«È in corso una desertificazione industriale nel Sud»

«Il governo rincorre le emergenze anziché pianificare gli interventi». Intervista a Riccardo Padovani, direttore di Svimez per lo sviluppo delle imprese nel Mezzogiorno

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matteo-renzi-preoccupatoLo scorso 25 luglio Invitalia, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo di impresa, ha firmato un contratto di sviluppo con Whirlpool Italia, per un finanziamento di 31 milioni di euro (di cui 10 dall’Agenzia statale) per potenziare lo stabilimento di Napoli (con una ricaduta occupazionale di 588 posti). Nove mesi dopo, appare ancora certa la decisione della stessa azienda di chiudere lo stabilimento di Carinaro a Caserta, 1300 esuberi, nell’ambito di un piano che prevede allo stesso tempo investimenti nel polo di Cassinetta a Varese, per l’azienda destinato “a diventare il più grande d’Europa”. L’ad di Whirpool Italia, Davide Castiglioni ha assicurato di non aver mai informato il governo del suo piano: il clima al tavolo con i sindacati, convocato per il 27 aprile al Mise, sarà certamente rovente. «Il caso Whirpool non è che l’ultimo esempio» dice a tempi.it Riccardo Padovani, direttore dell’istituto Svimez, per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno: «Quello che vediamo sempre in atto è l’apertura di tavoli di crisi al momento dell’emergenza, mentre manca un percorso di attenzione alle strategie di sviluppo industriale, e in particolare per quelle il Meridione. Negli ultimi anni è in corso una desertificazione industriale nel Sud».

La scelta dell’azienda Whirpool, però, è comprensibile.
La decisione di chiudere uno stabilimento in una parte del paese, per tenerne aperti altri, dal punto di vista di una multinazionale è chiaramente comprensibile, perché non c’è la sensibilità di capire che nel Meridione, e in Campania soprattutto, la disoccupazione è grave. Ma questo fatto testimonia anche la cecità del governo nelle politiche industriali.

Perché?
Si aprono solo i tavoli di crisi al momento dell’emergenza, pur davanti a crisi annunciate. Svimez calcola che negli anni della crisi (2008-2013), il valore aggiunto del settore manifatturiero in tutto il Centro e al Nord si è ridotto del 16,2 per cento, contro il 27 per cento del Mezzogiorno. La crisi ha morso quindi di più il Sud del paese, e negli ultimi due anni la situazione si è aggravata: nel 2014 si sono persi 43 mila posti di lavoro al Sud, mentre al Centro-Nord sono stati recuperati 150 mila posti di lavoro. L’Unione Europea ha posto come obiettivo che l’industria dovrebbe incidere sul Pil di ogni area del 20 per cento. Ebbene, nel 2007, prima della crisi, in Italia l’industria del Centro Nord incideva sul valore aggiunto dell’area per il 22,8, mentre nel 2013 ha inciso del 20,7 per cento. In Campania, per citare un esempio, l’industria già nel 2007 incideva solo del 12,7 per cento, e nel 2013 ha inciso dell’11,6 per cento. Peggio va in Sicilia (8,2 per cento sul Pil della regione nel 2013) e Calabria (7,2 per cento sul Pil). Questi dati ci consegnano anche uno spunto di riflessione importante.

Vale a dire?
Starebbe al governo italiano il cercare di influenzare in qualche modo le aziende affinché vadano nel Mezzogiorno. Invece la crisi delle politiche industriali del Sud sorge perché manca in tutt’Italia una strategia di investimenti. E questo proprio mentre altri paesi europei e gli Stati Uniti hanno usato gli anni della crisi per rafforzare le politiche industriali.

Cioè?
In Italia nel 2012 – l’ultimo dato disponibile – la quota degli aiuti alle imprese è stata dello 0,18 per cento rispetto al Pil. Nell’Ue a 27 gli aiuti sono stati più del doppio, lo 0,42 per cento rispetto al Pil, e in Germania lo 0,60 per cento. Negli anni 2000 c’è stato da noi un calo vistoso di aiuti alle politiche italiane: nel biennio 2010-2012 l’Italia in media ha diminuito le agevolazioni concesse alle imprese del 60 per cento rispetto al 2001-2003. Questo è accaduto in particolare al Meridione, con una riduzione dell’80 per cento, mentre al Centro Nord dove la diminuizione è stata del 24 per cento. Nel 2001-2003 le agevolazioni concesse alle imprese del Meridione erano di 6,4 miliardi di euro: nel 2010-2012 si è arrivati ad appena 1,2 miliardi di euro. È accaduto perché la politica industriale, nel caso italiano, era ostile ad aiuti di Stato.

Forse l’Italia si era stancata della logica degli aiuti di Stato dopo che se n’era troppo abusato nei decenni precedenti.
Peccato però che intanto in paesi più liberisti come la Gran Bretagna, la politica industriale è stata ben sostenuta: la Tbs è l’Agenzia per il sostegno alla ricerca che nel 2013 ha investito 440 milioni di sterline per lo sviluppo nelle pmi. Lo stesso è accaduto in Germania, la locomotiva d’Europa, con la Fraunhofer Gesellschaft, una rete di 66 istituti di ricerca a servizio delle pmi con un budget pubblico-privato di 2 miliardi di euro all’anno. In Italia c’è un problema di maggiore crisi di liquidità che altrove nell’Ue e di difficoltà ad accedere al prestito bancario: in Germania invece la Banca pubblica per la ricostruzione KFW ha finanziato le pmi per 24 miliardi di euro. Noi non abbiamo nulla del genere per le imprese del Meridione. Eppure rimaniamo comunque – grazie al Nord – il secondo paese manifatturiero d’Europa. Dovremmo difendere questa posizione. Tenendo conto anche del Sud, che comunqe rappresenta un mercato fondamentale per le imprese italiane, e dove invece i consumi delle famiglie sono caduti, nel triennio 2008-2013 del 10,3 per cento (contro il 5,1 per cento del Nord). Questa caduta incide sulle possibilità di ripresa nazionale.

Pensa che per il rilancio dell’industria al Sud servano le infrastrutture?
Ad oggi il Sud riceve investimenti per le opere pubbliche per 2 miliardi all’anno. Il Nord riceve ancora investimenti in opere pubbliche per circa 11 miliardi di euro all’anno. Il divario sta tutto qui. Certo che nel Meridione servono opere pubbliche, come l’alta velocità da Salerno a Reggio Calabria e da Bari a Napoli e le infrastrutture interne alla Sicilia. Un settore su cui si dovrebbe intervenire sarebbe la logistica, quindi in particolare sui porti e sui collegamenti delle aree chiamate “retroporti”: Gioia Tauro, Taranto e Cagliari sono i principali porti su cui bisognerebbe puntare per riprendersi un ruolo strategico nel Mediterraneo, da cui oggi transita il 35 per cento di tutte le merci del mondo. Il Sud avrebbe l’occasione quindi di essere il grande porto d’Europa, invece gli investimenti dell’Ue continuano ad essere concentrati sulla mitteleuropa. Il ministro Delrio, parlando proprio con il presidente di Svimez, ha ammesso che è un tema sensibile. Noi da tempo abbiamo insistito su quest’urgenza. Cito solo un dato: gli investimenti sui retroporti, nella sola città di Napoli, abbiamo calcolato potrebbe portare 15 mila posti di lavoro aggiuntivi all’anno.

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