Da Rimini per imparare un giusto quesito:’Cos’è Cl?’

Non foss’altro per l’attenzione mediatica di cui è stato oggetto quest’anno il Meeting di Rimini, la domanda conclusiva che don Gianni Baget Bozzo formula nella sua rubrica è più che giustificata. ‘Cos’è Comunione e Liberazione?’. Senza alcuna pretesa di dare risposta esauriente (non abbiamo né la competenza, né l’autorità di Eugenio Scalfari per farlo) si potrebbe già dire: Cl è un movimento ecclesiale riconosciuto dalla Chiesa cattolica e, come dimostrano le fitte e più che simpatetiche corrispondenze tra il fondatore don Luigi Giussani e almeno tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger, attuale Benedetto XVI), un movimento che ha goduto e gode di una particolarissima preferenza da parte del papato. Inoltre – particolare non da poco in un mondo che conosce le sue intolleranze di civiltà – è un movimento diffuso in oltre settanta paesi del mondo, dalle Americhe all’Uganda, da Taiwan al Portogallo, a cui viene unanimemente riconosciuto uno spirito missionario, ecumenico, di pace, che non si nutre di verbosità e marce simboliche, ma di una grande cura dell’uomo.
Più che essere un’organizzazione, si capisce che Cl è un luogo, sono delle persone, è un certo modo di stare al mondo. Un modo, per esempio, dove l’estetica viene coltivata come sostanza dell’etica. Dove i giovani vengono appassionati alla bellezza pura, al canto colto, all’arte alta. Dove può accadere, grazie al riconoscimento non di una politica comune, ma di una comune istanza di verità della vita, l’imprevedibile e non adreottiana corrispondenza tra mondi oggi radicalmente separati dalla cortina di ferro del nichilismo fondamentalista da una parte, relativista dall’altra (è il caso dei due musulmani egiziani il cui intervento a Rimini ha ispirato il comunicato finale del Meeting). Ciononostante, si capisce, siamo ancora nell’anticamera della questione. Cos’è Cl? La domanda merita di restare aperta. Perché, succede proprio così, sono cinquant’anni che Cl sfugge a ogni definizione. D’altra parte è un fatto – l’ha ammesso anche Pierluigi Bersani nel suo passaggio neoagostiniano al Meeting – dei movimenti sorti nel ’68, Cl, che del Sessantotto fu in parte precursore in parte vittima dei suoi estremismi, è rimasta l’unica presenza. E non una presenza qualsiasi. Ma, come nota don Gianni, una presenza vigorosa, variegata, multiforme; anche contraddittoria, ma – ecco il tratto saliente – comunque viva (come nota Cominelli). Detto questo, sembra che ci sia un unico modo per cominciare a rispondere alla domanda su cosa sia Cl. Quello che in questi giorni, introducendo l’annuale raduno di responsabili internazionali, ha fatto balenare don Julián Carrón, l’uomo che don Giussani ha scelto come suo successore alla guida del movimento. «Abbiamo incontrato qualcosa che ci consente di fare un cammino. Perché non si finisce mai di imparare. E imparare è imparare a fare una strada. Imparare un metodo dove il nostro io fiorisce».
Parole che non è strano riecheggino quelle sentite dal direttore di questo giornale durante uno scambio di idee avuto con i due musulmani intervenuti al Meeting che hanno presentato la traduzione in arabo dell’opera del fondatore di Cl. Said Shoaib, direttore di un giornale neo nasseriano, secondo cui «Giussani non è un uomo della religione, è un uomo della vita. Perché giunge a Dio dall’umano, dalla bellezza, dall’arte, dalla letteratura». E Wa’il Farouq, studioso di islamistica, che ha visto al Meeting «un’incredibile pace tra i molteplici aspetti della vita umana e il fatto religioso. Ci avevano detto che avremmo trovato a Rimini gli ultimi fondamentalisti cristiani, piantati in mezzo alle rovine di un Occidente immorale e corrotto. Ho visto persone non soltanto religiose, ma tese ad allargare la loro ricerca».