Corpus Domini. Una riflessione ebraica eterodossa per gli amici cristiani

Un arrischio con una fuga sul dialogo tra ebrei e cristiani da parte del nostro amico Vittorio Bendaud, coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro Nord Italia,

Mi perdoni il lettore per questo pezzo stravagante, forse per essermi spinto davvero troppo oltre, e s’armi di pazienza per l’eccessiva lunghezza e le divagazioni.

Prima scena

Sul far della sera di un giorno di tarda primavera, forti e allegre rintoccano a distesa le poderose campane della torre. Dalle facciate delle case sventolano festoni e addobbi. Per le contrade, composizioni di fiori, create dalla fantasia di menti ispirate e da mani esperte, adornano i crocicchi. Le persone s’accalcano; vecchi bestemmiatori si levano il cappello; gaudenti nei bar, tra un cicchetto e l’altro, ammutoliscono e inspirano più concentrati una catramosa sigaretta; donne anziane e bimbi s’affacciano da finestre e logge, sommessamente recitando orazioni, affidando trepide a Dio destini, dolori, speranze, anime e corpi; giovani incuriositi, o insospettiti, cercano di capire cosa significhi e se li riguardi, mentre qualcuno di loro si unisce al corteo per accompagnare la ragazza o per provarci con fresca spudoratezza con una qualche devota fanciulla, anch’ella dotata d’occhi e di passione. Mani ossute dai davanzali lanciano petali di fiori, tributo soave che rallegra la vita e profuma già di morte. L’anziano don Camillo, provato dagli acciacchi di una zelante vetustà, da mille fatiche, trasfigura nello splendore dei paramenti. Nunc dimittis. Il candido e lungo piviale è ricoperto sulle spalle dal largo velo omerale, con i suoi splendidi ornati, tra geometrie ardite, acanto e gigli, in oro zecchino. Le mani impugnano, avvolgendolo nei velluti, un ostensorio gemmato, mimando il gesto pietoso del pio ebreo Giuseppe d’Arimatea, che avvolse in un mesto sudario, ricomponendolo, il corpo esanime del suo correligionario Gesù, vittima di Roma e dell’impero, nonostante per secoli si sia gettata l’infamia su tutti gli altri ebrei per così assolvere Roma, quello stesso impero che crocifisse in Giudea e altrove numerose migliaia di altri figli di Israele. Seppellire i morti, che non ti possono più ringraziare per aver offerto loro l’estrema ultima cura, riconoscendo persino in quelle spoglie mute l’inviolabile dignità dell’umano: un atto religioso sommo nell’ebraismo, che, suo tramite, il cristianesimo recepì e a sua volta insegnò. Il velo bianco, che incornicia Camillo e l’ostensorio, rammemora così funebri stoffe, ma il fulgore del ricco ricamo allude ad altri eventi, come se l’arte tessile riuscisse a trasporre in decori il verso del Victimae Paschali: ‘mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus’.

Lo stesso accade a Milano, dove, su una consunta chiatta che beccheggia sull’acqua dolce e cheta dei Navigli, attorniato dalle torce dei canonici che baluginano nel vespro, un alto e austero cardinale, ieratico ed elegante, è una macchia scarlatta nelle ombre della sera, non per le sete della porpora, ma perché il rito ambrosiano ricorre al rosso come colore eucaristico, remota eredità delle antiche liturgie dei cristianesimi d’Oriente, spesso ancora oggi purtroppo visceralmente antiebraici per rito, teologia e pressante strategia politica, spesso ancora oggi martiri, volutamente dimenticati, di secolari vessazioni religiose e di reiterata violenza omicida e sacrilega. Quei Navigli, figli del genio leonardesco, che, come un cordone ombelicale o un ventre, avvolgono la cattedrale, dedicata a una bimba ebrea in fasce, e che, nel loro serpeggiare dal Ticino per costruire la cattedrale, hanno costruito la città ambrosiana. Le soffici volute dell’incenso, infuso in oscillanti turiboli, scalano l’aria e catturano, avvolgendoli, gli ultimi languidi raggi di luce, offuscandoli e rendendoli per un istante più distinti, in un’effimera e odorosa miscela di grigi e di oro.

Nel paesino e nella città, cori che provavano da settimane intonano l’Adoro Te devote di Tommaso d’Aquino, capolavoro poetico e teologico, che il gregoriano accompagna come materna ninnananna. “Latens Deitas”, continuava Tommaso, “quae sub his figuris vere latitans” intona il coro, cercando di scorgere tra gli involti della cotta e del piviale ciò che occultandosi si svela. E ancora, con un folgorante chiasmo, salmodia l’Aquinate “in cruce latebat sola Deitas, ac hic latet simul et humanitas”. Anche se si appartiene a un altro universo religioso, ove tutto ciò è quantomeno radicalmente incompatibile, non si può che restare ammirati dinanzi al genio di uomo che, non dissimilmente da Dante, rese efficacemente teologica la poesia e intimamente poetica la teologia. Chi conosca gli antichi inni liturgici sinagogali, sefarditi e italiani, mirabili sintesi tra linguaggio e contenuto, insuperata e preziosa intuizione dei rabbini medievali sull’infinito di Dio e sulla Sua Torah, non può non apprezzare qui la concisa eleganza di Tommaso, anche se gli è totalmente e irriducibilmente estranea.

Visus, tactus, gustus in Te fallitur, sed auditu solo tuto creditur, continuano Tommaso e il coro. Pur con una distanza siderale rispetto all’ebraismo, Tommaso recepisce e rivendica il primato religioso dell’ascolto, dell’udito, come insegnato da millenni dallo Shema‘ Israel; quel ‘senso’ così privilegiato e sottile, di primo acchito sfuggente, privo di dimensione, ove intendere è sia ascoltare sia comprendere, che fece sì, come ha suggerito in anni recenti un teologo cattolico statunitense, che gli ebrei siano riusciti a sviluppare ‘un’incomparabile capacità di ascolto’ e ‘abbiano inteso come nessun’altro sia mai riuscito a fare, divenendo i più attenti ascoltatori della Storia’.

Irrompe, infine, prima che la processione entri nella piccola chiesa di don Camillo e nelle svettanti navate della cattedrale, garrula l’argentina voce degli ottoni, con il popolo che si bea a cantare le note baldanzose di Inni e canti sciogliamo fedeli, narranti ancora di misteri ‘ascosi in mistici veli’, di ‘veli che il grano compose’, di un’alma smarrita che ora riposa.

Seconda scena

Esiste, però, anche se fortunatamente non ci è più contemporanea -mentre sta eclissandosi quella che ho appena cercato di restituire nella sua decorosa dignità e nella sua poesia- una seconda scena, che si è ripetuta nei secoli troppe volte, in varie perverse versioni, e che Paolo Uccello ci consegna in una tremenda predella d’altare, conservata in Urbino nella bellissima Galleria Nazionale delle Marche, nota come Il miracolo dell’ostia profanata, commissionatagli tra il 1465 e il 1468 dalla Compagnia del Corpus Domini.

Va fatta una premessa. Nel 1079 Gregorio VII pose fine all’animatissima disputa eucaristica, riguardante la transustanziazione del pane e del vino, sollevata nei decenni precedenti da Berengario di Tours, avversato ferocemente, tra gli altri, da Alberico di Montecassino, Adelmanno di Liegi, Ugo di Langres e Lanfranco di Pavia. È in questo contesto che si verifica il celebre Miracolo di Bolsena, che nel 1290 ispirò all’ascolano Niccolo IV -tra i principali protagonisti della cultura medievale, fondatore di università, nonché primo pontefice francescano e predecessore del papa che ‘fece per viltade il gran rifiuto’- l’edificazione del Duomo di Orvieto, mirabile gioiello del gotico italiano. Ed è questo sprone teologico a far comporre a Tommaso i suoi inni eucaristici, musicati nei secoli dai migliori geni della musica, assieme ad altri ‘pezzi’ consimili, come il celebre Ave Verum eternato da W.A. Mozart. Nel secolo XI il cristianesimo occidentale fu quindi profondamente scosso da forti sussulti interni (ivi incluso lo scisma tra Roma e Costantinopoli), ricordandoci che furono anche gli anni immediatamente a ridosso dell’indizione della Prima Crociata (1096), con gli ebrei massacrati a migliaia nel bacino del Reno: il primo grande eccidio nell’Europa cristiana, dopo l’ecatombe degli ebrei di Granada perpetrata da mano islamica nel 1066 nel cuore della Spagna musulmana (la prima grande persecuzione islamica antiebraica, dopo i cruenti fatti di Madina che videro direttamente in azione Muhammad).

È in questo esplosivo contesto che iniziano a dilagare storie a tinte pesantemente fosche, dal sapore leggendario e con presunti intenti edificanti per il popolo cristiano, tremendi veicoli di antisemitismo, con effetti fin da subito devastanti per gli ebrei. A Trani, nella chiesa di S. Andrea, è conservata la reliquia attestante il ‘miracolo eucaristico’, colà verificatosi proprio attorno all’anno mille, quando quel dinamico centro costiero era ancora abitato da una prospera comunità ebraica. L’agghiacciante storia, che ripropone un tema antico risalente a Gregorio di Tours e originariamente ambientato in Oriente, vorrebbe che una donna ebrea, per irridere la fede cristiana, abbia occultato durante la messa un’ostia consacrata, che poi mise in una padella d’olio bollente. L’ostia si sarebbe trasformata in carne, sanguinando abbondantemente e tracimando per le vicine vie. Una storia simile, altrettanto cruenta, con l’erezione di una cappella votiva e il conclusivo supplizio tramite rogo degli ebrei, avviene a Parigi nel 1290, ed è proprio quest’ultima vicenda a ispirare la predella di Paolo Uccello. Nel 1150 il cronista di Liegi Jean d’Outremeuse riporta presunti fatti di tal sorta, ove un ebreo convertito avrebbe sottratto durante la messa di Pasqua un’ostia consacrata, per poi seppellirla in giardino; quando un prete ne rinvenne l’ubicazione, iniziò a scavare e vi ritrovò il corpo senza vita di un bambino, che venne però rapito in cielo da un angelo.

In queste narrazioni spaventevoli, l’ebreo, doppiamente perverso se donna o se subdolamente convertitosi al cristianesimo -cioè divenuto invisibile nella società cristiana-, è ormai (compiendosi così il cammino avviato secoli prima dall’antica polemistica patristica) a tutti gli effetti decaduto da persona a mostro, destabilizzante, con la sua stessa esistenza e la sua fedeltà alla propria fede, l’intera società cristiana che proprio sull’ebraismo si fonda. Non è un caso che esattamente attorno al XIII secolo, come si evince da molti manoscritti cristiani medievali, l’immagine fisica dell’ebreo abbia iniziato a essere deformata, per iniziare progressivamente ad assumere quelle parvenze maligne tipiche della propaganda antisemita. Non solo: in alcuni codici vediamo paradossalmente ritratto Pilato con il vestiario discriminatorio imposto in quegli stessi anni in Europa agli ebrei. Questo accadeva perché l’alterità ebraica era un’alterità interna, radice essenziale del sé cristiano, da occultarsi, censurarsi e negarsi; come tale, dunque, costitutivamente avvertita come un’alterità più insidiosa di qualsiasi alterità esterna, come ad esempio quella islamica. Un mostro ebraico, dunque, con intenti demoniaci e sanguinari, su cui si assommarono le ulteriori coeve fantasie di crimine rituale, ove si voleva che gli ebrei impastassero per Pesach -la Pasqua ebraica, su cui il cristianesimo istituì l’Eucaristia- le azzime con sangue di bambini cristiani. Ebbe inizio a Norwich, nel 1144, ove oggi la splendida cattedrale gotica ospita tristemente al suo interno uno scivolo idiota per ‘coinvolgere’ i bambini, una deprimente ed esecrabile farsa contemporanea. Da Norwich l’infezione giunse in Germania, per dilagare in Occidente e poi persino in Oriente, approdando anche in Italia con il falso culto di Simonino. Si radicò così un’immagine oscena dell’ebreo e dell’ebraismo, che arrecò infiniti lutti e infinite tragedie.

È come se, per fugare le tesi di Berengario e per corroborare la linea ortodossa, fosse servito riattivare, in relazione alle specie eucaristiche transustanziate, trasposta su un diverso piano, la falsa narrazione del deicidio, oggi rigettata e sconfessata dalle principali Chiese cristiane, a cominciare da quella Cattolica. Fu così che queste narrazioni medievali e rinascimentali, che proseguirono nei secoli seguenti, più che concrete nelle sofferenze inferte al popolo ebraico, crearono l’immagine mitica di un ebreo satanico e degradato, tra occultismo e vampirismo, tra crudeltà e onnipotenza, non vinto nonostante le continue umiliazioni, che infliggeva alle ostie, che facilmente sanguinavano o si trasformavano in carne, le stesse sofferenze con cui fu percosso e piagato il corpo di Gesù (dai romani). E così le sorti del crocifisso e dell’ostia divenivano le medesime, con le stesse atroci sevizie subite, gli stessi tragici pretesi aguzzini e, persino, la stessa vittima: paradossalmente un uomo ebreo religioso (assieme a tutti gli altri ebrei demonizzati e torturati in suo nome, come osò affermare su tela Marc Chagall, additando una riconciliazione tra ebraismo e cristianesimo che potesse riscattare la Storia).

Tommaso d’Aquino, che aveva un intelletto troppo fine e troppo allenato per facilmente cadere in queste rozze trappole, compose i suoi inni eucaristici senza riferimenti a queste truculenze. Fu però anch’egli vittima (e interprete) dello spirito della sua epoca e della teologia della sostituzione. La ‘teologia della sostituzione’, ovvero il grande piano inclinato che fu condizione di possibilità per una lunga serie di orrori, che risultarono devastanti per gli ebrei e l’ebraismo e che, nei secoli, sfigurò lo stesso cristianesimo. Va ricordato che papa Urbano, quando l’11 agosto 1264 istituì la festa cattolica del Corpus Domini con la bolla apostolica Transiturus, definì e ulteriormente sviluppò la teologia eucaristica cattolica senza far riferimento a nessuna delle truci vicende poc’anzi ricordate, in una prospettiva però di ‘sostituzionismo soft’ -implicito e forse persino inconsapevole- intuibile dalla suggestiva giustapposizione di due cibi ‘contrari’: il cibo di ‘Eden, da cui derivò la mortalità, e il pane e il vino del seder di Pesach celebrato (anche) da Gesù che, transustanziati, sono ‘alimento di vita’ (‘l’aver mangiato di quello produsse ferita, il gusto di questo apportò salute; il gusto ferì e il gusto curò, e di là onde era venuta la ferita venne anche la medicina: e da dove uscì la morte, di là venne la vita’, scrive Urbano IV). Seppur implicitamente, lo schema teologico è quello sostituzionista radicatosi da secoli e all’epoca purtroppo inevitabile: la morte, il Dio severo e la ‘Legge’ sarebbero la ‘sintesi’ della Scrittura ebraica e appartengono all’ebraismo; la vita, la misericordia, la libertà e l’amore appartengono solo all’Evangelo e al cristianesimo. È stato necessario il Concilio Vaticano II per iniziare a mettere in crisi questo schema, poi riconosciuto erroneo, con maggiore o minore successo e trasporto a seconda degli interpreti, dei teologi e dei papi.

Tornando a Tommaso, sia nel Lauda Sion Salvatorem sia nel Pange Lingua, entrambe confluite nel vigente canone liturgico, troviamo operante il modello sostituzionista, ove l’ebraismo, necessaria premessa inverata, diventa, nel caso migliore, una reliquia di un passato oramai esausto o, addirittura, finanche abusivo.

In due terzine della sequenza del Lauda Sion, musicata anche da F. Mendelssohn, leggiamo: In hac mensa novi Regi, novum Pascha novæ legis Phase vetus términat. Vetustátem nóvitas, umbram fugat véritas, noctem lux elíminat. Non dissimilmente, nel Pange Lingua, l’inno eucaristico per eccellenza del Cattolicesimo, vergato da Venanzio Fortunato e poi rivisitato dall’Aquinate per espressa volontà di papa Urbano IV, troviamo che “et antiquum documentum novo cedat ritui”. In entrambi i casi non si parla soltanto di un vecchio inverato e compiuto da un nuovo, ma di un radicale superamento del vecchio operato dal nuovo, ove il vecchio può soltanto o capitolare oppure scomparire, cessando d’essere. La comprensione e l’apprezzamento del vecchio è possibile, inoltre, solo finché funzionale al nuovo, in quanto premessa e comprova. Non solo, esso è associato negativamente alle tenebre notturne, fugate e dissolte dalla luce.

Ciò detto, e nonostante tutto questo, è opportuno non dimenticare o tralasciare che non pochi pensatori ebrei, fermamente avvinti alla tradizione di Israele, rimasero però comunque affascinati dal potente intelletto credente, orante e raziocinante di Tommaso, da Leo Strauss a Giuseppe Laras.

Possibili fughe a mo’ di conclusione

Ho giustapposto due scene, due vissuti, entrambi veri. Essi per secoli, sino a tempi abbastanza recenti (si consideri, infatti, che, per far astutamente parlare di sé, un pittore italiano contemporaneo, Giovanni Gasparro, ha oscenamente riproposto l’iconografia di Simonino con tutti gli stereotipi delle peggiori rappresentazioni antisemite dell’ebreo, suscitando però questa volta autorevoli e vibranti proteste da parte cristiana), sono stati in maggiore o minore misura, a seconda dei tempi e dei luoghi, contemporanei e tra loro opposti. Il buon don Camillo, tributo a Giovannino Guareschi e a tanti preti galantuomini, assieme al cardinale Martini, evocato nella prima scena, sono due persone per bene e nobili, schiettamente autentiche, assieme a tutti coloro che ho immaginato li accompagnassero; ovviamente non c’entrano nulla con le pesanti vicende di cui ho cercato di rendere conto nella seconda scena, che purtroppo non costituirono affatto delle eccezioni isolate, e che sono Storia. Chiaramente ci sono dei rinvii che cercano di cucire, per così dire, realtà tra loro tanto distoniche: ho provato a farlo ricorrendo a Tommaso d’Aquino, che compare in entrambe le scene, seppur diversamente (nessun canto menzionato nella prima scena possiede infatti accenti sostituzionisti). Circa le sequenze e gli inni di Tommaso, inoltre, a fronte della nostra declinante attualità s’impone ricordare che hanno potentemente ispirato alcuni straordinari pezzi musicali (anche scritti da tormentati autori libertini, tra cui persino alcuni di origine ebraica) e stilemi simbolici che hanno guidato l’arte occidentale (basti pensare al ‘pie Pellicane’). L’aver smarrito tutto questo, che -anzi- oggi è tenuto persino in uggia da taluni ideologi, è una delle ombre di certe declinazioni contemporanee del Cattolicesimo (non così tolleranti e inclusive come pretenderebbero d’essere, e che sovente non hanno affatto superato, seppur articolato in diversa forma -più mellifluamente moralistica-, l’archetipo della teologia sostituzionista con i suoi venefici frutti), destabilizzanti per l’Occidente contemporaneo e futuro (ma non solo). Scrive bene Paolo Rumiz -ma con parole non troppo dissimili anche Riccardo Muti ha apostrofato recentemente i vescovi-: “…mi chiedo se la crisi … non sia iniziata con la liquidazione del gregoriano e l’arroganza di architetti incapaci di dare acustica alle chiese. Le chitarre nei canti e i preti stonati hanno fatto il resto, decretando l’eclissi del sacro”. Detto tra noi, non ci volevano certo Rumiz o Muti, bastava il buon senso (come intuito, forse paradossalmente, anche da taluni ebrei e musulmani).

Oggi la maggior parte dei cristiani praticanti, in totale buona fede, ignora queste sanguinose vicende (e ne avrebbe orrore e sincero turbamento); al contempo, purtroppo, non ha spesso più cognizione della straordinaria ricchezza e poesia dei suoi stessi riti, dopo il Concilio Vaticano II coraggiosamente mondati il più possibile dalle storture e dalle derive qui ricordate. Per quanto riguarda gli ebrei, per secoli queste solennità cristiane furono motivo di timori, terrore e sofferenze, come pure probabilmente ne ignoravano, e non solo perché spesso rivolti contro di loro, i contenuti teologici, ardui e complessi.

Perché, allora, riproporre in questi giorni tutto ciò? Per colpevolizzare i cristiani contemporanei, che certamente però non sono responsabili di quanto accaduto nel passato? Oppure per contribuire all’abbrutimento minimalista e pauperista mortificante le liturgie cristiane? Oppure, ancora, per marcare una distanza?

Mi premeva restituire due vissuti contemporanei e contraddittori tra loro, assumendo il fardello di un’estrema complessità, come tale faticosa e con dosi di disincanto.

È di solare evidenza, come ho ricordato nella prima scena, che il dogma della transustanziazione, così caro, prezioso e irrinunciabile per il cristianesimo cattolico e ortodosso, è remotissimo dal pensiero religioso dell’ebraismo (come pure dell’Islam), risultando non solo incompatibile, ma addirittura, per alcuni, estremamente urtante. È difficile restituire, senza infingimenti e con sensibilità e tatto, questo disagio agli amici cristiani. Si tratta, da quanto credo di aver compreso, delle conseguenze estreme e assolute dell’impianto kenotico radicale specifico della Rivelazione cristiana, che è anche la sua originalità, proprio a partire dall’Incarnazione, che ne è la ‘premessa’ (rinvio agli studi di Elia Benamozegh e, recentemente, all’ottimo saggio del rabbino E. Korn Ripensare il Cristianesimo, EDB). Non è quindi peregrino, in proposito, dar voce alle parole del rabbino Laras, mio venerato maestro, che così scriveva con indubbio coraggio: “E, purtuttavia, persino queste stesse forti divergenze teologiche, secondo alcuni interpreti, tra cui Emmanuel Lévinas, rinviano a concetti intimamente ebraici, in qualche modo vicini cioè alla sensibilità giudaica di tutte le epoche, con tutto il vigore del loro senso spirituale. Il riferimento è, in particolare, ad assunti teologici quali la kenosi di Dio e l’umiltà della Sua presenza sulla terra”. Sostare sulle spigolature; sull’assunzione di difficoltà inalienabili, portate però a espressione e comprensione; nonché sulla dignità di differenze, anche irriducibili, è un necessario carattere di serietà e maturità del dialogo, perché questo possa essere vero. La riduzione del dialogo a sola – e più facile – convergenza, peraltro oggi sempre più slabbrata, delle posizioni comuni, benché spesso animata da nobili propositi, è insufficiente e falsante il reale. Inoltre, come stiamo talora sperimentando nel più ampio dialogo interreligioso, esso, se così condotto, può rivelarsi un modo irenico e subdolo per taluni per sovvertire, passando inosservati, questa conquista -preziosa, fragile ed esigente- e il suo linguaggio. Non solo: nel generale clima di intemperie culturale che stiamo vivendo, assistiamo con sempre più virulenza e frequenza all’incapacità di cogliere e rispettare davvero differenze, particolarità e confini, anche quando ostiche, declinando l’assunzione della complessità, come pure di iati e aporie. Si giunge a negarli, sedotti dall’utopistica pretesa di portarli così a una presunta pacificazione, conducendoci invece nei domini di un dispotico e sterile regno dell’indistinto, che mortifica ogni identità e la ricchezza non relativistica della pluralità, attraverso una perversa degenerazione del dialogo a omologante monologo.

Concludendo, vorrei ancora restituire al lettore le parole di Rav Giuseppe Laras. “Per il Cristianesimo incontrare positivamente Israele equivale a riconnettersi vitalmente alle proprie radici identitarie e spirituali, a definirsi, ad autocomprendersi e sentir giustificata la propria esistenza. Per secoli, tuttavia, l’attitudine delle Chiese fu diversa: il problema identitario dei cristiani rispetto alle proprie radici in Israele, si trasformò per gli ebrei in un drammatico problema di sopravvivenza”. L’epoca che stiamo vivendo ha visto il progressivo mutarsi del rapporto tra ebrei e cristiani dalla negazione in riconoscimento. Rispetto al passato, infatti, risulterà più sorprendente e arricchente per i cristiani, come molti tra loro già testimoniano con entusiasmo, poter serenamente riscoprire l’impianto ebraico di molte benedizioni e orazioni della loro stessa liturgia, sapendo della vivente connessione con Israele. Questo, ovviamente, non significa distruggere, con furiosa furia, una ricca eredità di testimonianze artistiche, musiche o testi poetici, consegnandoli al dimenticatoio. Vi potrebbero essere gemme da liberare da incrostazioni rocciose o da rocce taglienti, che non è bene che vadano perse e che sollecitano nuove comprensioni con sapienza, sensibilità, rispetto e studio.

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