Corpi e anime

Bene ha fatto il vescovo Camisasca a ricordare che il cristianesimo ha bisogno di una dimensione “fisica” e comunitaria, non bastano le Messe in tv

Distanziamento sociale per l'emergenza coronavirus in chiesa durante la Messa

Caro direttore, leggo su Libero che il vescovo di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca, si è rivolto ai fedeli invitandoli a tornare alla S. Messa domenicale, avendo constatato che, dopo le regole imposte dal governo (e accettate in silenzio dalla Cei) a causa del coronavirus, circa la metà dei fedeli non partecipa più fisicamente al rito cattolico. Nel suo appello, tra l’altro, Camisasca dice: «Non possiamo accontentarci di preghiere domestiche, sostitutive della celebrazione eucaristica. La dimensione fisica, materiale e comunitaria della realtà ecclesiale non può essere mai dimenticata o sminuita. Sulla terra, senza fisicità non ci può essere gioia; anche nel cielo i nostri corpi saranno trasfigurati ma non eliminati».

Sono molto grato per questo intervento di mons. Camisasca, anche perché fin dall’inizio di questa vicenda ho sempre temuto e sofferto per le decisioni del governo circa le regole da imporre, in particolare, alla Chiesa cattolica. Ho anche confessato pubblicamente che per due volte, per testimoniare il mio dissenso, mi sono avvalso dell’obiezione di coscienza partecipando fisicamente ad una Messa domenicale durante il periodo della chiusura totale. In quel periodo, alcune anime belle e candide dicevano che l’obbligo di guardare le messe in tv avrebbe aumentato la nostalgia di partecipare fisicamente al sacrificio di Cristo. Pia e ingenua illusione! In un mondo che grida dappertutto ed in ogni occasione che Dio è inutile e che possiamo benissimo fare a meno di Cristo, la lontananza dal Suo Corpo e dalla Sua comunità non può non intiepidire la fede e convincere che, in fondo, ha ragione il mondo quando relativizza tutto.

Invece, mons. Camisasca pone, per quel che capisco, due questioni fondamentali: una teologica ed una educativa.

Accenno solo brevemente alla prima, da povero laico di strada. Dio si è incarnato in Gesù Cristo, cioè in un uomo, in una carne, in una storia, in un pensiero, in una vita totale. Il cristiano non può rimanere staccato e lontano da questa carne, pena la riduzione della fede a puro e vacuo spiritualismo. L’incarnazione è l’aspetto distintivo del cristianesimo cattolico, che lo differenzia da ogni altra esperienza religiosa.

Per l’aspetto educativo, ho sempre pensato che Santa Madre Chiesa abbia posto tra i pochissimi obblighi precettivi verso i propri fedeli la partecipazione domenicale alla S. Messa proprio per educare il popolo a stare almeno una volta alla settimana con Gesù e con la Sua comunità per imparare il criterio con cui poi vivere l’intera settimana. Senza questa educazione, il fedele si adeguerebbe con troppa facilità ai criteri del pensiero unico corrente. In questo senso, penso che i ministri massoni di questo governo saranno stati molto felici di obbligare i cristiani a disobbedire alla Chiesa, la quale, a sua volta, ha accettato troppo in silenzio il dictat governativo, che è riuscito addirittura ad interferire con alcuni aspetti sostanziali del rito cattolico. Inaudito!

Il risultato inevitabile è che i fedeli che partecipano alle Messe sono diminuiti.

Vorrei fare anche un’osservazione più radicale, ponendomi questa domanda: la “salute” vale più della fede e della vita con Cristo? La domanda si fa drammatica e lancinante se penso a quei fedeli copti che sono stati trucidati dagli islamici dell’Isis per non avere rinunciato alla loro fede in Cristo, mettendo in gioco addirittura la vita, altro che la salute; e se penso a tutti i cristiani che vengono uccisi ogni giorno nel mondo a causa della loro fede. E, soprattutto, se penso ai primi martiri, uccisi perché, per amore a Cristo, non hanno compiuto quel gesto banalissimo di incensare al Dio Imperatore: sarebbe stato così facile ubbidire al potere di allora, difendendo il valore supremo della vita, altro che la salute. Pare che molti fedeli non tornino alla Messa dal vivo per paura di essere toccati dal virus, pur con tutte le ossessive regole. La paura per la salute è più forte della testimonianza alla fede in Cristo? Penso che non siano domande da sottovalutare, perché al fondo c’è il problema di questa radicalità della fede. Fino a quando dovremo obbedire supinamente ad un potere sempre più invasivo non solo nei confronti dei corpi ma anche delle anime?

Peppino Zola

Foto Ansa