Davvero pensate che le discriminazioni si combattano col gender a scuola?

Che c’entra con l’educazione insegnare ai bambini che ragione e libertà non poggiano più sulla realtà dell’essere e delle cose, bensì sui desideri e sulle fantasie? La lotta al bullismo non giustifica una rivoluzione antropologica

Con la legge Zan verrà proposto abbondante materiale didattico nelle scuole di ogni ordine e grado per affrontare, anche con modalità curricolari, il tema dell’orientamento sessuale e dell’ideologia di genere. Con particolare riguardo verrà promossa una campagna formativa dei bambini sin dalla prima infanzia e in età prescolare sulla scoperta della gioia e del piacere di un immedesimarsi nel soggetto biologicamente diverso. Molto abilmente viene taciuto che lo scopo dell’educazione di genere è l’erotizzazione dei bambini e degli adolescenti. Certo: è più facile manipolare la  mente innocente di un bambino, di un ragazzo, che di un adulto.

Agili manuali, verranno (già in parte lo sono) diffusi per diffondere nelle scuole l’attenzione a questo fenomeno antropologico, cercando di affrontare con esperti lgbt, che cos’è e che cosa non è il gender.  Vogliono rispondere ad alcune domande, come: “Che cos’è l’identità sessuale?”, “perché le donne e le minoranze sessuali sono discriminate?”, “esiste l’ideologia gender?”, “i programmi scolastici vogliono annullare le differenze tra femmine e maschi?”, “il ministero sta cercando di diffondere l’omosessualità tra i bambini?”. Tutto ciò rientra in una strategia antropologica e culturale tesa ad instaurare una uguaglianza indifferenziata, con la pretesa di riorganizzare i rapporti tra uomini e donne rifiutando qualsiasi riferimento alla loro identità sessuata. Il tutto orientato a far confermare dalla base – dall’ambito educativo e formativo scolastico – che ragione e libertà non poggiano più sulla realtà dell’essere e delle cose, bensì sui desideri e sulle fantasie. Il concetto di genere, nella sua forma sovversiva, è così rivelatore di una società che non sa più chi è.

L’UNITÀ DUALE E LA RELAZIONE

Maschi e femmine sono diversi: è la natura che ce lo dice. Non occorre arrampicarsi sui vetri di una presunta cultura, ma più semplicemente guardarsi ognuno davanti ad uno specchio. Con l’ideologia gender si vuole affermare che non esiste una natura umana, poiché l’essere umano sarebbe unicamente il risultato di una cultura: le definizioni “maschi” e “femmine” sarebbero soltanto delle costruzioni culturali, e non sessuali. Il corpo, per l’ideologia gender, non è lo specchio, la prova, che maschi e femmine non hanno un’unica antropologia: ciò tende a negare l’esistenza e l’evidenza stessa data dal corpo femminile e maschile, desessualizzando le coppia e la famiglia ed eliminando i legami di carne del concepimento e della filiazione. L’erroneità di tali impostazioni vanno a minimizzare, se non addirittura ad annullare, ciò che è nascita e sviluppo della persona umana: nascita data dall’incontro complementare di due distinte entità – uomo e donna – e dal riferimento e dall’esperienza quotidiana che la nuova creatura ha con le diverse identità sessuali che la genitorialità le testimonia.

La differenza uomo/donna è radicale e innata, inscritta  nella profondità della coscienza e coinvolge tutti i comportamenti umani. Nella loro diversità, sono complementari nei loro corpi. Sono l’uno dell’altra alternativi e integrativi. L’unità duale di uomo-donna è originaria perciò necessaria per l’autocoscienza del singolo. La persona, unica e irripetibile, vive sempre in relazione: dire persona è ben diverso che dire individuo, entità astratta e sciolta dai legami. Ognuno è un generato che rimanda costitutivamente ai generanti, entro una catena generazionale del dare-ricevere la vita imprescindibile per l’identità di ciascuno. Uomo e donna sono una “uni-dualità relazionale”, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono arricchente e responsabilizzante.

LA LIBERTÀ FONDANTE, LA DIVERSITÀ BIOLOGICA

È vero: sesso e genere non sono la stessa cosa. Il sesso rappresenta la caratteristica “unica” ed incontrovertibile di una differenza – uomo/donna – biologica. Il gender, invece, vuole esercitare una influenza culturale su tale differenza. Ognuno è ciò che crede di essere. Il gender considera l’esercizio di una libertà fondante che contraddice la diversità biologica, quella diversità ritenuta tale e rispettata da milioni di secoli, e ciò nonostante le diverse “culture” e le diverse condizioni “sociali” che tale diversità ha incontrato e incontra lungo il suo cammino. Questa tradizione, appunto culturale ed esistenziale, nega all’ideologia di genere la sua validità categoriale (cioè uni-duale) fondata soltanto su aspetti psicologici e culturali, variabili secondo i vari contesti esperienziali individuali.

È evidente la manipolazione del problema: uomo e donna non sono uguali. Hanno, sì, pari dignità, ma sono differenti. Sono diversi sotto il profilo fisico, sotto il profilo psicologico, sotto il profilo emozionale e della stessa sensibilità personale. Sono differenti, proprio perché è dalla loro integrazione e complementarietà, che sono in grado di generare e di trasmettere la vita. E tutto ciò, non solo in ordine ad una esatta “identità”, ma anche quale negazione che l’identità personale è frutto di norme, di aspettative, sociali e interiorizzate, riguardo al femminile e maschile. La persona umana non è una realtà culturale: è una realtà sessuata. La tesi “gender” è profondamente errata: la persona umana non è una entità astratta, un individuo, un soggetto/oggetto di diritti, identificabile di volta in volta attraverso il suo orientamento.

LA VERITÀ DELL’IO, LA FLUIDITÀ DEL GENERE

La questione dell’identità, della verità dell’Io, del chi è l’uomo (e donna), è decisiva: non si tratta di una concezione astratta dell’uomo, nel senso di privata e separata dalla vita reale, e perciò ininfluente, ma di un rapporto e di una appartenenza da vivere, un rapporto e una appartenenza che “costituisce”. Si tratta di ciò che determina in modo decisivo la vita del singolo e della società. L’uomo non è un prodotto di processi  biologici, l’uomo non si fa da sé. Questa appartenenza ad Altro, aiuta a chiarire quale visione dell’uomo e della vita si possiede. Perché le competenze pedagogiche, le conoscenze psicologiche, lo stesso amore dei genitori sono condizioni indispensabili ma non sufficienti per una educazione se non si hanno una identità da proporre, un senso della vita e una visione della realtà da offrire. Da qui i presupposti su cui si fonda il rapporto di conoscenza tra l’Io e la realtà. Il disconoscere tale rapporto nega l’esistenza della verità lasciando così la libertà dell’uomo smarrita, in balia delle teorie che in ultima analisi ne negano il senso.

Che ci siano persone attratte da altre di diverso sesso, è fatto che esiste da sempre. Tuttavia che l’orientamento eterosessuale – cioè l’attrazione uomo/donna – sia orientamento sessuale da non confondere con altri di orientamento diverso, è condizione riconosciuta. Pur con tutto il rispetto dovuto a coloro che hanno orientamento personale e che implicitamente si riconoscono, in virtù di una opzione culturale, di sentirsi uomo o viceversa donna, se non comporta anomalie dal punto di vista dello sviluppo biologico, di fatto consiste in una debolezza psicologica del soggetto a fronte di una normalità genetica, ormonale, recettoriale. La sessualità per il gender non è espressione della biologia, ma a prescindere da questa; quindi la sessualità come desiderio fluido, modificabile, indicibile. Per il “genere” io sono, faccio, ciò che sento e penso di essere e di fare. In ciò c’è una tendenza violenta, nel senso che il disconoscimento della realtà biologica è già una violenza in sé: se accarezzi la natura, lei ti abbraccia, ma se la violenti non risponderà in maniera positiva.

I NEMICI DELLA “LIBERALIZZAZIONE PER TUTTI”

Curiosamente in questa “liberalizzazione per tutti” vengono identificati come nemici le religioni, in primis il cristianesimo e la Chiesa Cattolica, definita patriarcale, androcentrica, affetta da paradigma eterocentrico, sessista e sessuofobica. Nonché la psicanalisi classica, la quale prevede un processo di sessuazione psichica: la fase orale, la fase anale, la fase genitale, il complesso di Edipo… tutto da cancellare. La sessuazione, l’itinerario a tappe – che prevede un punto di partenza e una meta da maschio a uomo, da femmina a donna – viene dal gender negato, l’aggancio tra la corporeità e lo psichismo viene tagliato, censurato. È il concetto dello strutturalismo positivo ad essere messo in discussione. È il rifiuto consapevole, volontario, dichiarato di riconoscere che nella differenza sessuale esiste un valore fondativo. Il gender molto sinteticamente rigetta l’unitarietà bio-psico-culturale, integrazione questa scientificamente fondativa: in quest’ottica ritiene che la realtà non sia di per sé conoscibile.

Infine, non si può negare che nella scuola – ma non soltanto in essa – ci siano discriminazioni, atti di bullismo: anzi ve ne sono ben pesanti, anche se trascurate e spesso dimenticate. Nella scuola, infatti, sono certamente in atto pesanti discriminazioni e indegni atti di bullismo, che  richiamano a norme precise già implicite nelle leggi vigenti e nei codici. Chi pensa che la scuola sia un’isola felice dove le discriminazioni anche pesanti non esistano, certamente sbaglia. Ma la lotta alle discriminazioni comporta, di per sé, una rivoluzione antropologica? Il sovvertimento di tradizioni ultramillenarie che vedono nella differenza sessuale uomo/donna il fondamento dell’umanità? L’accettazione di una rivoluzione basata sulla decostruzione culturale, che afferma che tutto ciò è cultura, tutto può essere manipolato e qualsiasi scelta è possibile a prescindere? Può essere accettata positivamente questa impostazione, e non, invece, passivamente rifiutata? Il problema di una apertura all’insegnamento gender nella scuola, non è soluzione plausibile. La lotta alle discriminazioni è doverosa, così come doverosa per tutte le discriminazioni, tuttavia resta equivoca l’affermazione pretestuosamente diffusa anche dai mass-media, che la “teoria del gender ” non esiste. Così come pretestuosa è la pretesa di attivare l’inclusione del gender nella scuola.

IL DESIDERIO RIDOTTO A SODDISFAZIONE

La natura, la realtà, nonché il giudizio di importanti studiosi, dimostrano come la teoria “gender” sia priva di fondamento biologico-scientifico quando dice che si nasce omosessuali: i sessi sono due, si nasce maschio o femmina. Che poi possa esserci nello sviluppo della persona un orientamento diverso della sensibilità, è possibile, ma incontrovertibile resta il fatto che si nasce maschio o femmina. Da qui il giusto e doveroso rispetto e la tutela dalle discriminazioni e dalle violenze  delle persone con tendenza omosessuale – così come per tutte le persone soggette a discriminazioni e violenze di qualsivoglia genere, senza creare inutili e dannosi privilegi –  tuttavia senza omettere che ciò che invece emerge è il radicarsi della logica fuorviante del desiderio fine a se stesso. Si tende a ridurre il desiderio a tante piccole soddisfazioni immediate e si uccide quindi la speranza in un futuro da costruire; si nega quella posizione umana positiva verso la vita, quel rapporto solo dal quale emerge la capacità di desiderio e di speranza, che spalanca al reale. E si tende a negare – anche con insulti, denigrazioni e violenze verbali e fisiche – il diritto di opinione e di giudizio di quanti non condividono e non approvano tali teorie.

OPUSCOLI E RESPONSABILITÀ EDUCATIVA

La sempre più diffusa inclusione nelle scuole di opuscoli gender – anti-omofobia e anti discriminazioni – pone genitori e insegnanti di fronte alla responsabilità educativa, quella responsabilità che li anima e che li trova impegnati ad affrontare le sfide epocali che richiedono consapevolezza, impegno e dedizione. Questa responsabilità li chiama a rivendicare, mediante l’obiezione di coscienza e di scelta scolastica, quel diritto alla libertà di educazione e di apprendimento (famiglia e alunni) e di istruzione (docenti) che è riconosciuto (e non sempre correttamente applicato) dalla Costituzione e dalle norme internazionali. Oggi più che mai è necessario, per genitori, alunni e insegnanti, a titolo personale, familiare e associativo, che, con la propria testimonianza e presenza abbiano a richiamare le istituzioni pubbliche tutte al loro dovere di rispetto di una autentica “laicità” e di una concreta “sussidiarietà”, orientate a verità, e cioè correggendo tendenze impositive e improprie.