Cinquant’anni fa moriva Togliatti. Ecco come lo descriveva su Tempi il suo storico segretario, Massimo Caprara

“Il migliore” si portò nella tomba il segreto dei duecento antifascisti giustiziati dai compagni sovietici. Per loro non mosse un dito né disse una parola

Il 21 agosto è il cinquantesimo anniversario della morte di Palmiro Togliatti (Genova, 26 marzo 1893 – Jalta, 21 agosto 1964), storico leader del Partito comunista italiano. Gli storici si interrogano sulla sua figura, tempi.it vi propone il ritratto che ne fece sulle nell’estate 2002 sul settimanale Tempi il suo segretario, Massimo Caprara. Caprara, che per vent’anni fu al fianco di Togliatti, arrivò poi ad abbandonare il comunismo e a convertirsi al cattolicesimo. In più di un’occasione scrisse anche su Tempi.

Togliatti, il migliore. Carnefice
di Massimo Caprara
Quando il gorgonzola era “sabotaggio socialfascista”. Quando il leader dei comunisti italiani avallò il massacro sovietico. E il colpo alla nuca per duecento compagni italiani. 

Fu nell’aprile del 1944 che una durissima e documentata Lettera aperta diretta a Palmiro Togliatti comparve sulla stampa mondiale. Essa riguardava oltre mille antifascisti italiani perseguitati in Urss e duecento comunisti uccisi dai plotoni di esecuzione o nei gulag della Gpu negli anni orribili dal 1935 ad oltre il 1940. Togliatti non rispose mai a quella Lettera che gli era stata rivolta da Victor Serge, già funzionario del Komintern, l’Internazionale comunista. «Voi, compagno Togliatti, siete stato testimone delle persecuzioni di cui i vostri stessi compatrioti e compagni di partito rifugiatisi in Unione Sovietica sono vittime da una decina d’anni a questa parte», denunziava Serge. «Non potete ignorare i nomi di coloro che sono già stati fucilati, di coloro che sopravvivono in prigionia, di coloro che oggi potrebbero ancora essere salvati… è a voi che dal fondo delle prigioni i rifugiati italiani perseguitati dalla Ghepeù indirizzavano appelli perfettamente inutili: voi avete infatti preferito collaborare con i persecutori e i carnefici dei vostri compatrioti e compagni di partito».

Al Paese del Soviet
In questi giorni, a cura della Fondazione Feltrinelli, escono, consultabili on-line, le “Biografie degli scomparsi” (www.gulag-italia.it). Tutta la materia, che fu già oggetto nel 1983 di un coraggioso libro di Guelfo Zaccaria, pubblicato dalle Edizioni Sugarco di Milano, costituisce un tragico atto d’accusa contro lo stalinismo e la sua nomenklatura. All’indomani della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, un grande entusiasmo e una fiduciosa speranza avevano infiammato i cuori degli antifascisti italiani. In numero assai elevato, molti di loro erano riusciti ad arrivare nel “Paese dei Soviet” per dare il loro contributo alla costruzione del Mondo nuovo. Le loro vicende furono alcune grottesche, altre orrende. Andrea Bertazzoni, socialista di Mantova, era riparato in Urss nel ’32 per sfuggire alla condanna di vent’anni inflittagli dal Tribunale militare italiano. Già segretario delle Cooperative agricole di San Benedetto Po, esperto di allevamenti e latterie, era stato destinato dai sovietici nella regione di Rostov, dove era riuscito a installare una fabbrica di formaggi. Nel 1936, avvenne l’incredibile. Il formaggio da lui prodotto era il gorgonzola, nel quale un funzionario dell’Oblastnoi Komitat, il Comitato locale della Gpu, il comandante Viktor Harm, scoprì il crimine e denunziò l’autore, Bertazzoni, come “avvelenatore”. Sconosciuto ai russi, il gorgonzola emanava il suo particolare odore e conteneva striature verdastre. «Sabotaggio socialfascista. Una congiura trotzkista inquina il formaggio», asserì il comandante e ordinò l’arresto del socialista mantovano. Solo nel 1942 fu scoperto che il formaggio incriminato era simile al commestibilissimo roquefort francese. Bertazzoni fu trasferito dal gulag ad un caravanserraglio nell’impervio Uzbekistan, a lavorare di piccone e di badile, nell’inclemente sterro del canale di Ferghanà. Per altri duecento la sorte fu assai più dura e spietata. Essi vennero condannati a morte o alla deportazione per «deviazionismo trotzkista» senza prova alcuna. I loro nomi riemergono dal tragico oblio del passato. Sono, fra gli altri, Vincenzo Baccalà, la moglie Maria Piccioni e tre figlie in tenera età, Rodolfo Bernetich, Renato Cerquetti, Ugo Citterio, Ernani Civalleri, Francesco Ghezzi, Giuseppe Guerra, Edmondo Peluso, Natale Premoli, Dante Serpo, Francesco Prato. Il torinese Emilio Guarnaschelli, operaio meccanico di precisione, venne arrestato a Mosca il 2 gennaio del 1935, dichiarato «nemico del popolo», inviato nel campo di concentramento a Miakit-Uat, nella Siberia meridionale. Vi morì fucilato. Altri vennero torturati e morirono di stenti nel gulag di Magadan, territorio di Kolima, la regione più fredda del mondo. Molti vennero calati nelle “Serpantinka”, buche di fango e ghiaccio, celle di contenzione dalle quali non si tornava.

Cosa avrebbe fatto Gramsci?
Nel gennaio del 1964, uscì un libro di Renato Mieli, che aveva abbandonato il Pci dopo essere stato direttore dell’Unità e responsabile della Sezione Esteri del Comitato Centrale. Si intitolava Togliatti 1937, edito da Rizzoli, ed aveva come sottotitolo “Come scomparvero i dirigenti comunisti europei”. L’autore riprendeva il filo della denunzia dei duecento comunisti italiani scomparsi nell’Urss. In particolare, documentava l’efferata esecuzione avvenuta nel ’37 di tutti i membri della Direzione del Partito operaio unificato polacco, dichiarati ebrei e trotzkisti.
Togliatti risultava chiaramente di essere stato firmatario del mandato di condanna, in quanto uno dei potenti capi dell’Esecutivo del Komintern. Io ebbi l’occasione di parlarne personalmente con lui. Riferendomi alla figura del fondatore nel 1921 del Partito comunista italiano, gli chiesi: «Antonio Gramsci, al tuo posto, che cosa avrebbe fatto?». Togliatti tacque un istante. Poi, secco, perentorio, algido, mi rispose: «Gramsci sarebbe morto». Non avrebbe, cioè, sottoscritto quell’atroce ed ingiusta condanna e ne avrebbe pagato le conseguenze. Lui, Togliatti, invece visse in Urss. Benché avesse l’autorità per farlo, non mosse un dito per salvare la vita dei duecento comunisti italiani e dei dirigenti polacchi. Pur di sopravvivere, accettò di seppellire la sua coscienza sotto un cumulo di fango e sangue.