Cinema Fortunato

Complesso, bellissimo “Sentimental Value”. Neanche troppo “sentimental”

Di Simone Fortunato
30 Gennaio 2026
Emozioni centellinate in stile nordico per Joachim Trier. “La grazia” una sorrentinata malriuscita. Intelligente e cervellotico lo pseudo documentario su Carmelo Bene di Maresco. “I tre moschettieri” alla deriva. I film della settimana
Fotogramma del film “Sentimental Value” di Joachim Trier con Stellan Skarsgård e Elle Fanning

Il testo che segue è tratto dalla puntata settimanale di “Cinema Fortunato”, la newsletter di recensioni cinematografiche riservata agli abbonati di Tempi. Abbonati per riceverla ogni giovedì.

Legenda: ★★★★ pazzesco | ★★★ ci sta | ★★ ’nzomma |  imbarazzante

Sentimental Value ★★★★

Di Joachim Trier
Dove vederlo: al cinema

Film complesso ma bellissimo. La vicenda di un regista anziano e alle prese con un ultimo film dal sapore autobiografico si intreccia con quella delle due figlie che non vede da tempo. Melodramma atipico e decisamente nordico, non solo per l’ambientazione norvegese ma perché i sentimenti e le emozioni vengono centellinati nel corso della narrazione, come sepolti da una coltre di neve. Film di grandi attori e di regia d’altri tempi, attenta ai movimenti di macchina, alla cura degli spazi. Joachim Trier guarda, come è ovvio, al cinema di Ingmar Bergman e a quello del Woody Allen bergmaniano: certe sequenze autunnali rimandano proprio a Interiors, forse il film più personale e meno visto di Allen. Qui il tema sottotraccia è che il cinema sia un grande specchio, che toglie tanta, forse troppa vita vera ma poi riesce, misteriosamente, a restituirne altra, come se fosse un grande medicamento o una potente medicina. Grande prova di bravura del terzetto degli attori.


Fotogramma del film “La grazia” di Paolo Sorrentino con Toni Servillo e Anna Ferzetti

La grazia ★★

Di Paolo Sorrentino
Dove vederlo: al cinema

Sorrentinata meno riuscita del solito e – una novità per il regista campano – senza nudi femminili. Ecco, diciamo che i nudi femminili servivano sempre a bilanciare l’abbiocco post-prandiale che ti prende dopo 40 minuti circa all’ennesimo piano sequenza sul golfo di Napoli. Comunque stavolta non ci sono i nudi femminili e nemmeno quelli maschili. C’è però Toni Servillo che lotta come un leone per far digerire una sceneggiatura che pare ossessionata dalla ricerca del simbolismo a tutti i costi. Soliti vizi e virtù del buon Sorrentino: confezione impeccabile, fotografia di gran pregio e solito parterre di attori in gamba. Qui, oltre a Servillo che gioca a fare Francesco Cossiga, c’è Anna Ferzetti che gli tiene testa e si ritaglia un bel personaggio. Però: Paolo Sorrentino scrittore non è all’altezza del regista e certi dialoghi fanno scappare la pazienza. Non aiuta poi la durata esagerata.


Fotogramma del film “Un film fatto per Bene” di Franco Maresco

Un film fatto per Bene ★★★

Di Franco Maresco
Dove vederlo: Sky

Pseudo documentario con al centro il tentativo goffo e impossibile del regista Franco Maresco di dirigere un film su Carmelo Bene. Operazione intelligente e cervellotica: Maresco dirige un non film su Bene, che peraltro è un personaggio sfuggente e poco incline al cinema o a essere filmato, ma in realtà, sulla falsariga di operazione analoghe di Orson Welles, dirige un film su se stesso, come fosse una goffa dichiarazione di poetica. Il problema è che Maresco, che sembra una versione nichilista e disperata di Pasolini, è regista di gran talento ma di notevole pazzia. Il suo Cinico Tv, quella striscia quotidiana che negli anni Novanta finiva in prime time fotografata da Daniele Ciprì, metteva in scena le peggiori cose del quotidiano, senza freni e trascinando lo spettatore in un abisso senza fine. Per me erano e sono invedibili, così come i due lungometraggi, peraltro perfetti dal punto di vista formale, Lo zio di Brooklyn e Totò che visse due volte. Eppure qui Maresco ci dice o prova a dire la sua morale, in un film-non film che ha dei momenti assurdi e molto divertenti: ce lo dice in uno dei passaggi più tristi e però veri. Si dirigevano quei film così cupi perché Dio non c’è, perché in questo atomo opaco di male siamo soli, si muore soli, non c’è più nessuno a cui votarsi, mica come il povero Stracci ne La ricotta di Pier Paolo, appunto. C’è solo morte, solitudine, rimpianto, insomma l’Inferno. Rimane solo il nichilismo, tanto più necessario, in questi tempi ancora più oscuri, dove «la tecnologia è una forma di riscatto dei mediocri e dei senza talento che per secoli hanno guardato con invidia gli scranni degli artisti e intellettuali e ora si prendono una rivincita. Del resto ormai un film non lo si nega a nessuno».


Fotogramma del film “I tre moschettieri” di Paul W. S. Anderson

I tre moschettieri ★

Di Paul W. S. Anderson
Anno di uscita: 2011
Dove vederlo: Sky

Baracconata terribile diretta dal regista di Resident Evil che praticamente realizza un nuovo capitolo horror della saga prendendo in prestito i personaggi di Dumas. Il risultato è un ibrido confuso tra avventura in costume e fantascientifico ante litteram che naufraga miseramente sul piano artistico. Impossibile stabilire dei riferimenti letterari ma anche cinematografici, visto che sono tante e non sempre riuscite a dire il vero le versioni al cinema de I tre moschettieri. Qui Paul Anderson privilegia l’arsenale del cinema fantastico e spettacolare, disseminando l’opera di combattimenti, inseguimenti e visioni che ammiccano a Verne e Stevenson senza però mai dire qualcosa di davvero sensato. Uscito ai tempi in un 3D non così esaltante.

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