Da Seul Monti lancia un monito ai partiti: «Potremmo non restare»

Il premier, dal Summit sul nucleare in corso in Corea, prende in prestito una frase di Andreotti («non tiro a campare») e lancia un segnale preciso ai partiti: «Se il Paese, attraverso le sue forze sociali e politiche, non si sente pronto a quello che secondo noi è un buon lavoro non chiederemo certo di continuare per arrivare a una certa data».

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Dalla Corea il premier lancia un monito ai partiti: se il Paese non è pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro, il governo potrebbe non restare. E riferendosi a una celebre frase di Andreotti chiarisce: non tiro a campare. Lo dice, Monti, al termine delal prima sessione di uno dei più grandi vertici internazionali mai organizzati, oltre 50 tra capi di Stato e di governo, un’ora dopo aver discusso con Obama di sicurezza nucleare nei settori civile e militare, con il premier di Singapore delle enormi disponibilità del Fondo sovrano del piccolo Stato, con quello canadese delle scelte dei fondi pensione che fanno capo ad Ottawa. Argomenti utili al costo del nostro debito pubblico, all’immagine del nostro Paese all’estero. (Corriere, p.2)

«Potremmo non restare…», scandisce Monti con una punta di stanchezza, dopo un volo di quattordici ore, un fuso di sette, cinque bilaterali. Per introdurre l’argomento non nomina Andreotti ma la sua frase celebre («diceva un illustrissimo: meglio tirare a campare. che tirare le cuoia»), perché al Professore non piace, perché «abbiamo un obiettivo più ambizioso, che è semplicemente non durare, piuttosto fare un buon lavoro». E nella cornice di questo «buon lavoro», il cui riferimento d’attualità è la riforma appena varata, per la quale «abbiamo scelto la qualità. facendo una scelta matura», le frasi di Bersani e Alfano che litigano a distanza, che si intestano vittorie o sconfitte presunte, che vengono riferite dai cronisti, che a loro volta esigono risposte e commenti ulteriori, tutto questo può essere commentato dal presidente del Consiglio, a suo giudizio, solo con un’apparente minaccia: «Rifiuterei il concetto stesso di crisi», perché «se il Paese, attraverso le sue forze sociali e politiche, non si sente pronto a quello che secondo noi è un buon lavor  non chiederemo certo di continuare per arrivare a una certa data». Il tono è più quello del paradosso, della provocazione, e forse anche quello di un uomo stanco di rispondere a domande sull’Italia in un contesto internazionale («per cortesia non scrivete solo dei fatti nostri»). Accadeva con il Cavaliere e ricomincia ad accadere ora: anche Monti è inseguito dalla politica interna. (Corriere, p.2)

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