Con l’Italia, l’Europa è matrigna. Tutte le fregature che ci sta rifilando (oltre a Lampedusa)

Contraffazione, tracciabilità dei prodotti agricoli, la battaglia su aranciate, limonate e latte. Indovinate invece qual è il paese che riesce a bocciare i regolamenti europei rimangiandosi la parola? Esatto

Per il grosso dell’opinione pubblica italiana l’indifferenza dei paesi dell’Unione Europea nei riguardi delle ondate di profughi sulle coste di Lampedusa e della Sicilia è stata un’amara sorpresa. Quanti sapevano che il regolamento di Dublino, ritoccato a giugno, prevede di fatto che sia esclusivamente il paese di approdo a farsi carico della registrazione e dell’accoglienza dei richiedenti asilo? Sembra fatto apposta per scaricare sui paesi mediterranei l’onere di un fenomeno che dovrebbe riguardare tutta l’Europa: gran parte dei richiedenti asilo ha parenti e familiari in paesi diversi da quelli di approdo, e lì cercherà comunque di arrivare; per loro l’Italia è solo un punto di transito.

Invece molte categorie economiche di italiani sono consapevoli, allo stesso modo di quella categoria geografica che sono i lampedusani, che l’Europa sa essere matrigna col Belpaese quando ci sono di mezzo gli interessi di paesi più forti e/o più ricchi. La solidarietà europea è un bello slogan che raramente coincide con la realtà. Non si tratta solo del fatto che quando l’Italia sfora il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil parte la procedura d’infrazione, mentre quando lo sforano la Germania o la Francia o la Spagna sotto assistenza europea per salvare le sue banche (e quindi quelle tedesche e francesi che ci hanno investito) si decidono deroghe e la procedura non parte.
Ci dicono: con l’Italia tocca essere più severi a causa dell’alto debito pubblico in rapporto al Pil, che fa temere il default e quindi mette in pericolo la stabilità dell’euro. Ma poi tutte le decisioni di buon senso che permetterebbero all’Italia di valorizzare i suoi vantaggi comparativi in vari settori economici – e quindi, tra l’altro, ridurre i suoi debiti – vengono bocciate o congelate perché non sono nell’interesse di altri paesi europei, quasi sempre del Nord.

L’ultimo, poco noto esempio riguarda la lotta contro la contraffazione. Si tratta di un fenomeno di portata mondiale che concerne settori di merci che vanno dall’abbigliamento ai prodotti farmaceutici, dall’alimentare all’arredamento, dall’oreficeria ai giocattoli, eccetera. Da sempre l’Italia, paese ad economia agricola di alta qualità e manifatturiera di pregio, si batte per la tracciabilità di tutti questi prodotti, cioè per le indicazioni di origine e provenienza. Da sempre si trova contro i paesi del Nord Europa, Germania in testa, che in nome della libera concorrenza e della parità di accesso al mercato bloccano o ritardano tutte le direttive europee che, tutelando la qualità dei prodotti e quindi dei consumatori, favorirebbero le merci italiane. L’ultimo caso riguarda la proposta di Regolamento per la sicurezza dei prodotti destinati ai consumatori formulato dalla Commissione europea e già approvato dalla commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo. All’articolo 7 il regolamento istituisce la denominazione d’origine geografica per tutti i manufatti di provenienza extracomunitaria destinati ai consumatori.

Il 5 settembre i direttori generali dei ministeri del Commercio, dell’Agricoltura e di altre materie affini di 12 paesi dell’Unione hanno scritto una lettera alla presidenza lituana di turno per far conoscere la loro contrarietà alla nuova normativa, che sarebbe «una misura sproporzionata che non offre nessun valore aggiunto alla sicurezza dei prodotti». I paesi in questione sono Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Germania, Irlanda, Lettonia, Olanda, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia e Svezia. E la disposizione in questione è talmente inutile e stravagante che è adottata, in tutto o in gran parte, dai principali competitori dell’Europa: Stati Uniti, Canada, Messico e Cina. Vale a dire che questi paesi permettono alle merci europee di entrare sul loro territorio solo se debitamente etichettate con la denominazione di origine, mentre i loro prodotti accedono liberamente ai nostri mercati senza nessuna indicazione. La lettera fa temere che il Consiglio europeo boccerà il regolamento, come già in passato.

Conflitti di interessi
L’introduzione della denominazione di origine, infatti, non è una battaglia cominciata ieri. Spiega Cristiana Muscardini, europarlamentare del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei e vicepresidente della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo: «All’inizio dell’attuale legislatura, nel 2009, la Commissione europea ha presentato un regolamento per la denominazione di origine; di esso io sono stata relatore nella commissione Commercio internazionale del Parlamento. Il regolamento è stato votato e approvato in seduta plenaria dal Parlamento nell’ottobre 2010, dopodiché il Consiglio avrebbe dovuto iniziare la discussione per trovare un accordo. Invece il Consiglio, per l’opposizione della Germania e dei paesi del Nord, non ha mai voluto dare seguito al voto, e alla fine la Commissione ha ritirato il testo. A questo punto il commissario all’Industria Antonio Tajani ha presentato un nuovo regolamento per la sicurezza dei prodotti. In questo regolamento all’articolo 7 si riprende la denominazione di origine come marchio necessario per permettere ai consumatori di conoscere la provenienza di ciò che acquistano: è fondamentale per avere quel minimo di garanzia che deve esistere in un mercato libero tra imprese europee e imprese non europee. Questo articolo è stato affidato alla commissione Commercio internazionale e anche stavolta io sono stata il relatore. A settembre è stato approvato a larga maggioranza in commissione e adesso passerà alla commissione Commercio interno. Dopodiché si pone il problema: portarlo in aula subito e cercare l’accordo con il Consiglio oppure cercare un accordo prima e votarlo in aula prima della fine della legislatura? L’opposizione dei paesi del Nord c’è ancora, come si evince dalla lettera che hanno scritto alla presidenza di turno. Se i governi chiederanno lo stralcio dell’articolo 7, il regolamento per la sicurezza dei prodotti risulterà inficiato in uno dei suoi contenuti qualificanti».

La filosofia dei paesi del Nord non è difficile da comprendere: loro non producono scarpe, abbigliamento, mobili di qualità, eccetera. Li importano, magari contraffatti e a buon mercato, dai paesi asiatici, verso i quali esportano macchinari e prodotti ad alta tecnologia: perché mettere in crisi questo schema di scambi commerciali con la Cina con un regolamento che conviene a paesi manifatturieri come l’Italia? Che questa sia la filosofia dei nordici si può intuire anche da un altro dettaglio: lo sdoganamento di un container di merci extracomunitarie richiede, in un porto italiano come Genova, una settimana e anche più. Ma al porto di Anversa basta un’ora. Disorganizzazione italiana contro efficienza fiamminga? Solo in parte: in Italia Guardia di finanza e autorità portuali controllano accuratamente la natura delle merci, nei porti del Nord questa non è considerata una priorità.

Le dispute su olio e latte
Nel campo dei prodotti alimentari, invece, qualche successo l’Italia lo ha registrato, ma a prezzo di interminabili prove di forza. La vicenda dell’olio d’oliva è istruttiva. Oggi siamo arrivati al punto che la Commissione europea ha deciso di fare propri contenuti qualificanti della cosiddetta “legge salvaolio” in vigore in Italia dal 1° febbraio di quest’anno, che stabilisce che la denominazione d’origine dell’olio d’oliva sia scritta in caratteri più grandi di quelli attuali e sia collocata in una posizione maggiormente visibile sull’etichetta. Ma in passato, fra il 1998 e il 2008, per ben tre volte la Commissione ha aperto procedure di infrazione contro l’Italia che approvava leggi che prevedevano l’indicazione di origine obbligatoria sulle etichette dell’olio di oliva. L’Europa insisteva che doveva restare facoltativa.
I commissari per l’Agricoltura dell’epoca, prima l’austriaco Franz Fischler e poi la danese Mariann Fischer Boel, furono inflessibili. Il portavoce di quest’ultima nel 2008 spiegò: «In tutti i paesi europei esistono sistemi di etichettatura volontaria. Riteniamo illegale l’imposizione di un sistema obbligatorio». Da notare che i paesi danneggiati direttamente nei loro interessi commerciali dalla normativa italiana erano Grecia e Spagna (e Tunisia), ma la terzietà dei commissari nordici si nutriva dell’idea che il vantaggio del consumatore è quello di pagare il meno possibile, e non di poter valutare la qualità.

Altre battaglie in campo alimentare iniziate dall’Italia sono per ora coronate da sconfitte. Invano abbiamo cercato di innalzare il quantitativo minimo di frutta nelle bevande analcoliche come le aranciate e le limonate. Attualmente è fissato a livello europeo al 12 per cento del contenuto totale. L’Italia propone di portarlo al 20. Non sia mai: il mese scorso, per la seconda volta in due anni, Bruxelles ha fatto sapere che proprio non se ne parla. In nome della libera circolazione delle merci e del principio di non discriminazione si continuerà a fare l’aranciata senza arance. Pardon: con un 12 per cento di arance. Peccato, perché la nuova norma avrebbe permesso verosimilmente di aumentare la vendita di arance siciliane di 200 milioni di chili.

Stessa storia con il latte. Per due volte, nel 2009 e nel 2012, l’Italia ha cercato di ottenere l’introduzione dell’indicazione di origine sulle etichette del latte a lunga conservazione, Uht, pastorizzato microfiltrato e pastorizzato ad alta temperatura. Per due volte l’Europa ha risposto di no, l’ultima volta nel settembre scorso con provvedimento firmato dal commissario alla Salute Tonio Borg (maltese) sulla Gazzetta ufficiale. Pare che i consumatori siano abbastanza difesi anche senza indicazione di origine sull’etichetta.

E Berlino detta legge
C’è invece un paese che riesce a bloccare da solo i regolamenti europei, rimangiandosi quello che ha concordato e firmato insieme a tutti gli altri, quando si accorge che la cosa va contro i suoi interessi nazionali. Si chiama Germania. L’esempio più clamoroso e noto resta quello dell’Unione bancaria, che i tedeschi hanno finto di accettare nel Consiglio europeo del giugno 2012. Da quel momento hanno fatto di tutto per ritardarla e depotenziarla. Nel dicembre dell’anno scorso hanno ottenuto che il Meccanismo unico di sorveglianza dell’Unione bancaria non si sarebbe occupato delle banche mutualistiche e delle casse di risparmio. Poi nel maggio scorso, quando si attendeva che il Consiglio europeo previsto a giugno desse il via libera al Meccanismo unico di risoluzione che avrebbe affrontato collettivamente le crisi bancarie che si fossero presentate in un paese, il solito ministro delle Finanze Wolfgang Schaüble è intervenuto sul Financial Times (che quest’anno è diventato la gazzetta ufficiale delle decisioni tedesche sulle questioni economiche dell’Unione) per spiegare che la messa in funzione di un’istanza centrale dotata del potere di smantellare banche europee insolventi necessita di una riforma dei trattati europei.
Una robetta che prenderebbe 10-15 anni facilmente. I tedeschi insistono a giustificarsi dicendo che la loro preoccupazione è che non si vada, in una forma o in un’altra, verso una mutualizzazione dei debiti europei o dei fallimenti bancari europei. La verità è che non vogliono interferenze europee sulla Commerzbank in crisi, detenuta al 25 per cento dallo Stato federale, e sulle Landesbanken, strumento principale del clientelismo politico tedesco.

L’ultima ciliegina tedesca sulla torta europea è il blocco dell’approvazione della normativa che imporrebbe alle case produttrici di autoveicoli di costruire modelli che non emettono più di 95 grammi di Co2 al chilomentro a far data dal 2020. Parlamento e Consiglio europeo avevano trovato un accordo nel giugno scorso, ma dopo di allora i tedeschi si sono rimangiati gli impegni e per tre volte – l’ultima il 7 ottobre – hanno impedito che la normativa andasse al voto in parlamento. Le ragioni del ripensamento di Berlino sono presto dette: Daimler e Mercedes non sembrano essere in grado di adattare le loro cilindrate al limite fissato senza onerosi costi aggiuntivi. Il giorno che l’Italia riuscirà a bloccare una normativa ecologica europea per difendere gli interessi della Fiat potremo dire di essere tornati a giocare un ruolo da protagonisti a Bruxelles. Prima di allora, qualsiasi professione di europeismo meriterà il riso.