Da Einaudi al Saloon di Torino

L’ospite/Guaraldi

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Non fosse che per l’acuto dolore che mi procura, se non per ciò che ha rappresentato per la cultura italiana, mi irrita che la morte di Giulio Einaudi sia stata poco più che l’occasione per acidule e aneddotiche “rese di conti” personali fatte a mezza bocca (Davico, Bonino, Fruttero e Lucentini, lo stesso Cases) o per i più triti luoghi comuni di chi (come Inge Feltrinelli: “l’ultimo dei grandi!”) da gran tempo ha nostalgie e pruriti solo delle piazze che senza pudore si definiscono “esclusive”, come quelle che Principe Giulio sapeva organizzare così bene nei castelli francofortesi, col gotha gauchista. Con Giulio Einaudi si chiude una stagione editoriale nata male e conclusasi peggio, dopo la “guerra di Segrate”, nella più totale omologazione e nel rinsecchimento di ogni tensione culturale. Noi editori più giovani ne siamo stati vittime e complici. Nel bollore psicanalitico degli anni ’70 ero arrivato a dichiarare pubblicamente che Giulio Einaudi era il nostro Edipo irrisolto: bisognava che trovassimo la forza di “uccidere”, psicanaliticamente, quel padre-padrone che pure aveva saputo generare in noi una cultura vagamente mostruosa per onnipotenza ma straordinariamente affascinante. Figlio di questa cultura, sono rimasto intrappolato per anni dal fascino ipnotico del “gusto einaudiano”: pura ideologia in bianche copertine, cocaina ideologica raffinata dalle scorie oleose che rimanevano ben stivate nei sacchi di Botteghe Oscure, da dove i Togliatti, i Paietta i Berlinguer (grande Berlinguer!) i Rodano e i Tortorella tiravano da lontano le fila della più straordinaria operazione di manipolazione politico-culturale mai realizzata in un paese occidentale; mentre i ragazzi di bottega con le magliette a strisce, i D’Alema, i Mussi, i Veltroni imparavano rapidamente e malamente. Altrove, a Milano, altri sciagurati, nevrotici e ben più arroganti editori figli di papà facevano ben di peggio: pubblicando con i soldi della solida azienda paterna, a casaccio e spesso per sbaglio, “Il Gattopardo”, gli ideologi della Berlino Est, Gunther Grass e Fidel Castro; e soprattutto addestrando giovani irrequieti, ignari di tutto, alla guerriglia armata. La sinistra legalitaria e al potere ha prontamente dimenticato – e fatto dimenticare – l’immagine di un uomo dilaniato su un traliccio, a Segrate. Rileggere il vecchio Montanelli, per credere e capire qualcosa di quegli anni di piombo editoriale: si stampava davvero col piombo delle lynotype e delle P38. I nomi di chi protestava contro “l’omicidio Feltrinelli” sono ancora là, in calce ai documenti dell’epoca, ed è interessante riscorrerli uno ad uno, dall’ex Direttore della Stampa, Carlo Rossella, in giù… Altri, come Adelina Tattilo, rimpinzavano di “cultura” le prime testate porno made in Italy (Playmen) che avrebbero di lì a poco inondato il mercato, con buona pace di quel magistrato fiorentino che fece condannare il mio “Libretto rosso dello studente” per istigazione alla prostituzione. Iroso, arrogante, algido, egoista, egocentrico: si è detto di Giulio Einaudi. Ma anche lagnoso e querulo quando doveva mendicare in Botteghe Oscure salvataggi miliardari per le sue Grandi opere Rateali di stampo sovietico. Senza spina dorsale quando si trovò, quasi senza accorgersene, a “presiedere” per acclamazione la Lega per una Editoria democratica, uscita dal Convegno di Rimini del ’74 più consistente dell’Associazione confindustriale degli editori, collocata presso la Regione Emilia Romagna, con Guido Fanti Presidente. E uomo senza dignità, quando lo relegarono all’ultimo piano dell’Electa, Principe decaduto, ormai inutilizzabile e perciò inutilizzato. I tempi erano cambiati. Il PCI era cambiato. Il Paese era cambiato. In peggio, bisogna pur dirlo. Solo le formiche, ormai, povero Giulio, sembravano incazzarsi sotto l’altero struzzo del suo logo. Ma era un “peggio” figlio di quella cultura, di quell’arroganza: quasi quanto il gratta e vinci inventato da Veltroni per salvare i Musei italiani dal degrado.

È morto Einaudi e un po’ mi sento letteralmente morire anche io, per opposte ragioni. Lui, mi pare, rassegnato, io ancora inutilmente e disperatamente ribelle. Eppure a Giulio ho voluto bene, come a Federico Gentile, come a Spagnol, come ad Alberto Mondadori. Sono anch’io di questa generazione, ormai scomparsa. Quanto a me, ho giocato la mia partita. Agli occhi di tutti, io, Guaraldi Editore, l’ho persa. Io penso che in realtà sia l’editoria italiana ad aver perso la sua battaglia: basta vedere come una manciata di milioni dell’IBM e di Lampi di Stampa può mettere il bavaglio a quella autentica rivoluzione distributiva che si chiama print-on demand e che il Consiglio d’Europa avrebbe voluto proporre alla “rinnovata” (?) Fiera del Libro di Torino dimostrando che l’alternativa culturale alla guerra in Kosovo è la salvaguardia delle diversità culturali, stampando da remoto, via Internet, i libri di testo per i bambini albanesi sradicati dalla loro terra, ovunque si trovino. Il Print on demand che verrà presentato a Torino è invece ridotto ad una sorta di collana di recupero per alimentare con “libri zombie” prelevati dai cimiteri dei cataloghi editoriali le quotazioni al ribasso del circuito librario di Messaggerie Italiane.

Ps: A verifica e discussione delle tesi qui esposte il lettore potrà trovare nel sito www.guardaldi.it un’ampia documentazione del “meglio” della Giulio Einaudi editore.

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