Come sono british questi inglesi in coda a Wimbledon

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The Queue. La Coda, con la C (la Q per chi chiama da Londra) maiuscola. Si dipana sui marciapiedi di Church Road, davanti ai Doherty Gates, le mitiche porte di Wimbledon. Quest’anno è particolarmente lunga, perché è un anno disparo, di quelli senza grandi avvenimenti, non c’è calcio, non ci sono le Olimpiadi e allora su Church Road sono aumentate le tende. È un fenomeno che noi italiani non potremmo immaginare, infatti di italiani ce ne sono pochi. Stare in coda per uno, due giorni e rispettive notti, con la tenda e il fornellino per, forse, riuscire a ottenere uno dei preziosi tagliandi per il torneo di tennis di Wimbledon, “the championships”, i campionati, come li chiamano qui. Quando arrivano i giornalisti con i loro pulmini comodi che superano tutti i controlli, non vengono guardati come dei fortunati e presi a pomodorate, ma rispettati perché vanno a fare il loro lavoro. Tutto questo rispetto (della coda, delle precedenze, dei ruoli) a volte suona un po’ falso. Però fa impressione. A Wimbledon i giornalisti non hanno scorciatoie per avere i biglietti, anche a pagamento. Se vuoi, puoi mettere il tuo nome in una riffa e partecipare all’estrazione. Quest’anno ho vinto il diritto a comprare un biglietto per la finale femminile. L’ho comprato e ora ce l’ho in tasca. È un piccolo tesoro. La prima tentazione è stata quella di andare fuori e regalarlo al primo che capita, la seconda di farmi bagarino e ottenere tre volte il suo valore. Finirò per rivenderlo allo stesso prezzo a qualcuno interessato all’avvenimento. Comunque mi sentirò molto benefattore.

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