Cinquanta domande alla senatrice Monica Cirinnà

Visti i numeri, c’era davvero bisogno della legge sulle unioni civili? Elenco di interrogativi per la paladina della legge targata Pd

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Il 21 febbraio 2016 Repubblica pubblicava un articolo dal titolo “Milioni di italiani vi aspettano: approvate subito le Unioni Civili”, sintetizzando l’accorato appello di 400 esponenti (attori, scrittori, cantanti, showgirl ecc) dell’intellighenzia vicina al mondo della sinistra.

Circa un anno dopo, successivamente all’approvazione delle tanto agognate unioni civili, lo stesso quotidiano titolava “La frenata delle unioni civili: solo 2800 sì. A un anno dalla legge niente corsa alle nozze gay, flop al sud”, suscitando peraltro la rabbia della comunità Lgbt (anche se incomprensibilmente, dato che non si può polemizzare sui numeri) e correggendo poco dopo il titolo con spirito di auto-censura.

Da qualche giorno, per festeggiare i due anni dell’entrata in vigore della legge suddetta, il canale televisivo “Cielo” manda in onda uno spot con un numero telefonico appositamente dedicato per poter telefonare alla madrina della legge, cioè la senatrice Monica Cirinnà del Pd, per rivolgerle tutte le domande che si desiderano in tema di unioni civili.

Cogliendo lo spirito dell’iniziativa si approfitta dello spazio aperto e più diretto di tempi.it per accettare l’invito e porre le seguenti domande alla senatrice Cirinnà.

In primo luogo: prescindendo dalla valutazione sul fatto, cioè che sia un successo o un flop, come giustificare l’oggettiva abnorme discrepanza tra gli annunciati milioni di italiani che con urgenza necessitavano della legge prima della sua approvazione e le poche migliaia che invece vi hanno fatto ricorso dopo la sua approvazione? È inutile la legge? La legge forse non esaudisce le effettive richieste di quei presunti milioni che l’attendevano? O forse, piuttosto, era falsa l’urgenza? O, invece, erano falsi i milioni di richiedenti?

In secondo luogo: se l’idea di fondo che sostiene la legge è quella per cui il diritto deve sempre e comunque cambiare con il tempo e adattarsi indiscriminatamente a tutte le nuove istanze sociali che di volta in volta si vengono a determinare e diffondere, perché non applicare la medesima logica anche ad altri ambiti del diritto depenalizzando, per esempio, la corruzione o il furto considerando l’amplissima e consolidata diffusione dei medesimi? Piegare il diritto, la sua natura e la sua funzione, i suoi istituti ai capricci dei singoli o dei gruppi più o meno influenti non significa forse possedere la stessa identica concezione del diritto che nel XX secolo hanno dimostrato di possedere i regimi totalitari che ne hanno travolto e stravolto il ruolo disancorandolo dalla natura per perseguire più liberamente i propri progetti anti-umani? Come si può quindi pensare il diritto come si pensava nei regimi tirannici per professare una accresciuta consapevolezza democratica? Non è un errore? Non è un cortocircuito logico e pre-giuridico?

In terzo luogo: se si è voluto garantire il cosiddetto “diritto d’amore” perché non lo si è garantito per tutti, come, per esempio, anche per i poligami, per i poliamorosi, per i sologami ecc? È forse per questo che la legge 76/2016 sulle unioni civili non contempla l’obbligo di fedeltà? È forse per questo che si vuole abolire l’obbligo di fedeltà anche per gli sposati come prevedeva il disegno di legge n. 2253 proposto in Senato nella appena trascorsa legislatura e co-sottoscritto dalla senatrice Cirinnà? Abolire l’obbligo di fedeltà, specialmente per le coppie sposate, non significa far venir meno l’intera ragionevolezza di tutti gli altri obblighi coniugali, come per esempio quello della coabitazione o del reciproco sostegno morale? Non è forse erodendo gradualmente l’obbligo di fedeltà, chiedendone e ottenendone poi l’abrogazione, che si potrà in un prossimo futuro legalizzare la poligamia, il poliamore e tutte le altre forme di unione che si potranno richiedere?

In quarto luogo: come evitare unioni civili in frode alla legge (cioè apparentemente e formalmente conformi alla legge, ma nella sostanza messe in essere per eludere o aggirare norme imperative dell’ordinamento) contratte soltanto per godere dei vantaggi fiscali, come detrazioni per il famigliare convivente, che da esse discendono come già accaduto, per esempio, in Irlanda in cui due amici eterosessuali si sono sposati al fine di pagare una minor quantità di tasse? Ma del resto, come accertare se coloro che si uniscono civilmente si amano o perseguono ulteriori scopi? La legge, lo Stato, il ministero, un giudice posseggono strumenti per scrutare la mente, o peggio, la coscienza di coloro che si vogliono unire civilmente perché si amano o per frodare la legge?

In quinto luogo: perché ostinarsi a ripetere che esiste una uguaglianza assoluta tra famiglia naturale e altri tipi di unione se lo stesso principio di uguaglianza, come più volte ricordato dalla stessa Corte Costituzionale, anche nella celebre sentenza 138/2010, sancisce che situazioni uguali devono essere disciplinate in maniera uguale e situazioni differenti in maniera differente?

Del resto, non è forse questo che più e più volte ha ripetuto anche la Corte europea dei diritti dell’uomo negli ultimi decenni? Ci si ricorda del caso Rees v. UK nel 1986 in cui la suddetta Corte europea ha sancito che il diritto al matrimonio garantito dall’articolo 12 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo si riferisce soltanto alle persone di sesso diverso? Ci si ricorda della sentenza della stessa Corte europea nel caso Schalk e Kopf v. Austria nel 2010 che ha sancito che non c’è violazione dell’articolo 12 della Convenzione qualora uno Stato non estenda l’accesso al matrimonio alle coppie costituite da persone del medesimo sesso in quanto il matrimonio è un istituto profondamente connesso alle radici storiche e culturali della società e dello Stato che ne contempla l’inestendibilità? Ci si ricorda dei più recenti casi Hamalainen v. Finland nel 2014, Oliari v. Italia nel 2015 e Chapin e Charpentier v. Francia nel 2016 in cui la stessa Corte europea ha stabilito che non esiste un diritto al matrimonio tra persone del medesimo sesso? Perché allora la legge italiana 76/2016 ricalca quasi pedissequamente la disciplina matrimoniale del Codice civile creando un para-matrimonio? Perché non limitarsi a disciplinare alcune posizioni delle persone del medesimo sesso in modo giuridico e non ideologico, cioè modificando certe specifiche normative (per esempio quella pensionistica) invece di stravolgere l’intero assetto normativo italiano approvando una legge che causa e causerà più problemi di quelli che vorrebbe risolvere?

In sesto luogo: non è forse la monomania dei presunti diritti civili di pochi che negli ultimi anni ha animato il Pd facendogli gravemente trascurare i diritti sociali di molti che ha ridotto lo stesso Pd ad un partito fantasma, senza identità (forse per la felicità di coloro che sostengono che l’identità di qualcosa o di qualcuno non debba essere mai confinata in “stereotipi”), sideralmente lontano dalla popolazione e dai reali ed effettivamente urgenti bisogni dei cittadini? Una classe dirigente che ha distrutto la conformazione politica moralmente erede di quella di Togliatti, Gramsci, Bordiga, Longo, Berlinguer, invece di rivendicare tali vittorie di Pirro, non dovrebbe fare i conti con la propria colpevolezza politica causata dalla propria cecità ideologica?

In settimo luogo: la recente relazione di Sir James Munby, president of the Family division of the High Court and Head family justice for England and Wales, in cui si dichiara che bisogna accettare di buon grado il fatto che in Inghilterra (ma oramai anche altrove) la famiglia assume una varietà infinita di forme poiché vi sono matrimoni tra persone di fede non cristiana, persone che vivono insieme come coppie sposate o non sposate con altre persone dello stesso o di diverso sesso, bambini allevati da uno, due o anche tre genitori, sposati o non sposati che possono essere e non essere i loro genitori naturali, bambini con genitori di diversa fede, etnia o nazionalità, bambini di relazioni poligame, bambini allevati da genitori dello stesso sesso, concepiti tramite inseminazione artificiale con donatore di gameti o risultato degli accordi di maternità surrogata, così da ritenere sopraggiunta la fine della famiglia, non è la prova più diretta di quanto concreti fossero i timori e i moniti di coloro che ritenevano e ritengono che la legalizzazione di tutte le suddette pratiche, cominciando dal riconoscimento delle unioni diverse dall’unione di uomo e donna, avrebbero presto condotto alla morte della famiglia? Non è stata così inoppugnabilmente provata la fallacia della logica ideologica, infantile ed irresponsabile ripetuta per anni secondo le formule “che male c’è?”, “che danno si fa alla famiglia?”, “che importa?”. Può davvero reggersi una società senza la famiglia? Perché non ammettere allora che il tutto rientra in un precipuo scopo, cioè quello di attuare una vera e propria forma di ingegneria sociale con cui demolire e riprogettare i fondamenti della civiltà occidentale? Perché non ammettere in modo sincero che si vuole distruggere la famiglia che costituisce l’unico vero ostacolo al controllo totale, totalizzante e totalitario degli individui dopo averne causato la assoluta atomizzazione? Perché non ammettere in modo cristallino che la lotta contro la famiglia naturale costituisce il più caldo e duraturo fronte della rivolta antropologica in atto oramai da decenni? Perché non ammettere che la legalizzazione delle unioni diverse da quella monogamica e matrimoniale tra uomo e donna è uno dei passi fondamentali per aprire la strada agli oligarchi del mercatismo globale che vogliono impossessarsi delle strutture familiari per aumentare i profitti sfruttando, per esempio, l’industria della procreazione artificiale, il mercato dei gameti o il mercato dell’utero in affitto?

In ottavo luogo: non è forse ragionevole prendere in considerazione i moniti di papa Francesco non solo in tema di migranti abbandonati, ma anche quelli espressi per altre occasioni? Non ci si dovrebbe dimenticare, infatti, che, come già altre decine di volte, nel viaggio in Georgia dell’ottobre 2016 (pochi mesi dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili), papa Francesco ha dichiarato che c’è «un grande nemico del matrimonio, oggi: la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio. Oggi ci sono colonizzazioni ideologiche che distruggono, ma non si distrugge con le armi, si distrugge con le idee. Pertanto, bisogna difendersi dalle colonizzazioni ideologiche». È forse omofobo anche Papa Francesco? Nel clima di tolleranza diffusa si vuole censurare anche il Papa perché descrive la grottesca realtà in cui siamo immersi? Non è forse autorevolmente smentita la menzogna per cui l’ideologia gender non esiste? La connessione tra ideologia del gender e distruzione della famiglia è solo una freccia nella faretra del presunto odio degli omofobi o è invece qualcosa di concreto e terribile il cui tanfo è salito così in alto da essere percepito perfino dalla massima autorità spirituale e morale della Chiesa cattolica? O forse questa autorità si sbaglia? E chi potrà dire cosa e dove sbaglia? E se sulla base di tale precedente altri volessero correggere il Papa per altri insegnamenti, per esempio, in tema di accoglienza dei migranti?

In nono luogo: perché ostinarsi ipocritamente a parlare di progresso per celare le proprie ideologie invece di confessare apertamente la natura delle stesse che inducono a voler sgretolare la famiglia in obbedienza a quell’inarrestabile processo di scristianizzazione della cultura e della civiltà occidentale che proprio sulla famiglia (“chiesa domestica” secondo la felice formulazione del paragrafo n. 11 della Lumen Gentium del Concilio Vaticano II) si fonda? Non è singolare che la tradizione morale e giuridica occidentale si fonda sulla famiglia naturale e che tutte le energie socio-politiche degli ultimi decenni sono state spese proprio contro la famiglia naturale? Non è strano che la lotta contro la famiglia naturale intrapresa dai regimi totalitari novecenteschi sia assimilabile a quella intrapresa oggi dai regimi presuntivamente democratici dell’occidente industrializzato?

Infine: se non esiste nessuna verità pre-costituita, se ciascuno è libero di vivere e pensare come vuole, se non esistono un vero e un falso, un giusto e un ingiusto perché ciascuno costruisce il proprio bene e il proprio male da se stesso, se, cioè, l’opinione individuale è l’unica fede che può splendere solitaria al tramonto di ogni altra fede, perché ritenere ed esplicitare privatamente o pubblicamente che non si condividono le unioni civili, ex ratione o ex fide, dovrebbe essere considerato un atto d’odio e perfino vietato e penalmente sanzionato? Se non c’è una morale unica per tutti, perché dovrebbe essere moralmente riprovevole essere contrari alle unioni civili? Se si vive nell’epoca in cui tutte le opinioni si equivalgono perché l’opinione di chi è contrario dovrebbe valer meno dell’opinione di chi è favorevole?

Si attendono quindi risposte, non tanto perché come ha scritto Bertrand Russell «la causa principale dei problemi è che al mondo d’oggi gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi», quanto piuttosto perché come ha notato Nicolás Gómez Dávila «il credente sa come si dubita, ma lo scettico non sa come si crede».

Foto Ansa

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