Craxi, Sciascia, e i professionisti dello stato eti(li)co

Terrazze romane

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Chissà che cosa avrebbe scritto l’indimenticabile Leonardo Sciascia, di cui si è appena celebrato il decennale della morte, se avesse potuto ascoltare o leggere le truculente dichiarazioni cadute nei giorni scorsi da destra e da sinistra, togata e non, sulla ipotesi di una grazia presidenziale per Bettino Craxi, peraltro gravemente malato, o di un’amnistia per Tangentopoli. Ma sì, avrebbe probabilmente riproposto queste riflessioni da lui stesso destinate “a futura memoria”, poco prima di morire, a quelli che aveva già definito i professionisti dell’antimafia: “Il fatto è che i cretini, e ancor più i fanatici, sono tanti; godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nell’eterno fascismo italico. Lo Stato che il fascismo chiamava “etico” (non si sa di quale eticità) è il loro sogno e anche la loro pratica. Bisogna loro riconoscere, però, una specie di buona fede: contro l’etica vera, contro il diritto, persino contro la statistica, loro credono che la terribilità delle pene (compresa quella di morte), la repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli, siano gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti”.

E l’instancabile senatore Di Pietro avrebbe presentato decine di interrogazioni urgenti al ministro della Pubblica Istruzione per bandire dalle scuole della Repubblica delle Procure i libri di questo pericoloso scrittore. Che ne avrebbe riso di cuore.

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