Depresso e felice

Simplicissimus

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Dirsi depresso o felice, povero o ricco, è dire niente. Se uno si dice “ricco” forse vuole rassicurarmi sul prestito che sta per chiedermi, se “povero” forse gioca d’anticipo sul prestito che sto per chiedergli. Se “felice” neppure spendo parole. Se “depresso” forse vuole deprimermi, o deprimere il mondo. È il caso del vizio detto “accidia” o “melanconia”, quello che Dürer nella sua “Melencolia I” del 1514: dove è chiaro che si tratta di una maschera, o una recitazione, per deprimere tutti, proprio nel senso economico della parola “depressione”. Non escludo che il depresso o melanconico abbia le sue ragioni per avercela con me e con tutti, ma non mi lascio ingannare e lo rinvio a quelle. La Psicologia, Psichiatria inclusa, di oggi de-moralizza l’uomo rinnegandone le ragioni propriamente umane e morali (o immorali) per cui agisce. È… deprimente, appunto demoralizzante. La stessa operazione di decenni fa in Psicologia quando si è rinnegata l’esistenza dell’odio sostituendolo con l’aggressività. Non posso poi ammettere che Gesù nell’orto fosse depresso: non è che Gesù pensasse alla morte, così, in generale: sapeva che di lì a poco sarebbe successo, cioè la sua era tristezza reale, lutto non melanconia. Gesù è psichicamente sano.

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