Dalla Cattolica a Giakarta

Nei giorni del genocidio di Timor Est, avevano organizzato all’università cattolica di Milano uno straordinario incontro in collegamento con gli inviati di Tempi in Indonesia. Poi hanno mantenuto un filo diretto con con gli studenti dell’Università cattolica di Giacarta da un anno in lotta contro il regime militare. Ora sono andati a trovarli di persona. Diario di viaggio in un’Indonesia di tre ragazzi ce smentiscono il luogo comune di una gioventù priva di ideali e di una responsabilità del mondo comune

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Giakarta – “Io vado in Indonesia”. “Dove?”, “In Indonesia mamma, a Giakarta”. “Tu sei matto! E cosa ci vai a fare in Indonesia?”, “Vado a trovare i ragazzi che ci hanno scritto l’e-mail, ti ricordi? Quelli che hanno organizzato la contestazione contro il governo, quelli che sono scesi in piazza e a cui i militari hanno sparato, quelli…”. “E tu che c’entri con loro?”, “Ci hanno invitato alla commemorazione di tre loro amici che sono morti negli scontri di un anno fa. Ho trovato i soldi e vorrei andare”. “Tu sei matto, ma se vuoi andare, vai”. Va bene, faccio le valigie e compro una bottiglia di whisky.

Primo giorno: la città e i tagliatori di teste Immaginate di inserire uno spillo nel mondo, fatelo passare per Milano, uscirà dall’altra parte in Indonesia nella sua capitale, Giakarta. Città calda e afosa. Città dagli enormi buildings e dalle mille bancarelle su cui si vende di tutto: giornali, dolci, riso e sigarette che profumano di chiodi di garofano. Non esistono negozi, non esistono ristoranti. Tutte le comodità occidentali sono nei grandi palazzi dai nomi americani. L’occidentale che arriva a Giakarta può trovare tutto ciò che vuole nel suo albergo, fuori stanno gli orientali con i loro carretti e le loro Ape-car che usano come taxi. Due mondi in uno. Due mondi paralleli, vicini ma che non si toccano. Noi qui, dentro l’albergo, voi fuori a fare i conti con una miseria che nel giro di due anni ha spazzato via il ceto medio, con una moneta, la rupia, che cambia il suo valore dalla mattina al pomeriggio.

Aeroporto: ci viene a prendere Paolo Tognini, un romagnolo che è lì per lavoro, ora vive a Londra ed è stato mandato dell’altra parte del globo per trovare il petrolio. Fa il geologo, studia il terreno e poi ordina “scavate lì”. “Ed esce qualcosa?” “Qui, sull’isola di Giava, poca roba ma le altre isole dell’Indonesia sono ricche di risorse naturali”. “Allora gli indonesiani stanno bene!”, “Guardati in giro, vedi se riesci a trovare qualche indonesiano in giacca e cravatta”. In una parola: neocolonialismo.

Paolo ci accompagna alla nostra guest house. Abitazione gestita dalla Conferenza Episcopale, che il Nunzio apostolico, monsignor Renzo Fratini, ci ha trovato come alloggio. Stanze piccole ma con l’aria condizionata per combattere un caldo soffocante. Inizia subito la nostra guerra con i mosquitos, le zanzare, per fortuna a Giakarta sono le uniche in tutta l’Indonesia che non portano la malaria. Per il resto sono come le nostre, pungono. “Io sono Giulio, vescovo nel Borneo, il nunzio mi ha incaricato di accogliervi”. Un vescovo marchigiano da venticinque anni in Indonesia, “nella mia diocesi ci sono i tagliatori di teste”. Sbarriamo gli occhi. “Non è un problema, da noi ci sono le pistole e ci spariamo; qui hanno le spade e si tagliano la testa. Il problema non è che si ammazzano, il problema è che dopo si mangiano. Proprio non so come fargli capire che non è il caso”.

Secondo giorno: l’università, le Red Brigates e la manifestazione I nostri amici frequentano l’università cattolica dell’Atma Jaya. Questa si trova su uno degli stradoni principali della città, vicino ad uno svincolo, Semanggi, dove sono avvenuti tutti gli scontri. “Perché proprio qui?” chiediamo in inglese a Squall, uno dei leader di questo movimento studentesco. “Circa due anni fa in tutte le università della città sono sorti piccoli gruppi di dissenso. Contro il regime, contro Suharto. Poi ci siamo messi assieme. Da tutte le università sono partiti dei cortei che avevano come meta la piazza del parlamento. Passavano tutti di qui e noi dell’Atma Jaya eravamo l’ultimo gruppo che si accodava sulla strada. Ma allo svincolo di Semanggi ci aspettavano i carri armati con i militari mandati dal governo. Hanno sparato ad altezza uomo. Tre miei amici di vent’anni sono morti, molti sono scomparsi e non sappiamo dove siano. È passato un anno e non abbiamo notizie”. “Ma voi che chiedete?” “Democrazia, libertà, la fine della corruzione, il processo per Suharto, Habibie, Wiranto. Venite a vedere una mostra fotografica che abbiamo allestito con la documentazione di quei giorni, la prima “Semanggi Tragedy”. “Come la prima? Quante ce ne sono state?” “Quattro. La prima è stata la più violenta”. Noi in occidente non ne sapevamo nulla. Ma non sappiamo neanche come questi ragazzi vivono in università. Molti dormono lì da una settimana, lavorano notte e giorno per preparare questa commemorazione. Arriviamo alla mostra. Fotografie di studenti in strada che si riparano dietro tavoli mentre i militari sparano. Studenti stesi per terra con i fucili puntati sul cranio, feriti, gente terrorizzata che fugge. La foto di un ospedale. “Ci venivano a prendere anche lì. Non sapevamo dove scappare”. Poi una foto impressionate, una folla oceanica che avanza con cartelli e striscioni verso i soldati schierati. “Ma quanti eravate?”. “Tantissimi e non solo studenti. Il popolo ci appoggia, scende in piazza con noi, ci dà soldi e cibo. Sono manifestazioni pacifiche ma spesso ci scappa il morto” e allunga la foto in bianco e nero del suo amico. “Siamo stanchi – aggiunge – siamo molto stanchi, abbiamo pronte le armi”. “Molotov?”, “Qualcosa di più”.

Intanto che aspettiamo che passi il temporale, siamo nella stagione dei monsoni, Squall ci chiede informazioni sulle Red Brigates, sul movimento sessantottino italiano, sul comunismo che conosce perché sta leggendo Marx. La discussione si fa impegnativa, ora siamo noi a raccontare. Hanno una visione un po’ distorta della nostra storia, la notizia che li lascia più esterrefatti è sapere che le Br erano dei terroristi e che molti dei leader del ’68 sono ora giornalisti, parlamentari, docenti universitari. “E noi che pensavamo di essere come loro. Speriamo di non fare la stessa fine. Ma questo è molto interessante per noi perché ormai da un po’ di tempo il movimento studentesco è in subbuglio. I militari si sono ritirati nelle caserme, il nuovo presidente, Gus Dur, un musulmano moderato, non ci piace molto ma si sta dando da fare per arginare lo strapotere della destra militare. Non abbiamo più nemici visibili. Il movimento che era nato come spontaneo e contro tutto e tutti ora non sa più che via prendere per costruire una nuova Indonesia”.

Sono circa le sei di sera, ha smesso di piovere, si va in strada. Centinaia di ragazzi avanzano con delle fiaccole in mano, alcuni sorreggono tre bare, tante quante i morti dell’anno prima. Vicino a noi un ragazzo ci lascia intravedere il calcio di una pistola che fuoriesce dal giubbotto. Che sia un giocattolo? Non glielo chiediamo. Tuttavia tutto si svolge senza il minimo accenno di scontri. Non ci sono militari né poliziotti ma Squall ci indica gli uomini dell’intelligence, spie pagate dal governo per controllare la situazione. “Ce ne sono anche fra gli studenti. Così come esistono dei provocatori pagati per attaccare i militari durante le manifestazioni e dar loro il pretesto per fare fuoco. Ma nessuno fermerà la nostra lotta per la libertà”. “Cos’è la libertà?”. “Fare ciò che si vuole”, “Ma se qualcuno ti dice che cosa tu vuoi? Ti fa credere che quel che tu vuoi è quello che lui ti permette di fare, sei libero?”. “No – risponde secco Squall – ma voi non avete questo problema, vero? Voi vivete in un paese democratico, libero”. “Sì ma sembra che a nessuno interessi essere veramente libero”. Squall si acciglia. “Ma allora come si può essere veramente liberi?” ci viene in mente mentre facciamo ritorno alla nostra guest house.

Terzo giorno: cattolici e musulmani.

Monsignor Renzo Fratini è marchigiano, una vita in giro per il mondo: America centrale, America latina, Africa, quattro anni in Pakistan e da un anno in Indonesia. “Qui non è come in Pakistan, là è un paese in cui l’Islam fa paura. Qui la maggior parte della popolazione è musulmana ma tollerante. È il più grande stato musulmano del mondo, i cristiani sono solo il dieci per cento, un altro dieci per cento sono induisti. Ci sono cinque religioni ammesse, è vietato essere atei perché essere atei significa essere comunisti e Sukarno prima e Suharto poi hanno demonizzato il comunismo. Sulla carta d’identità trovate scritto che religione professate. Ma non fidatevi troppo di queste statistiche; i musulmani le amano tanto che spesso vi costringono a rifare più volte la carta d’identità perché ci ritrovate scritto “muslim” anche se avete dichiarato di essere “cattolici”. Un padre gesuita lì presente conferma “io l’ho rifatta tre volte”. “Qui la Chiesa – prosegue il Nunzio – vive una situazione differente a seconda dei luoghi. In certe isole può svolgere tranquillamente la propria missione, in altre è più difficoltosa come per Aceh. Ma in generale si può stare tranquilli. Certo che vicende come quella di Timor Est fanno capire come il fattore religioso non possa essere trascurato. Tuttavia occorre stare attenti perché spesso la religione viene usata come pretesto per nascondere altri fini, economici o politici, e come elemento separatore. Soprattutto in quelle zone dove invece la convivenza fra cattolici e musulmani è pacifica”. “Come fra gli studenti?”, “Sì. L’Indonesia sta cambiando grazie a questi giovani. Il governo li teme e cerca di dividerli affinché sia più facile controllarli”. Usciti sentiamo il richiamo alla preghiera proveniente dalla Moschea, un’enorme costruzione di un’imponenza impressionante. Di fronte c’è la cattedrale cattolica, ma è tutta all’ombra dell’enorme costruzione musulmana.

Quarto giorno: l’ambasciatore e la bottiglia di whisky Grazie al Nunzio riusciamo a farci ricevere dall’ambasciatore italiano. Ci accoglie un carabiniere, “Mi avevano promesso l’isola di Bali e sono finito qui. Ma voi che ci fate?” ci chiede. “Stasera andiamo a cena con amici” gli rispondiamo. Si assenta un attimo e torna con un foglio su cui sono segnati tutti i locali di Giakarta. Ci sentiamo un po’ più a casa.

Con l’ambasciatore chiacchieriamo solo per dieci minuti e pur confermandoci le informazioni del Nunzio ci racconta che “ora nell’isola di Aceh, a nord di Sumatra, si sta vivendo una situazione difficilissima. L’Indonesia è un paese formato da migliaia di isole; la politica del governo da Sukarno fino ai giorni nostri è stata contraddistinta da una forte preoccupazione accentrativa. La geografia di questo paese non aiuta a tenere unita e salda la nazione. In occidente abbiamo conosciuto la situazione di Timor ma qui le rivolte nelle isole sono all’ordine del giorno. Giava è l’isola con la più alta densità di popolazione di tutto il mondo ma non ha risorse, le altre isole sono semidisabitate ma ricche di materie prime. È logico che tentino di staccarsi dal governo centrale. Come sta capitando ad Aceh, con l’aggravante che il partito che guida la rivolta è capeggiato da fondamentalisti islamici. Ma in Italia i giornali scrivono che lì le donne cattoliche vengono violentate solo per il fatto di professare la loro religione? In Italia sapete che molti missionari e tutti coloro che non sono musulmani vengono cacciati da questa zona?” Non sappiamo rispondere, non è facile trovare i giornali italiani a Giakarta. Vedremo al ritorno, al massimo lo scriveremo noi.

La sera la passiamo con Squall e tre suoi amici in una churrascheria, alla fine della cena mettiamo sul tavolo una bottiglia di Caol Ila. “Da noi i superalcolici li trovi solo al mercato nero” ci informano. La conversazione è continuamente interrotta da repentini “ssst”, non appena si avvicina un cameriere o un cliente. “Dobbiamo tenere sempre gli occhi ben aperti. Non si sa mai. Parliamo di calcio”. E così veniamo a sapere che in Indonesia il calcio italiano è molto seguito e che ogni domenica vengono trasmesse due partite. “Come sta Ronaldo?” ci chiedono. “Meglio di voi” è la risposta.

Quinto giorno: basket, zanzare e montagne Siamo di nuovo in università. “Squall chiediamo – ma voi siete sempre qui dal lunedì al sabato?”. “A volte vengo anche la domenica. Scavalco e entro. Nessuno te lo proibisce”. “Nella nostra università devi chiedere il permesso per appendere un manifesto, devi chiedere il permesso per ottenere un’aula, non si può nemmeno entrare nel prato, e poi…”. Ci interrompe “La vostra università ha troppe regole”. Ma noi non eravamo il popolo libero? Si gioca a basket nel campo interno al Campus. Vinciamo solo perché siamo tutti dieci centimetri più alti di loro.

Ci portano in una delle loro aule, redazione di un loro giornalino, “Viaduct” che significa “Ponte”. Si chiacchiera un po’ di tutto e notiamo come ci sia meno diffidenza da parte loro nei nostri confronti. “Certo non siete passati inosservati – ci dice Squall – alcuni nostri amici pensano che voi siate spie della Cia”. E ride. “Ma ora noi siamo amici”. Chiediamo loro che ne pensano della questione religiosa e se è vero che viene utilizzata per dividerli. A risponderci è Fabi, un ragazzo musulmano “Questo è vero. Spesso tentano di metterci l’uno contro l’altro. Noi questo non lo vogliamo”. Poi prosegue “Una mattina mio padre mi ha chiesto “Tu sai perché vai in università?” e io gli ho risposto “Perché ho le gambe papà”. “E sai perché riesci a vivere?”, “Perché posso mangiare e respirare”. Allora mio padre ha afferrato un mosquito e mi ha chiesto “Saresti capace di farne uno uguale?”. Così ho capito che esiste qualcosa più grande di me. Io sono musulmano ma ho sempre frequentato scuole cattoliche perché sono migliori. Io rimango un buon musulmano e ho amici cattolici. Che male c’è?”. Toghi, un altro studente cattolico, ci chiede delle montagne, della neve. “Al mattino andando in università ne vediamo i profili”. “Io al mattino prego il buon Dio e lo ringrazio di aver creato me e il mondo”. Per questi ragazzi è tutto tremendamente semplice, esiste un Dio, esistono il mondo e le cose, esiste uno stato oppressore che li soffoca, esistono le loro battaglie per diventare liberi.

Sesto giorno: saluti e una promessa È tempo di tornare in Italia. Ma non vogliono lasciaci andare via a mani vuote. Ci riempiono di adesivi, una copia del loro giornale, due giubbetti della loro università, le foto delle manifestazioni e un proiettile. “L’ho raccolto per strada” ci dice Squall. Ma quando riusciremo a rivederci? “Forse tramite vie ufficiali, attraverso una collaborazione fra università”. “Dobbiamo assolutamente rivederci, ora che siamo diventati amici”. Ogni promessa è debito.

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