Carta, penna e inchiostro rosso sangue

Flannery O’Connor si racconta. In una lettera più unica che autentica, che “Tempi” ha ritrovato…

Conservo una discreta quantità di bozzetti, schizzi e appunti. Temo però che il mio terzo romanzo, Why Do the Heathen Rage?, che cominciai a buttar giù all’inizio di questi anni Sessanta, possa non vedere mai la luce. Faccio sempre più fatica a scrivere, e mi stanco facilmente. Da quando, nel 1951, mi diagnosticarono il lupus erimatoso ho sempre saputo che sarei morta squassata dalle stesse sofferenze che già furono di mio padre, dal quale ho preso il male. Il cortisone, poi, è stata una procella scatenata per combattere una tempesta. Chi l’ha detto che chiodo scaccia chiodo? In febbraio si è aggiunto anche un fibroma. Mancava solo lui all’appello. Così i medici hanno dovuto aumentare il cortisone e io ho finito pure per assaggiare i ferri dell’ospedale qui di Milledgeville. Il fibroma l’hanno tolto, ma in compenso mi sono buscata un’infezione ai reni. E il lupus si è ridestato, tipo: “Ehilà, di casa! Io son sempre qui, non sono mica uno stupido cancretto che si può gabbare con qualche trucco”. Non so se le colpe dei padri ricadano davvero sui figli, ma le malattie sì. Eppure il mio lupus è per me l’eredità del mio vecchio, cattolico irlandese dolce e rude come il whisky trangugiato sbarazzino dai suoi avi. La mia carne è indelebilmente segnata dal suo bene e dal suo male, da ciò che mi ha fatta e da ciò che mi sta disfacendo, da quanto mi ha intessuta e da quanto non posso strappare da queste ossa malconce nemmeno scarnificandole.

Mi porto dentro la solitudine di un’isola in un mare inospitale, la compagnia di gente che cammina sempre con me anche se io sono semiparalizzata e uso con fatica il bastone, la fede che mi ha dato lui, il mistero della violenza e della sublimità che mi circondano. Il babbo mi ha trasmesso tutte queste cose in combutta con la mamma, la destinataria privilegiata di quelle lettere che ininterrottamente le scrivo ogni giorno da circa vent’anni. E queste cose non ti lasciano mai. Mai. Sprizzano o emergono quando meno te le aspetti. Credo sia questo ciò che intendiamo con Grazia. È un po’ La saggezza del sangue che a un certo punto prende il sopravvento in Haze Mots, il quale si sorprende con Cristo addirittura sotto la pelle tanto quanto aveva cercato di bestemmiarlo.

I violenti & gli scassinatori ci precederanno

Fa caldo a Milledgeville in questo ultimo giorno di luglio, anno di grazia del Signore 1964. Di grazia veramente e non per modo di dire. Anno in cui ringrazio il Signore per quello che ho avuto e sono: le galline a cui da piccola cucivo vestitini di pezza, i pavoni che allevo (a Elizabeth e Robert Lowell, il 17 marzo 1953 ho scritto: «Ho intenzione di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla Facoltà di Pollamologia»), mia zia malata di cuore, il lupus, una mano che — seppur a fatica — riesce ancora e sempre a scrivere. Oltre alla mia miseria e al Cielo, che qui nel Sud è sempre terso e azzurro anche con le nubi. Il Cielo: quello del regno che «soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11, 12). Che quando uno lo intravede, ci si aggrappa mani e piedi, e fa di tutto per non staccarsene più. Come ne La battaglia e il saccheggio del Paradiso di san Bernardino da Siena, come per Bilbo Baggins “lo scassinatore” (lo scassinatore!) ne Lo hobbit di J.R.R. Tolkien. Sono stanca, però… Stanca di stare aggrappata al Cielo da questa parte dell’eternità, penzolando precaria con il continuo rischio di cadere.

A questo punto, caro lettore sconosciuto eppure così familiare, avrai capito. Il mio nome è O’Connor, Flannery O’Connor. Mary Flannery O’Connor, per la precisione, nata a Savannah, in Georgia, nel ’25. Il 25 marzo, che è la Festa dell’Incarnazione. Non solo sono convinta che nomen est omen, ma credo pure fermamente nel kayròs, il tempo forte che scandisce l’umana avventura al ritmo dell’Assoluto. La saggezza del sangue… E del tempo, della terra, dell’aria che respiri, delle facce che incroci…

Il 2 agosto 1955, ho scritto una lettera ad “A.”. Scusate se mi cito… «Anch’io sono convinta che ci sia una sola realtà, punto e basta, ma “Realismo Cristiano” è un’espressione che mi è diventata necessaria, in modo forse puramente accademico, perché mi ritrovo in un mondo dove ognuno ha la sua brava casella, ti piazza nella tua, chiude la porta e tanti saluti. Se c’è una cosa tremenda a scrivere quando si è cristiani è che per te la realtà suprema è l’Incarnazione, la realtà presente è l’Incarnazione, e all’Incarnazione non ci crede nessuno; nessuno dei tuoi lettori, cioè. I miei lettori sono quelli convinti che Dio sia morto».

Il Sud dello spirito

Sono stanca, ma ho voglia di questa ennesima lettera. E se tu la stai leggendo, significa che io non sto più a pencolare da questa parte del Cielo. Aspettandoti, ho dato a un volto ignoto — a chi libererà questo pezzo di carta dal suo limbo, a chi magari mentre io ora scrivo neppure esiste e nascerà solo fra qualche settimana di questo 1964 — il compito di recapitare quest’ultima mia raccomandata. Per carità, non è mica un testamento. Non ho alcunché da difendere o di cui dettare regole. E tu, per leggermi, dovrai essere solo un po’ iconoclasta e un po’ iconografo, libertarian quanto basta e assieme tradizionalista, sbarazzino e figlio di padri come me. Scusa: stanca come sono, non ho tempo per falsi pudori.

Anche se in un Paese lontano che io neppure ho mai visto, anche se mi leggerai sulle pagine di un gionale da battaglia, invece che sui miei libri (qualcuno dice famosi…), dovrai però almeno sentirti scorrere nelle vene un po’ di sangue di questo mio Sud. Che non è soprattutto, anzi non lo è affatto, una semplice determinazione geografica. Ma una connotazione dell’anima, un atteggiamento del cuore (che non è quella cosa di cui parlano i tiepidi, ma gli amanti sì).

Peraltro, mi piacerebbe che tu, sconosciuto lettore, fossi italiano. Una volta ho attraversato il tuo Paese, quando scesi a Roma per vedere il Papa. Scrivendo sempre ad “A.”, il 5 maggio 1958, ricordai così quel momento tenero e forte: «La figura del vecchio sprigiona un’aura e una vitalità straordinarie. Saltella come un grillo su e giù dai gradini che portano alla sua sedia. In lui quella supervitalità speciale che fa la santità salta agli occhi».

A Eileen Hall, il 10 marzo 1956 ho mandato a dire: «La narrativa è espressione, concreta del mistero: il mistero vissuto». Attendo con fiducia la soluzione.

Post scriptum

[Flannery O’Connor è morta a Milledgeville il 3 agosto 1964, dopo circa 24 ore di coma e a 72 da questa “lettera inedita”. Le altre sono raccolte nell’antologia, tratta da The Habit of Being del 1979, uscita in italiano come Sola a presidiare la fortezza. Lettere (a cura di Ottavio Fatica, Einaudi, Torino 2001).

Tempi ne consiglia vivamente la lettura (e non solo in questo vacanziero mese di agosto che ricorda la scomparsa della sua autrice). Accanto alla visione della pellicola La saggezza nel sangue di John Huston (Wise Blood, USA 1979), se non avete paura di un salutare pugno nello stomaco in piena estate. No, come temeva, Why Do the Heathen Rage? Flannery non l’ha mai completato. Lo sta ancora scrivendo dall’altra parte del Cielo]