Chi non ascoltò Guitton ascolterà Milosevic?

editoriale

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Jean Guitton, il bravo filosofo parigino che è riuscito ad attraversare il secolo degli stermini conservando la fede e il piglio apologetico fino al giorno dell’addio, ci ha ricordato in uno dei suoi tanti saggi che “ragionevole è sottomettere la ragione all’esperienza”. In questi giorni tremendi per l’Europa, che fanno tornare alla memoria i tristi eventi di inizio secolo che precedettero lo scoppio della prima grande guerra, è amaro ricordare queste parole. È amaro e tragico perché a fronte di un decennio in cui ragione ha coinciso con lo sbandiertao, propagandato, imposto trionfo delle regole e delle leggi, proprio nel frangente in cui l’Europa festeggia il traguardo dell’unità, misura tutta la propria incapacità e impotenza politica di fronte alla crisi nella ex Yugoslavia. Oggi noi avvertiamo il baratro a cui potrebbe condurci il vuoto pauroso di leadership politica, l’aver lasciato che la responsabilità del mondo comune fosse affidato alle orchestre dei cantanti che da un decennio vanno strimpellando di un mondo più giusto e più egualitario perché costruito sul crollo del Muro di Berlino, sui diritti umani, i tribunali internzionali, le mani e le coscienze pulite. Quello che accade a Belgrado e a Pristina è anche il frutto di tanti anni di qualunquismo e di fango gettato sulla più delicata e importante delle arti pubbliche. Così, alla fine, là dove non arriva la politica, prima o poi arriva guerra. La faccenda i Kosovo è maledettamente complicata. Sappiamo per esperienza che non dall’Europa, ma da Stati Uniti e Gran Bretagna dobbiamo sperare in un’azione che imponga un alt al dilagare della follia etnicista. Ma sappiamo pure che, se anche si giungerà a schiacciare militarmente Belgrado, non è certo con la guerra che si convinceranno i serbi a convivere con gli altri popoli. D’altra parte è anche difficile immaginare in quale altro modo almeno nell’immediato, sia possibile scongiurare che i tank di Milosevic non trasformino il Kosovo in un immenso lago di sangue. Domandiamoci: in tutto ciò che ruolo ha avuto l’Italia, un paese che molto più degli Stati Uniti – per ovvie ragioni di prossimità geografica, interessi geopolitici, flussi migratori – doveva considerare la vicende in atto nella ex-yugoslavia di interesse prioritario per la propria politica nazionale? Troppo affacendata con un pugno di giudici a lavarsi i panni in casa propria (e a far fuori quella che, ad oggi, con gli Andreotti e i Craxi resta a buon conto la migliore classe politica che l’Italia abbia conosciuto sulla scena internazionale nel dopoguerra), l’Italia dei D’Alema è parsa tutt’al più attiva sulla passerella del cicaleccio dei media nel discutere di Ulivi internazionali e socialdemocrazia planetaria. Ragionevole è sottomettere la ragione all’esperienza. Non basta avere ragione, bisogna che la ragione prenda nota dall’esperienza: quello che succede a Belgrado e a Pristina succede anche perché la bell’epoque dell’Europa di sinistra si è illusa che chiacchiera interna e trasparenza tribunalizia potessero colmare il vuoto di un disegno politico che non c’è, che non si vede. E che ci fa guardare con crescente apprensione il vento di guerra che soffia dai balcani. TEMPI

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