Dichiarazione (sussidiaria) di voto

editoriale

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Non occorre essere milanisti per capire che la ricetta di Giulio Tremonti (e del governatore di Bankitalia Antonio Fazio) è semplicemente sensata. “Meno tasse più sviluppo” non è solo un buon progetto di riforma fiscale, è una visione politica che sottende l’idea che “più società, migliora lo Stato”. E siccome “la sfida – come dice bene Tremonti – non è lottare contro la ricchezza, ma contro la povertà”, progressista non è, come vorrebbe la Bindi, costringere Berlusconi a farsi curare negli ospedali dei poveri, ma vedere i poveri negli ospedali di Berlusconi; non è, come vorrebbe Berlinguer, statalizzare il sistema non statale, ma valutare e premiare adeguatamente le scuole, statali e non, che svolgono realmente un servizio pubblico; non è, come vorrebbe Visco, piantare nuovi alberi nella giungla del fisco, ma tagliarli e diminuire la pressione in modo che tutti paghino (meglio un’aliquota al 33% pagata da tutti che la demagogia del 46% che non paga nessuno) e che le aziende investano. Insomma rovesciare la logica di questo “triste decennio” della demagogia degli “eroi” di Mani pulite, dei concerti in piazza e delle grandi opere di cultura veltroniana; dei circenses di massa, mentre sul fronte del panem capita che nel solo triennio 1996-1998 sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana vengano pubblicati ben 400 nuovi “provvedimenti” fiscali (media di uno ogni 72 ore!). C’è però una ragione decisiva per attaccare e sradicare il perverso meccanismo innescato dall’oppressione statalista in Italia: la difesa del principio di sussidiarietà. Che se non diventerà metodo di riforma dello Stato (e consigliamo vivamente ai lettori: criterio di scelta elettorale), questo paese sarà, nel volgere di pochi anni, quello che appare già in nuce: un corpo che consuma le calorie del passato, ma che invecchia e muore per denatalità, disoccupazione, rigidità del lavoro, pressione fiscale, inadeguatezza dei servizi e del sistema scolastico. Una recente indagine rende noto che una famiglia italiana su quattro, deve affrontare problemi molto seri nella solitudine della sue quattro mura di casa: un anziano non autosufficiente, un figlio nel tunnel della droga, un familiare con problemi psichici, un malato che esige cure particolari e intensive. Ora, per i mediocri servizi messi a disposizione di queste persone che soffrono, lo Stato spende una cifra che oscilla tra i 3 e i 10 milioni mensili procapite. E fuori da questa casistica, 1 milione al mese per ogni studente di scuola statale. Attingendo a quali risorse? Naturalmente a quelle del pubblico erario, cioè alle tasse pagate dalle stesse famiglie. Le quali, come tutti i contribuenti, dal dracula romano ricevono in cambio ramanzine retoriche, servizi che non funzionano, sprechi di una burocrazia ossessionante, rivendicazioni corporative crescenti a cui non infischia un bel nulla di piantare in asso – causa sciopero selvaggio – il pendolare, il cittadino in coda allo sportello, il viaggiatore all’aeroporto o la famiglia che va in vacanza al molo d’imbarco. La richiesta, per nulla onerosa, che la società fa allo Stato è molto semplice. Essa dice: “Perdonate signori che lottagovernate il Paese, ma perché invece di spremerci come limoni, invece di tassarci per servizi che non ci rendete, invece di prenderci per deficienti e riempire i giornali di cicalecci su riforme istuzionali, grandi vecchi Br e giovani Savoia, perché non ci lasciate un po’ di quei soldi che ci siamo guadagnati col nostro lavoro, in modo che noi stessi possiamo provvedere alla cura dei nostri vecchi, alla scelta della scuola per i nostri ragazzi, alla creazione e al sostegno delle strutture sanitarie e delle comunità terapeutiche per i nostri malati? Perdonate, siamo perfino disposti a darvi una tangente per mantenere le vostre burocrazie romane, ma per favore, vi conviene, lo Stato risparmierà pure, fate come nel resto d’Europa, lasciateci quattro soldi per fare meglio ciò che adesso invece lo Stato ci elargisce – quando ci elargisce – come elemosina, e per di più strombazzandoci nelle orecchie la canzoncina dei cosidetti ‘Diritti di cittadinanza’”. Tutto ciò per dire che la disarticolazione del cuore dello statalismo (e non dello Stato, come invece vorrebbero le Br, i cui crimini, per altro, come la storia italiana degli anni ’70 ha già dimostrato, lo rafforzano) è il compito numero uno che forze sociali, cittadini e libere associazioni dovrebbero perseguire, anzitutto per difendere la libertà e il futuro delle nuove generazioni. Capiamo bene che il voto non è il solo e forse neppure lo strumento principe per realizzare quest’opera di liberazione della società. Ma in democrazia le relazioni tra stato e società le decide la politica. Dunque lasciamo perdere il qualunquismo lamentoso e il cinismo delle anime belle. Sappiamo a quali partiti appartengono le Bindi, i Visco, i Berlinguer, i Prodi, i Cossutta, e tutti coloro che dal governo hanno alacremente lavorato per affossare nei fatti il principio di sussidiarietà, cioè la libertà all’opera nella scuola, nella sanità, nel lavoro. Il 13 giugno non mandiamoli in Europa, ma a casa.. TEMPI

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