Cari sfruttati, se siete “disuguali” non prendetevela con noi

Finito il conflitto di classe, resta un mondo fatto di atomi competitivi, ciascuno in cerca del riscatto individuale e della fuga solitaria dalla miseria di cui è abitatore

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Fintantoché il conflitto di classe si articolava nella forma della contrapposizione frontale e diretta, era possibile individuare tanto lo scontro quanto lo sfruttamento quale essenza del nesso di forza capitalistico come rapporto teso a spremere pluslavoro in vista della creazione di un sempre più esteso plusvalore per il quale il capitale non pagava alcun equivalente. Con la mondializzazione americano-centrica compiuta, permane lo sfruttamento senza il conflitto. In luogo degli sfruttati, i quali sono tali nella misura in cui vi sono gli sfruttatori, figurano ora gli esclusi, secondo la nuova categoria che genericamente rimanda a chi subisce, senza alcun riferimento agli agenti dell’oppressione.

Gli esclusi non sono vittime di qualcuno: semplicemente, essi non partecipano dei benefici della società opulenta basata sulla miseria dei più, né godono di un’inclusione entro il sistema dei servizi e del lavoro. La loro esclusione, tuttavia, non dipende visibilmente da un rapporto di forza incardinato sullo sfruttamento, ma solo dall’accidentalità della loro situazione sociale, come se si trattasse di un evento fortuito e senza legami con il campo di forze conflittuale in cui si articola la società.

In termini convergenti e ugualmente inscrivibili nel registro della neolingua liberista e della sua ortodossia sempre riconfermante l’ordine simbolico vigente, nel regno del blocco storico capitalistico, in cui il disoccupato stesso figura come “lavoratore in transito”, è permessa la parola “disuguaglianza” e sono, invece, banditi lemmi come “sfruttamento” e “dominio di classe”.

Desocializzare per isolare
La disuguaglianza, alla stregua dell’esclusione, è una categoria generica, che desocializza e, insieme, ipostatizza nella forma di una cosa ciò che, in verità, corrisponde a un rapporto sociale asimmetrico. Più precisamente, la disuguaglianza è un’astrazione, un nome pudico con cui viene oggi definito l’inconfessabile, ossia il sempre crescente differenziale di classe fondato relazionalmente sullo sfruttamento, sull’estrazione forzata del pluslavoro. Oltre a rimuovere la dimensione relazionale, ossia il suo fondarsi sul nesso di signoria e servitù, la categoria di disuguaglianza si rivela coerente con l’ordine simbolico in ragione del fatto che produce e consolida l’individualizzazione livellante degli esseri umani e la solitudine dei lavoratori.

Se la precedente – e ora dichiarata fuori corso – nozione di sfruttamento classista affratellava, creando un orizzonte comune e una prospettiva solidale basata sul senso di appartenenza e sulla coscienza di classe, la nuova e astratta figura della disuguaglianza produce una visione del mondo composta da atomi competitivi e conflittuali, ciascuno in cerca del proprio riscatto individuale e della propria fuga solitaria dalla miseria di cui è abitatore (cfr J. Seabrook, Classi, caste, gerarchie, Carocci). Finisce per introdurre il vangelo della competitività – nella forma iperbolica del mors tua, vita mea – anche presso il polo del Servo, tradizionalmente più vicino al credo della solidarietà. La disuguaglianza è ora percepita non già come un rapporto classista di sfruttamento, riguardante l’individuo in quanto parte di una classe, bensì come una condizione ingiusta per il singolo io narcisista dal legame sociale spezzato, aspirante unicamente alla propria salvezza personale. Quest’ultima è essa stessa intesa in forma reificata come semplice “inclusione” nel sistema dell’apartheid capitalistico.

Un fato ineludibile
Di qui la scena di ordinaria postmodernità dei soggetti mercificati e disillusi, che continuano imperterriti a ravvisare nella loro condizione di sconfitti della mondializzazione l’eldorado di opportunità individuali che, di fatto, non si concretizzeranno mai.

La ricerca solidale e condivisa di un futuro diverso e migliore in cui lo sfruttamento sia superato, ma poi anche il sogno desto di un miglioramento delle condizioni della classe cui si appartiene, cedono allora il passo al nuovo paradigma, figlio della cultura del narcisismo, in cui i singoli atomi perseguono in solitudine prospettive di riscatto individuale nel quadro della gabbia d’acciaio del capitale trasfigurato ideologicamente in fato ineluttabile. La salvezza è intesa non come rovesciamento della situazione intrinsecamente ingiusta, bensì come semplice esodo personale da quella condizione, percepita come fisiologica e dunque non trasformabile in quanto tale, se non addirittura come densa di opportunità per l’individuo in grado di volgerla a proprio favore.

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