Democrazia in love

Il miliardario Donald Trump racconta la sua candidatura alle presidenziali del 2000 dal letto di una suite, in diretta, dopo una notte di bisbocce con la sua nuova fidanzata. Com’è che agli americani piace la politica del big money, preferiscono che siano le grandi corporation a finanziare i candidati e non sono disposti a pagare nemmeno un dollaro per riformare la campagna elettorale

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Dopo Warren Beatty, un altro sciupafemmine (e miliardario) Donald Trump ha annunciato la sua candidatura alla Casa Bianca . “Da quando ho detto che volevo diventare presidente” sorride il miliardario newyorchese “le vendite dei miei appartamenti sono salite alle stelle”.

L’uomo che possiede più grattacieli newyorchesi di chiunque altro magnate, dorme in una suite enorme e di stile romano antico con vista su Manhattan, viaggia sul suo jet privato, ha uno stuolo di camerieri e due ville degne dei Rockefeller, di recente si è fatto intervistare dal leggendario disk jokey radiofonico Howard Stern, spiegando in diretta che si trovava a letto con la sua fidanzata, la bellissima fotomodella austriaca Melania Knauss. La sua potrebbe essere la candidatura per la campagna elettorale più costosa, e vistosa, del duemila. Ma lo sarà? Abbiamo chiesto il parere del giornalista newyorchese John Dizard, columnist del New York Post, che lo conosce bene.

Crede che Trump avrebbe potuto annunciare la sua candidatura con uguale candore otto anni fa, prima della presidenza Clinton, prima dello scandalo Lewinski? Otto anni fa l’America era preoccupata da questioni molto più critiche: l’economia non sembrava volersi riprendere dalla recessione, e la politica estera era ancora impegnata sul possibile fronte di guerre su larga scala. Otto anni fa nessun candidato alla presidenza del calibro di un Trump o di un Warren Beatty avrebbe osato salire sul palcoscenico della politica Usa, neppure per un attimo: ma adesso gli americani, come è accaduto periodicamente e ciclicamente nella storia di questo Paese, vedono la politica come uno spettacolo che non diverte. Insomma il 1999 è un anno perfetto per Donald Trump, che è in cima al mondo, re di New York.

Insomma, questo secolo americano finisce con il dio del dollaro che gioca a stuzzicare la politica…

Le cose non erano molto diverse negli anni Venti, soprattutto a New York quando avevamo eletto un sindaco politicante e playboy, che aveva amanti dappertutto e trascorreva la notti a giocare a carte. Si chiamava Jimmy Walker e, pur essendo un uomo estremamente corrotto, era anche riuscito a farsi rieleggere. Comunque il vero paradosso delle prossime presidenziali è che il del 2000 dovrebbe essere l’anno del partito democratico e invece non lo sarà.

Perché dovrebbe essere l’anno del partito di Clinton? Perché nella politica americana vi sono due sistemi economici di ‘econometria’ che solitamente predicono con estrema accuratezza il risultato di una campagna elettorale: riguardano la percentuale della crescita economica e dell’inflazione, che sono più importanti del tasso di disoccupazione; e poi la curva di crescita assai rapida, ripetutasi nel corso degli ultimi mesi e che solitamente rassicura gli americani. Il 1999 ricorda per molti versi il 1984 della vittoria di Reagan: e come allora anche adesso i democratici dovrebbero avere un indice di approvazione altissimo, cosa che ovviamente non hanno perché non hanno candidati che piacciono agli americani.

Torniamo per un attimo all’enorme quantità di miliardi che sta per essere riversata in queste elezioni 2000…

Beh, certamente le grandi ricchezze, quelle per intenderci che superano i 100 milioni di dollari, impressionano la gente. Parliamo del cinema, ad esempio: gli americani oggi non leggono più le critiche dei nuovi film ma tutti, anche i ragazzini, ne conoscono gli incassi, sanno se hanno superato i 300 milioni di dollari come Titanic o se hanno raccolto solo noccioline. E vanno al cinema in base a questo rispetto per il miliardo.

Un rispetto che quindi si rifletterà anche nella scelta politica? Un attimo: nei soldi politici l’americano diventa selettivo. Gli piacciono i soldi dei nouveau riches di Internet di Silicon valley, ma i miliardi delle solide fortune invece storicamente in politica hanno fallito, non piacciono, non commuovono. Tutte le campagne elettorali ‘self sponsored’, pagate in proprio sono fallite miseramente, almeno una ventina di volte, basti pensare a Ron Lauder, Steve Forbes, Jane Harmond, l’italo americano Cecchi, proprietario della linea aerea Northwest e Ross Perot. L’America, grande Paese democratico, col suo ‘no’ in fondo lancia un grande messaggio: non ti puoi comperare da solo la Casa Bianca. E qui entra in gioco la riforma della campagna elettorale di cui negli Usa si discute ormai da anni: un fenomeno quasi più giornalistico che politico. Se gli americani fossero veramente disposti ad appoggiare la campagna elettorale del loro candidati metterebbero una croce sulla casella contrassegnata dal simbolo del dollaro sulla scheda del proprio partito. Con un solo dollaro pagherebbero loro, milioni di americani, le spese elettorali del proprio partito: un dollaro, cosa cambierebbe? Nulla, eppure preferiscono invece che siano le grandi corporation a pagare per l’immenso carosello della corsa alla Casa Bianca, con le conseguenze del caso: lobbismo, favoritismo, conflitto d’interessi. E ogni anno la percentuale di quelli che accettano di pagare quel misero dollaruccio declina: siamo scesi, credo, al dodici per cento.

Gli americani non vogliono contribuire con quella minuscola offerta del dollaro e d’altro canto non vogliono nemmeno che un miliardario si paghi da solo la propria campagna elettorale. Perché? Per una semplice nozione borghese: gli americani non credono nel socialismo e neppure nella fortune ereditate e quindi vagamente aristocratiche. Tutti dovrebbero scendere in piazza e chiedere soldi, pregare, vendersi. Forse perché così quei dodici mesi di elezioni diventano una lotta molto più divertente.

E invece perché i media dovremmo insistono a voler varare la riforma sui fondi elettorali? Perché vorrebbero ottenere il monopolio della campagna elettorale: vorrebbero essere i soli a criticarla. Mentre ricchi vorrebbero vedere la riforma perché sono stufi di tutte le telefonate che ricevono con richieste di assegni. Vede, un privato può dare solamente fino a mille dollari per il suo candidato e quindi un miliardario, per raccogliere il suo bel mezzo milione di dollari deve fare 500 telefonate ad amici e parenti. Molti preferirebbero scrivere un assegno di mezzo milione di dollari…

Quelle del 2000 saranno dunque le elezioni del ‘big money’? Sì, il duemila sarà ancora un grande, costosissimo, fastidioso, rocambolesco carosello delle vanità.

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