Cina. Settant’anni di comunismo e 40 milioni di morti

Il regime festeggia oggi i 70 anni della Repubblica popolare. Xi Jinping elogia i successi del comunismo senza ricordarne le stragi

Mao Zedong

«Il popolo cinese si è alzato in piedi!». Con queste parole passate alla storia settant’anni fa, l’1 ottobre 1949, Mao Zedong annunciava a Pechino in Piazza Tienanmen la nascita della Repubblica popolare cinese. Per commemorare l’avvento al potere del regime comunista, questa mattina un’enorme parata militare con 15 mila soldati, carri armati e missili balistici sfilerà per viale Chang’an sotto gli occhi di un pubblico scelto dal regime, dell’apparato gerarchico comunista al gran completo e ovviamente del segretario generale del partito comunista, nonché presidente a vita della Cina, Xi Jinping.

IL SOGNO CINESE

Da settimane Xi è impegnato nelle celebrazioni e gira tutto il paese per magnificare i successi del regime, il “sogno cinese”, che rimane il suo slogan preferito, e il socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, programma lanciato nel 2012. Ieri, in Piazza Tienanmen, Xi si è inchinato tre volte davanti al mausoleo dove si trova la salma di Mao, mentre pochi giorni fa il presidente si è recato a Xinyang (Henan), prefettura della Cina centrale, per tributare i dovuti onori al mausoleo che ricorda i nomi dei 130 mila combattenti dell’Esercito popolare di liberazione morti durante la guerra civile.

Qui Xi ha esaltato le decine di migliaia di «martiri» rivoluzionari che hanno «conquistato questa terra rossa riscattandola con il proprio sangue». Dobbiamo sempre «ricordarci da dove proviene il potere rosso e commemorare la memoria dei nostri martiri», ha aggiunto. Xi ha poi lodato il fulgido passato della Cina, che prelude a un futuro ancora più prospero, e ricordato i meriti delle riforme del partito comunista nel portare «felicità e successo» alle masse.

IL GRANDE BALZO IN AVANTI: 30-40 MILIONI DI MORTI

Ciò che Xi si è dimenticato di ricordare è che proprio a Xinyang una delle mirabolanti riforme del regime comunista ha causato la morte di un milione di persone. Era l’epoca del Grande balzo in avanti, la folle campagna di modernizzazione comunista dell’economia della Cina imposta da Mao. Dal 1958 al 1962 morirono di fame, o uccisi dai soldati, tra i 30 e i 40 milioni di persone.

Nella regione di Xinyang, un milione di residenti su otto milioni morirono di fame e di abusi. Nel villaggio di Gaodadian, come riporta il New York Times, sono state erette due stele per ricordare i 72 abitanti (su un totale di 120) periti di stenti. I più anziani, sopravvissuti alla strage, ancora ricordano come la gente era ridotta a mangiare l’erba e a sventrare i cuscini per prendere e bollire le bucce di frumento. I più disperati sono arrivati addirittura a mangiare i cadaveri.

IL MEMORIALE DIMENTICATO

Il memoriale, ricoperto di sterpaglie, è stato eretto da Wu Yongkuan, oggi 75enne. Il padre, Wu Dejin, morì nella carestia dopo essere stato denunciato dai funzionari comunisti per aver osato chiedere del cibo per l’intero villaggio. Dopo aver creato il disastro, infatti, il regime accusò i contadini di nascondere il grano. Ancora oggi, gli abitanti del villaggio non accusano Mao per l’immensa strage: «Non è stata colpa sua, i leader non sapevano che la gente moriva di fame». Mao invece sapeva tutto ed è famoso un suo discorso del 25 marzo 1959, nel quale disse: «Quando non c’è abbastanza da mangiare, la gente muore di fame. È meglio lasciare che metà della popolazione muoia, così che l’altra metà possa mangiare a sazietà».

Xi ovviamente non ha visitato il memoriale eretto da Wu Yongkuan. Da anni il presidente cinese mette in guardia i più alti quadri del regime, spiegando che l’Unione Sovietica è crollata quando le autorità hanno permesso alla gente di criticare gli errori del partito comunista. Ecco perché Xi mette a tacere i critici e si guarda bene dal citare l’interminabile lista di errori compiuti dal partito nel governo dalla Cina, come la Rivoluzione culturale (tre milioni di morti) o il massacro di Piazza Tienanmen (10 mila morti) o le alluvioni che hanno colpito l’Henan nel 1975 per il cedimento delle dighe costruite male (26 mila morti).

«SONO MORTI TUTTI»

Xi oggi magnifica i risultati ottenuti dal regime comunista in Cina, omettendo che la crescita economica e l’alleviamento della povertà sono costati decine di milioni di morti. Wu Ye, 51 anni, che ha aiutato il padre a erigere il memoriale per il nonno e gli altri cinesi morti di fame nel villaggio di Gaodadian, ha scoperto quale fosse la reale entità della catastrofe del Grande balzo in avanti solo quando si è trasferito negli Stati Uniti. «Su internet tanti cinesi continuano a dire che è impossibile che siano morte così tante persone. Vorrei potergli dimostrare la verità».

Nella prefettura di Xinyang in pochi hanno fatto caso alla visita di Xi Jinping. La memoria della carestia è ancora troppo forte. «Oggi c’è abbastanza da mangiare», ricorda scoppiando a piangere Chen Xueying, 71 anni. «Ma allora passavano giorni e notti intere senza che si trovasse nulla. Abbiamo sofferto tanto. Sono morti tutti».

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