Convivenza, simpatia, speranza nel Signore dentro un’amicizia concreta. Chi è papa Francesco

Lo psichiatra argentino Riva Posse svela il metodo di Jorge Bergoglio: «Non ha mai detto di amare i poveri perché sono poveri, ma in quanto persone di valore agli occhi di Dio»

Alberto Eduardo Riva Posse, 68 anni, argentino di Comunione e Liberazione, si è occupato tutta la vita di salute mentale. Psichiatra e psicanalista, insegna nell’università Favaloro di Buenos Aires ed è membro dell’Associazione psichiatrica americana (Apa) degli Stati Uniti. Cattolico e padre di cinque figli, suoi interventi su temi bioetici sono apparsi più volte nei media argentini e sono stati al centro di conferenze nazionali e internazionali.

Professor Riva Posse, che cosa ha rappresentato il cardinale Bergoglio come leader religioso e come figura pubblica in Argentina in questi ultimi 15 anni?
Mi permetta di fare una specie di elenco delle peculiarità più evidenti dell’allora cardinal Bergoglio. Una profonda riflessione teologica con una consacrazione personale e incondizionata all’attenzione pastorale, a partire da un atteggiamento di servizio, umile e chiaramente austero. La sua vicinanza personale, veramente personale, a fedeli e sacerdoti. Lo si è sempre visto camminare per le strade fra la gente e viaggiare sui mezzi di trasporto pubblici, è sempre stato accessibile a tutti. L’apertura e il dialogo ecumenico e interreligioso. L’insistenza sull’impegno sociale fondato sulla solidarietà e sulla speranza, a partire dall’appartenenza al Signore. L’accompagnamento personale, discreto e costante, a quanti vivono e attraversano situazioni dolorose. La costante preoccupazione per la condizione degli umili. Oltre a compiere molti incontri personali, ha inviato sacerdoti ad evangelizzare gli ambienti caratterizzati dalla maggiore povertà. Soprattutto in considerazione della diffusione della tossicodipendenza nei quartieri più poveri, motivo che ha dato vita a molti interventi per sanare questa piaga. Una conduzione chiara e ferma del governo della sua Chiesa, senza grandi discorsi ma attraverso la scelta di persone idonee ad assumere la responsabilità dei loro compiti. Tutto ciò, in un’ottica sussidiaria.

Il Papa ha moltiplicato i gesti simbolici di sobrietà e ai giornalisti ha detto di volere «una Chiesa povera e per i poveri». È pauperista?
Papa Francesco è un uomo semplice e concreto, non ha mai fatto discorsi sulla semplicità ma l’ha sempre vissuta. Tutta la sua ricchezza è il rapporto con Cristo, e non mostra di avere bisogno di altra cosa. Non ha mai detto di amare i poveri perché sono poveri, ma ha dimostrato il suo amore per ciascuno di loro, in quanto persone di valore agli occhi di Dio. Attraverso la sua azione pastorale, ha applicato il metodo della convivenza, della simpatia e della comunicazione della speranza in Cristo in un rapporto personale. Testimoni di ciò sono i sacerdoti inviati nei quartieri più poveri, alcuni dei quali ora sono noti anche in Europa: padre Pepe e gli altri. Gente che non fa discorsi stridenti, né si dedica a proteste sempliciste e astratte, ma che accompagna, trova soluzioni a livello delle possibilità esistenti, incoraggia gli attori sociali all’azione di solidarietà.

Il Papa, sin dall’apparizione al balcone, ha insistito sulla sua identità di vescovo di Roma e sulla realtà della diocesi romana. È fautore di un primato delle Chiese locali?
Credo che abbia dato una lezione magistrale. Tutto il contrario della proposta di particolarismi o autonomie che dividerebbero. Partendo della sua situazione concreta, dalla circostanza di essere vescovo di Roma, ha formulato un giudizio universale. Ha mostrato che a partire dal particolare concreto in cui ciascuno vive, si può accedere al significato totale della salvezza. Non parte da astrazioni generiche, ma dall’esperienza della sua vita in questo momento, nel luogo preciso che gli è stato assegnato, mostrando a tutti la strada perché ciascuno possa, a partire dalla propria circostanza, entrare nella storia della salvezza, camminare verso la propria salvezza.

Alla sua prima Messa fuori dal Vaticano il Papa ha citato Leon Bloy: «Chi non prega il Signore, prega il diavolo». A proposito di matrimoni fra persone dello stesso sesso aveva parlato di «segno dell’invidia del diavolo che cerca di distruggere l’immagine di Dio». Perché il Papa evoca spesso il maligno?
Il nichilismo della “morte di Dio” è il fattore culturale che oggi afferma l’impossibilità della maturazione umana. Cerca di impedire che il desiderio di uomini e donne si orienti verso l’ideale maturo, che è la capacità paterna e materna nella sua più grande pienezza di amore per il prossimo. Propone, di fatto, l’uguaglianza nell’immaturità, non nella dignità di figli di Dio. Ciò rende difficile la crescita progressiva della comunità umana, che viene dissolta in egoismi infantilizzati postmoderni. Il tentativo di distruggere la famiglia si oppone al normale sviluppo umano verso la maturità, che in termini cristiani si chiama santità: una intensa relazione personale con il Creatore. Il contrario di ciò, cioè la separazione dell’uomo dal suo destino di pienezza, è cattivo. Papa Francesco lo identifica chiaramente con una azione del diavolo. È molto comprensibile che dica: «Chi non prega il Signore, prega il diavolo».

Quando si è affacciato la prima volta al balcone, Papa Francesco ha chiesto al popolo di pregare Dio che lo benedicesse, prima di dare la sua benedizione di Papa al popolo. E nell’incontro coi giornalisti ha sottolineato che la Chiesa è Popolo di Dio in cammino verso Cristo. Negli anni dopo il Concilio Vaticano II il dibattito sull’argomento fu infuocato, giungendo a contrapposizioni fra la Chiesa intesa come Popolo di Dio e la Chiesa intesa come Corpo mistico di Cristo. Come è orientato questo Papa?
Ovviamente non posso interpretare il Papa. Credo che non ci siano dubbi sulla sua adesione al Concilio Vaticano II. I chiarimenti in proposito di Benedetto XVI sono stati accolti con affetto, umiltà e obbedienza nelle sue omelie a Buenos Aires. Non ho mai sentito che cessasse di affermare la relazione con Cristo come costituente la realtà della Chiesa e dell’umanità tutta.

Ha pure detto: «La Chiesa, infatti, pur essendo certamente anche un’istituzione umana, storica, con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale: è il Popolo di Dio, il Santo Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro con Gesù Cristo». Ma non è una contraddizione? Un popolo non può non avere una dimensione politica.
Quello che io ho compreso del suo discorso è che la cosa più importante è la conversione, e le realtà politiche non debbono ostacolare questo desiderio umano di pienezza. In America latina è molto diffusa una politica populista articolata in governi prepotenti e Stati clientelari il cui programma si potrebbe così riassumere: coi voti si ottiene il potere e col denaro dello Stato si può schiacciare ogni opposizione, che va trattata come un insieme di nemici da distruggere. Francesco affermerà la verità e la bellezza. Affermerà la Chiesa povera e per i poveri. Cercatore di pace, sarà sempre contrario alla prepotenza, all’esclusione per ragioni ideologiche, ai tentativi manichei e malsani di dividere il popolo in amici e nemici che si dovrebbero eliminare. Francesco ci ricorderà ciò che è stato dimenticato: la fratellanza universale in Cristo che sta a fondamento della concordia e della giustizia, l’amore per il prossimo e il cambiamento pacifico. Affermerà il rispetto e inviterà al dialogo, e lo trasformerà in ineludibile punto di incontro.

Il Papa secondo lei interverrà in qualche modo nella politica italiana?
Sarà molto rispettoso dell’autonomia dei governi. Per lo meno in Argentina è stato così.

Qual è il ricordo personale più importante che ha del cardinal Bergoglio?
Ho conosciuto il cardinale Bergoglio nel dicembre del 2001. Dopo che gli avevo scritto insieme a mia moglie Tessie per conoscere la posizione della Chiesa in quei giorni drammatici (si tratta della crisi economico-finanziaria che spinse il governo argentino di allora a congelare i prelievi dai conti correnti bancari per parecchi mesi, ndr), mi chiamò personalmente. Il giorno seguente ci ricevette per una lunga intervista. Incontrai una persona amabile, che ascoltò attentamente le nostre opinioni. Senza dilungarsi, rispose chiaramente e concisamente a ciascuna delle nostre domande. Lo sentivamo vicino e molto saldo nelle sue convinzioni. Non è un uomo istintivo, non risponde alle provocazioni, mantiene in ogni circostanza l’equilibrio e la moderazione quando si esprime. Però è molto saldo nelle sue convinzioni circa la giustizia e in particolare sulla necessità che tutti collaborino ad alleviare le sofferenze dei più bisognosi. Uomo di pace, affermò che la Chiesa deve collaborare per mezzo del dialogo a favorire l’unità del popolo e la pace, senza dimenticare la sofferenza degli umili. Non parlò in modo sentimentale o populista. La sua posizione sui temi della Dottrina sociale fu manifestamente favorevole a una vita comunitaria sobria, dedita alla giustizia e impegnata ad accompagnare attentamente il prossimo nelle sue difficoltà. Successivamente ho avuto altri incontri, il più importante in occasione di una riunione della Conferenza episcopale nel 2003. Ricordo sempre con affetto le sue giuste e profonde parole in occasione della presentazione delle opere letterarie di don Luigi Giussani. Ciò che ho ascoltato in quelle occasioni ha ispirato le mie risposte in questa intervista.