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Timor Est: complotto per un genocidio Non è stato un fulmine a ciel sereno. L’ondata di violenza belluina che all’inizio di settembre ha spazzato Timor Est all’indomani del referendum sull’indipendenza del territorio e che l’intervento delle forze dell’Onu è riuscito soltanto a mitigare un po’ rappresenta un crimine da lungo tempo programmato e studiato a tavolino. Lo racconta con dovizia di particolari The Observer , il settimanale abbinato al quotidiano britannico The Guardian. In una corrispondenza a più mani dall’isola si narra di una riunione presso il comando militare di Dili la mattina del 31 agosto, dove il generale Zacky Anwar Makarim avrebbe dato l’ordine di passare alla fase operativa, visto il responso anti-indonesiano delle urne.

Via libera all’Apocalisse “Le milizie dovevano condurre perquisizioni casa per casa nelle città e nei villaggi pro-indipendenza e mettere sotto assedio Dili. Tutte le strade in entrata e in uscita dalla città dovevano essere bloccate, e le forniture di acqua ed elettricità sospese. Tutte le comunicazioni con il mondo esterno sarebbero state interrotte. Poi – venne detto ai comandanti – i loro uomini avrebbero radunato migliaia di donne e di bambini che, una volta caricati su camion, sarebbero stati trasportati a Timor Ovest. Migliaia di persone, più docili al governo di Giakarta, sarebbero arrivate via mare per riampiazzarli. Infine – questione cruciale – le Nazioni Unite e i giornalisti sarebbero stati costretti ad andarsene: i generali non volevano testimoni degli assassini. Per i militari indonesiani un anno di pianificazione stava per tradursi in realtà. Per la gente di Timor Est stava per iniziare un incubo”. (…) Una lunga programmazione senza improvvisazioni “Nel novembre scorso… 5mila timoresi dell’ovest, quasi identici alla popolazione dell’est per origine etnica ma di religione musulmana e non cattolici, vennero reclutati in nuove milizie dall’esercito indonesiano. Per accrescere il loro numero vennero portate altre reclute provenienti da Giava, cuore dell’Indo-nesia. Pochi giorni dopo, il 4 novembre, 400 elementi di élite del tristemente noto Kopas-sus, unità gruppo 4, combattenti di assalto addestrati ad in-dividuare e sopprimere dissidenti politici, arrivarono nella città portuale di Atapupu. Alcuni furono immediatamente privati delle loro uniformi ed entrarono in Timor Est camuffati e in abiti borghesi. Altri iniziarono a trasportare armi alla frontiera”. (…) “Prove documentali, intercettazioni clandestine di intelligence e resoconti di testimoni oculari mostrano che le atrocità a Timor Est sono state scrupolosamente concepite oltre un anno fa dall’esercito indonesiano. Lo scopo, molto semplicemente, è di distruggere una nazione. I servizi segreti occidentali erano consapevoli dei piani dell’esercito, e hanno avvertito le Nazioni Unite molti mesi fa”. (…) I servizi segreti e l’Onu sapevano tutto! “La preparazione di una campagna di terrore che l’esercito intendeva lanciare era stata notata sin dal luglio 1998, quando vari rapporti avevano denunciato che l’esercito stava creando milizie civili armate. Nessuno ci aveva fatto caso. Il 4 marzo rappresentanti della DIO (Organiz-zazione intelligence militare) australiana avevano telegrafato al loro quartier generale che i militari indonesiani stavano “chiaramente proteggendo e in alcuni casi collaborando” con le milizie. Basando i loro rapporti su conversazioni telefoniche satellitari fra ufficiali superiori a Dili e a Giakarta intercettate, essi sostenevano che le milizie avrebbero attuato una “politica della terra bruciata” se il voto fosse stato loro sfavorevole. Il governo australiano passò la scottante informazione alle Nazioni Unite. Le quali ricevettero documenti relativi ai piani indonesiani anche da fonti della resistenza. Anche il loro briefing sulla sicurezza della terza settimana di agosto notava “un coinvolgimento continuativo delle forze armate indonesiane” con le milizie e preparativi per ”un’offensiva su larga scala” dopo il referendum. A questo stadio c’erano milizie in ciascuno dei tredici distretti del territorio, e i loro leader erano stati accuratamente selezionati dall’esercito indonesiano”.

“Operazione Piazza Pulita”
“Un documento militare indonesiano fatto filtrare alla resistenza est-timorese in giugno rivelava che la provincia era stata suddivisa in quattro “zone di uccisione”. Il piano, conosciuto più tardi come “Operation Global Clean Sweep”, (“Operazione Piazza pulita globale”), auspicava il reclutamento forzato della gente del posto nelle milizie. L’esercito ha pure fornito alle milizie elicotteri, equipaggiamento per comunicazioni, automobili e computer. Una serie di documenti, visti da The Observer, provano che un’ingente somma proveniente dai prestiti per progetti di sviluppo al governo indonesiano è stata dirottata alle milizie.

Ulteriori ordini furono dati all’inizio di maggio in un documento dell’esercito ottenuto da leader pro-indipendentisti: “Si devono compiere massacri nei vari villaggi dopo l’annuncio dell’esito del referendum se questo è favorevole all’indipendenza”, mentre il movimento indipendentista “dovrebbe essere eliminato dalla leadership fino alle radici””.

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