Cicli scolastici e giudici (togati e non)

Scuola: partiti i bi-cicli

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Mercoledì 22 settembre, dopo settimane di aspre polemiche, la Camera dei deputati, con 243 voti favorevoli (contraria solo Rifondazione comunista mentre i deputati del Polo hanno abbandonato l’aula. Astenuti 11 parlamentari del Cdu e del Pri) ha approvato la legge di riordino dei cicli scolastici che ridisegna l’intera struttura della scuola italiana. La riforma prevede, infatti, tre anni di scuola materna, un ciclo primario o di base di 7 anni (dai 6 ai 13) e un ciclo secondario di 5 (dai 13 ai 18). Il ciclo secondario comprenderebbe un primo biennio obbligatorio e con insegnamenti ancora generici che rendano possibile il passaggio ad altri tipi di scuola, e un triennio nel quale si può decidere di proseguire fino al diploma o passare a una scuola professionale al termine della quale viene rilasciato un attestato professionale. Infine il ciclo secondario sarà diviso in 5 grandi aree: classica-umanistica, scientifica, tecnica, tecnologica, artistica e musicale. Quanto ai tempi di attuazione, secondo quanto affermato dal ministro Luigi Berlinguer, dovrebbe entrare a regime per l’anno scolastico 2001-2002 coinvolgendo i bambini e i ragazzi che per quella data avranno l’età per cominciare il primo o secondo ciclo. Per ora la legge quadro passa all’esame del Senato.

Berlinguer, quindi, compie un altro passo decisivo verso il compimento della sua rivoluzione copernicana della scuola. Rivoluzione che appare avere, come unica virtù evidente quella di far finire le scuole superiori a 18 anni facendo guadagnare un anno a chi intenda iscriversi all’università. Per il resto, sconvolge le scuole elementari; cancella in un sol colpo il liceo, l’unica scuola a detta di tutti gli esperti, ministro compreso, che garantiva un livello di eccellenza e i corsi di formazione professionale dal momento che obbliga tutti, anche chi non avrebbe nessuna intenzione di raggiungere il diploma, a restare nella scuola fino ai 15 anni per poi frequentare fino ai 18 un corso professionale. Perciò, se gli universitari guadagneranno un anno, i giovani che frequenteranno i corsi professionali per poi andare a lavorare ne perderanno due. Con quali conseguenze sulla reale frequentazione di tali corsi e quindi sulla preparazione media dei giovani (e in particolare dei più svantaggiati economicamente e socialmente) è difficile dirlo. Di certo ne trarranno grande giovamento le statistiche sulla disoccupazione.

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