Catastrofi un po’ meno catastrofiche

Il grafico della settimana

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A ogni nuovo uragano che si abbatte sui Tropici centroamericani o sull’arcipelago filippino, a ogni nuovo terremoto che squassa le dorsali montuose fra la Turchia e l’Afghanistan o le profondità dell’immensa Cina, astrologi e profeti di sventura annunciano l’imminente fine del mondo per causa di sacrilegio ecologico. Il Worldwatch Institute di Lester Brown, grande guru dell’ecologismo catastrofista, cerca di dimostrare che negli ultimi decenni le calamità naturali e gli episodi eccezionali sono in aumento, e che ciò sarebbe dovuto a responsabilità umane: disboscamento selvaggio, aumento della temperatura globale del pianeta a causa delle emissioni di anidride carbonica, inquinamento ambientale, eccetera. Se però ricorriamo a un indicatore molto obiettivo com’è quello relativo al numero delle vittime di catastrofi naturali, scopriremo che da tale punto di vista le calamità di fine anni Novanta sono meno gravi di quelle degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Lo ha appurato un’indagine dell’Università cattolica di Lovanio, in Belgio. Stando ai dati elaborati dal Cred, il centro ricerche dell’università, la media annua di decessi causati da disastri naturali nel quinquennio 1993-1997 è stata di circa 20mila, nettamente inferiore a quella del quinquennio precedente (1988-1992), che viaggiava sopra i 70mila. Secondo i dati del Rapporto mondiale sui disastri della Croce Rossa Internazionale, la media è ricominciata a salire nel 1998, l’anno dell’uragano Mitch, di due terremoti catastrofici in Afghanistan e dell’onda anomala prodotta da un maremoto che ha causato 2.200 morti in Papua Nuova Guinea. Complessivamente avrebbero perso la vita 59 mila persone in tutto il mondo: un bilancio terribile, ma molto inferiore alle medie annuali dei quinquenni 1983-1987 e 1973-1977, superiori rispettivamente alle 140mila e alle 160mila vittime. In buona sostanza, dalla fine degli anni Ottanta stiamo assistendo, grazie a Dio, a una costante diminuzione del bilancio di perdite umane per calamità naturali. Questo non significa necessariamente che il numero o l’impatto ambientale di queste ultime sia diminuito, ma significa sicuramente che oggi sono in funzione sistemi di allerta, meccanismi di prevenzione e dispositivi di intervento di emergenza più efficaci che in passato. La riprova di questa spiegazione si può desumere da un altro dato statistico: mentre ospitano circa l’84 per cento della popolazione mondiale, i paesi in via di sviluppo contano, secondo le stime della Croce Rossa, il 96 per cento di tutti i decessi da calamità naturali. Non solo perché, in molti casi, i loro territori sono più esposti di quelli dei paesi ricchi, ma per la carenza di misure di prevenzione e di strutture per la gestione dell’emergenza.

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