avessero ragione, il Papa non sarebbe un “capo” di Stato e potrebbe essere perseguito per negligenza in riferimento ai preti pedofili lasciati in circolazione».

Ammanettare un papa: l’ultimo che c’è riuscito è stato un certo Napoleone Bonaparte. Per rifarlo o si occupa militarmente Roma come face l’imperatore, o si abolisce la sovranità vaticana. In giro ci sono tanti aspiranti Napoleone, e la colpa non è della legge Basaglia che ha chiuso i manicomi.

Foto Vaticano da Shutterstock


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