Tentar (un giudizio) non nuoce

Controcanto al rischio del dialogo

Di Raffaele Cattaneo
22 Agosto 2026
Un dialogo pienamente umano mette l’altro al primo posto, riconoscendo che l’altro è sempre un bene e una potenziale sorpresa
(foto Meeting Rimini)
(foto Meeting Rimini)

Mentre al Meeting di Rimini attendo con trepidazione l’arrivo di Papa Leone XIV e le parole che vorrà rivolgerci leggo sull’Osservatore Romano un pezzo di Fabio Cavallari, scrittore, giornalista e grande amico, intitolato “Il rischio del dialogo”. Ne consiglio a tutti la lettura.

Fabio, intellettuale schietto con una storia di sinistra comunista, grande amico ed estimatore di Fausto Bertinotti, sostiene che «se il dialogo serve soltanto a portarci dove avevamo deciso di arrivare, allora forse non è ancora dialogo». E più avanti si domanda: «Siamo disposti a entrare in quel dialogo senza sapere in anticipo chi ne uscirà cambiato? Perché possiamo ascoltare l’altro e rimanere perfettamente identici a noi stessi (..) in quel caso l’incontro esiste ma il rischio no e senza rischio il dialogo può diventare solo una forma molto educata di monologo».

Tempo perso insieme

Queste preziose considerazioni di Cavallari prendono lo spunto dal cap.5 della Magnifica Humanitas, in particolare là dove il dialogo è indicato come una delle cinque «piste di responsabilità quotidiana e pubblica»: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo.

Papa Leone sottolinea come «il dialogo è una dimensione ordinaria della vita umana, e non riguarda soltanto le relazioni tra gli Stati. Si tratta di acquisire un’attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme. Perché se facciamo esperienza dell’incontro autentico con l’altro, il diverso, lo straniero, il migrante, diventa molto più difficile anche solo immaginare la guerra» [p.220].

Quel “persino di tempo perso insieme” ha colpito Cavallari e colpisce molto anche me: il dialogo, per essere autentico, non può essere solipsistico – ovvero ti ascolto solo per il tempo necessario a tornare a parlare, perché il mio obiettivo è che tu diventi come ti voglio io – ma neppure solo utilitaristico e funzionale a uno scopo. Un dialogo pienamente umano mette l’altro al primo posto, riconoscendo che l’altro è sempre un bene, una potenziale sorpresa, richiede un incontro sincero con la sua umanità non così diversa dalla mia, quindi apre necessariamente una possibilità di cambiamento del mio punto di vista.

Il metodo della pace

È per me particolarmente interessante notare come subito dopo il Papa evidenzi la dimensione politica di questa concezione del dialogo: «A livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti, come auspicava Giorgio La Pira: “Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano!”».

Cosa significa oggi concretamente per me e per noi applicare il metodo della pace?

Penso che innanzitutto significhi rifuggire la logica della polarizzazione, delle “camere dell’eco” nelle quali ci costringono i social, per cui parliamo con e ascoltiamo solo quelli che la pensano come noi, costruendo senza neanche accorgerci muri invalicabili di contrapposizione. Disarmare la parola richiede ancor prima la scelta di rinunciare alla polarizzazione oggi così di moda.

E poi credo che richieda di riscoprire il gusto di un incontro vero con l’altro, un incontro reale non virtuale, un incontro pienamente umano. “la vita amico é l’arte dell’incontro” diceva Vinicius De Moraes e cantava Toquino.

Perché vado al Meeting

Lo ha ricordato anche Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, nella sua intervista sulla Stampa in apertura del Meeting: «In epoca di intelligenza artificiale serve ancora riunirsi per discutere di temi come la pace e la fede? Serve di più, non di meno. Nella Magnifica Humanitas Leone XIV lo dice con precisione: questi sistemi possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono. E il rischio non è che qualcuno creda di parlare con una persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro. Ci riuniamo esattamente per non perdere quel desiderio!».

È con questo spirito che vengo ogni anno al Meeting di Rimini fin dalla prima edizione nel 1980. C’ero anche 44 anni fa ad ascoltare papa Giovanni Paolo II. In mezzo c’è stata praticamente tutta la mia vita; ma non ho mai perso il desiderio e il gusto di un incontro vero e di un dialogo che possa cambiarmi e a Rimini ne ho sempre sperimentato il profondo realismo.

È così che oggi mi accingo ad ascoltare papa Leone, grato perché nonostante tutto esistono ancora luoghi e persone che ci aiutano a ricordare quanto tutto questo sia buono e vero per noi e per tutti.

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