E fu così che Christo li fece camminare sulle acque

Se un qualunque osservatore non coglie la realtà di questa dissacrazione, ha perso evidentemente ogni senso critico. Tanto più se l’osservatore è uno che si dice cristiano

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Memore delle mie filippiche contro le installazioni di Maurizio Cattelan, un’amica mi incita a dire la mia sulla passerella di Christo (nome completo: Christo Vladimirov Javacheff) sul lago d’Iseo. Io mi schermisco, non sono un critico d’arte, quello che ho scritto in passato mi ha causato solo antipatie o scrollate di spalle da parte degli esperti e dei professionisti del settore. L’arte contemporanea è un grande affare commerciale, permette agli artisti e ai galleristi di diventare ricchissimi e dà da mangiare a un sacco di gente. È lo strumento di autolegittimazione di un’élite culturale e di legittimazione di élites politiche locali e nazionali. Chi la critica viene trattato da zotico o da intellettuale ammuffito non all’altezza dei tempi, perché compromette interessi costituiti. Mai gli si risponde nel merito, nonostante l’arte contemporanea si proclami arte concettuale: attorno a un concetto dovrebbe svilupparsi un dialogo o una discussione. E invece no, guai a eccepire: l’unico uso che gli artisti (e gli addetti dell’industria dell’arte contemporanea) fanno delle critiche argomentate è quello di utilizzarle per alimentare il gioco dello scandalo, che consente di dare maggiore visibilità all’opera e quindi aumentare il suo valore commerciale. Quando non viene ignorata, la critica viene strumentalizzata a fini pubblicitari, dunque ultimamente commerciali.

Cedo infine alle pressioni quando l’amica in questione mi dice: «Stavolta non puoi scrivere che gli artisti contemporanei offendono e profanano la bellezza in nome della loro ideologia nichilista: salire su quella passerella è un’esperienza sensoriale bellissima! Christo ha valorizzato il paesaggio e i suoi insediamenti umani». Non posso non reagire a una provocazione così formulata. Gli artisti concettuali non possono e non vogliono essere giudicati sulla base della celebrazione della bellezza, perché non è quello il movente delle loro opere. Chi percorre i quattro chilometri della passerella arancione sul lago d’Iseo in una giornata soleggiata fa indubbiamente un’esperienza di bellezza, ma non c’è niente di bello nel vedere il palazzo del Reichstag a Berlino o il Pont Neuf sulla Senna a Parigi avvolti in fogli di plastica fissati con corde, così come altri edifici e paesaggi sui quali nel corso degli anni l’artista bulgaro è intervenuto. Sì, “lui” è quello che impacchetta i monumenti e i paesaggi (grandi alberi, scogliere, colline). A che scopo? Per rivelare attraverso il nascondimento, dice lui e dicono i critici. Quando alla nostra vista è sottratta un’importante architettura o una porzione di paesaggio, noi prendiamo coscienza più profondamente del valore che quella eredità culturale o naturalistica ha per noi. E quando dopo qualche settimana torna disponibile ai nostri sensi, proviamo un senso di gratitudine perché c’è anziché non esserci. Spiegata così, la “land art” di Christo sembra quasi una pedagogia per mantenere vivo uno spirito religioso e antimoderno nell’uomo: ispirare gratitudine per la storia di cui siamo eredi e per la realtà naturale che abbiamo ricevuto e non prodotto noi stessi.

Ma è proprio così? Delle spiegazioni e giustificazioni che gli artisti contemporanei e i loro critici di corte danno non c’è mai da fidarsi. Basti pensare al gigantesco e beffardo dito medio di Cattelan nella piazza antistante la Borsa di Milano, fatto passare per monumento antifascista (sarebbe una mano tesa in un saluto hitleriano, alla quale sono state mozzate quattro dita) o alla rivisitazione della Pietà di Michelangelo da parte di Jan Fabre, con la Vergine putrefatta fatta passare per madre che assorbe in sé la morte per favorire la resurrezione del Figlio. Christo invece non è un dissacratore, ma un riconsacratore? Beh, intanto il suo gesto artistico è, come quello di tanti altri contemporanei, connotato da una negazione: gli altri esprimono in vari modi il concetto che la realtà non è buona, lui sembra piuttosto manifestare invidia per le opere dei padri e per le opere di Dio. Sono troppo belle, noi uomini non siamo all’altezza di tanta bellezza, e perciò la cancelliamo, la nascondiamo, la sopprimiamo. La grandezza di noi contemporanei consiste nei giganteschi “no” che pronunciamo: no a Dio, no alla realtà, no alla storia, no agli ideali, no alla natura che non è un nostro prodotto, no a un ordine delle cose. E i “no” di Christo sono ugualmente giganteschi, per realizzarli ci vogliono tonnellate di materiale, migliaia di addetti, risorse finanziarie non indifferenti. «Ma io nascondo solo temporaneamente», ci tiene a dire Christo. E ci mancherebbe. Nessuno al mondo, tranne l’Isis e i talebani, gli lascerebbe operare una distruzione irrversibile. Al mondo gli iconoclasti sono pochi e gli ambientalisti sono tanti, le condizioni storiche per una cancellazione delle eredità storiche e naturalistiche non sono riunite, anche se l’esistenza delle armi atomiche coincide con il potenziale annientamento della realtà. Comunque la temporaneità non cambia proprio niente: nel momento in cui una grande architettura o un paesaggio sono impacchettati come una merce qualsiasi, la dissacrazione è fatta e compiuta per sempre, anche se la performance dovesse durare solo cinque minuti. Non c’è bisogno di occultare alla vista per sempre una determinata realtà per profanare il suo significato simbolico: l’avere fatto qualcosa che non era mai stato fatto prima, l’aver compiuto l’impensabile su una realtà la cui natura stessa escludeva di subire quel genere di trattamento, rappresenta un impoverimento di significato permanente di quella cosa.

E poi c’è un’altra, evidente dissacrazione, talmente palese da passare quasi inosservata: Christo, che nei primi tempi della sua vita firmava le opere col cognome Javacheff, ha sempre giocato con le evocazioni del suo nome (che in Bulgaria è molto comune e di uso tradizionale), ma stavolta è andato molto oltre. Le sue “floating piers” (piattaforme galleggianti) permettono letteralmente di camminare sulle acque a decine di migliaia di persone, laddove il Cristo Figlio di Dio è riuscito a malapena e solo dopo un iniziale incidente a far camminare sul lago di Tiberiade l’impaurito Pietro. Se un qualunque osservatore non coglie la realtà di questa dissacrazione, ha perso evidentemente ogni senso critico. Tanto più se l’osservatore è uno che si dice cristiano: il complesso di inferiorità che lo spinge a farsi accettare dal mondo e dai suoi profeti gli ha completamente offuscato la facoltà del giudizio.

Il messaggio è sin troppo chiaro: è l’uomo che fa i miracoli, e li fa più grandi di quelli che la tradizione attribuisce alle incarnazioni della divinità. D’altra parte l’inclinazione di Christo a mettersi al posto di Dio la si poteva cogliere già in opere precedenti, non negli impacchettamenti, ma nelle smisurate correzioni e aggiunte artificiali ai paesaggi. Nel 1983, per esempio, ottenne il permesso per circondare undici isole al largo di Miami con 603.850 metri quadrati di propilene rosa. Qualche anno prima aveva steso una tenda colore arancio larga 400 metri e alta 111 ancorata a 800 tonnellate di fondamenta in cemento attraverso la Rifle Valley in Colorado. Gli esseri umani hanno scavato canali e gallerie nelle montagne, costruito dighe e porti, strade e ponti e altre infrastrutture ad alto contenuto ingegneristico che hanno modificato il paesaggio a fini pratici, non certo estetici. Christo invece interviene con infrastrutture che modificano il paesaggio per motivi puramente estetici. Esse devono rendere il paesaggio più suggestivo, fantasioso, insolito. Devono migliorare dal punto di vista estetico quello che Dio e/o la Natura hanno fatto, devono dimostrare che l’uomo sa essere un creatore più fantasioso ed esteticamente sofisticato di Dio o della Natura. Nel caso degli interventi sul paesaggio Christo ha qualche difficoltà a sottolineare che essi hanno natura solo temporanea: qualche danno di lunga durata ad ambienti ed ecosistemi l’hanno inflitto, e il suo finora irrealizzato progetto di stendere un tetto di plastica argentata sopra 42 miglia del percorso del fiume Colorado gli ha attirato l’etichetta di “ecoterrorista”.

Comunque sia, Christo va per correttezza classificato in una categoria diversa da quella occupata dai Cattelan, dagli Hirst, dai Serrano: le dissacrazioni di questi ultimi nascono da una posizione nichilista tipica di chi ha paura del giudizio divino, che nel nostro mondo è anticipato dal giudizio che il sacro, con la sua esistenza, formula sulle nostre vite. Come scrive Roger Scruton: «La dissacrazione è una specie di difesa dal sacro, un tentativo di distruggere le sue pretese. Nella presenza di cose sacre le nostre esistenze sono giudicate, e per sfuggire a quel giudizio noi distruggiamo la cosa che sembra giudicarci».

Christo è fondamentalmente un moderno, le sue opere nascono da uno spirito prometeico, è l’uomo che dissacra la natura simbolica delle cose perché vuole prendere il posto di Dio. È l’uomo che dopo aver circondato di plastica rosa le isole al largo di Miami e avere reso possibile una passeggiata sulle acque per fini meramente estetici a decine di migliaia di persone si rivolge al Creatore e gli dice: «Adesso mi credi? Te l’avevo detto che così è molto meglio!».

Foto Ansa

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