L’eroica vita del cardinale Korec, il prete spazzino che «faceva paura al partito ateista cecoslovacco»

Si è spento a 91 anni il vescovo che subì la persecuzione comunista in Cecoslovacchia. Gli esercivi in cella, il lavoro, l’amicizia con Wojtyla. «Tutto è grazia e tutto è misericordia di Dio»

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Articolo tratto dall’Osservatore romano – Il cardinale gesuita slovacco Ján Chryzostom Korec, vescovo emerito di Nitra, è morto alle ore 13.30 di sabato 24 ottobre. Aveva novantuno anni. Testimone della drammatica stagione delle persecuzioni da parte del regime comunista nell’allora Cecoslovacchia, è stato operaio e spazzino e ha conosciuto il carcere e l’isolamento. Nato a Bošany, nella diocesi di Nitra, il 22 gennaio 1924, era entrato nella Compagnia di Gesù il 15 settembre 1939 per poi essere ordinato sacerdote il 1° ottobre 1950. Neppure un anno dopo, all’età di ventisette anni, il 24 agosto 1951, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale in clandestinità. Con la fine della persecuzione, il 6 febbraio 1990 era stato nominato vescovo di Nitra e dallo stesso anno, fino al 1993, era stato anche presidente della Conferenza episcopale slovacca. Nel concistoro del 28 giugno 1991 Giovanni Paolo II lo aveva creato e pubblicato cardinale del titolo dei Santi Fabiano e Venanzio a Villa Fiorelli. Quindi il 9 giugno 2005 il porporato aveva rinunciato al governo pastorale della diocesi. Le esequie saranno celebrate sabato 31 ottobre, alle ore 11, nella cattedrale di Nitra.

«Sono nato in una famiglia di operai e non ho mai avuto problemi a fare l’operaio continuando però la mia missione di prete, con la certezza che nessuna sofferenza per Cristo è inutile». Così il cardinale Korec raccontava la sua esperienza, ricordando che «come cristiano non ho mai ricevuto l’assicurazione di una vita agiata ma la promessa della beatitudine anche per le ingiurie, le condanne ingiuste, il carcere». E aggiungeva: «Ho capito che tutto è grazia e tutto è misericordia di Dio».

Con la presa del potere dei comunisti in Cecoslovacchia, nel 1949, per lui era iniziato il tempo della persecuzione e dell’isolamento. Soppressi tutti gli ordini religiosi e colpiti gli esponenti della Chiesa con ondate di arresti di massa, il regime aveva praticamente paralizzato l’organizzazione ecclesiale. Così il giovane sacerdote era stato ordinato clandestinamente vescovo. E per nove anni consecutivi aveva lavorato in fabbrica, svolgendo la sua missione episcopale nella clandestinità, senza essere scoperto, e continuandola anche dopo l’arresto e la condanna a dodici anni di carcere, l’11 marzo 1960, con l’accusa di tradimento alla patria.

Anche in cella infatti era divenuto per molti un punto di riferimento. E proprio per questo era stato condannato all’isolamento. Una prova che aveva descritto così: «Sicuramente fu la punizione più terribile. Tuttavia la necessità rende l’uomo ingegnoso, cosicché avevo trovato un sistema semplice per vincere l’isolamento: immaginavo di fare gli esercizi spirituali. Mi preparavo un programma spirituale giornaliero ben dettagliato e intenso. Cominciavo al mattino con una buona ora di meditazione quindi la messa. E dopo cominciava il programma di studio: ripassavo a memoria tesi di teologia e filosofia, discutendo ad alta voce come se mi trovassi all’università, davanti ai professori. E quando mi sentivo stanco, mi distendevo con canti religiosi».

Rilasciato nel 1968 grazie a un’amnistia generale, era uscito dalla prigione gravemente ammalato di tubercolosi. Nel 1969 era giunta per lui la riabilitazione dopo un nuovo processo. Per sopravvivere aveva comunque continuato a lavorare, prima come netturbino per le strade di Bratislava e poi in una fabbrica di catrame. In quel periodo aveva anche avuto modo di recarsi a Roma per visitare le catacombe e per ricevere le insegne episcopali, che però aveva potuto usare solo dopo il 1989.

Nel 1974 era stato disposto l’annullamento della riabilitazione, seguito da un nuovo arresto e dal successivo rilascio a causa delle cattive condizioni di salute. Perso il lavoro di netturbino, si era iscritto nelle liste di disoccupazione ottenendo un posto da magazziniere in una fabbrica di prodotti chimici e svolgendo la mansione di scaricatore di barili. La sua esperienza di “vescovo operaio” era durata fino al 1984, dunque fino all’età di sessant’anni.

Nel 1976 sulla stampa internazionale così veniva tracciato il suo profilo in occasione dei venticinque anni del suo episcopato: «C’è un uomo a Bratislava che fa paura al partito ateista cecoslovacco. Si chiama Ján Korec e lavora come operaio in una grande fabbrica. Benché sofferente di asma polmonare è obbligato a compiere lavori pesanti: caricare e scaricare tutto il giorno grossi bidoni di catrame. Quando le forze lo abbandonano non può aspettarsi nessuna compassione, perché è un cittadino di terza categoria: sui suoi documenti c’è il marchio del condannato per “tradimento della patria”».

Con la fine del regime, il 6 febbraio 1990 Giovanni Paolo ii lo aveva nominato vescovo di Nitra. Eletto primo presidente della Conferenza episcopale slovacca, nel marzo 1998 ha predicato gli esercizi spirituali quaresimali alla curia romana sul tema «Christus heri, hodie et semper». Ad aprile 1998 aveva ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Costantino filosofo di Nitra. Nel 2003, poi, aveva accolto Papa Wojtyła, in visita per la terza volta in Slovacchia.

Nonostante l’età avanzata e i problemi di salute, aveva continuato a essere considerato come una autorità spirituale e morale da tutta la società slovacca. Tanto che nel 2014, per il suo novantesimo compleanno, le Poste nazionali gli avevano dedicato uno speciale annullo postale commemorativo.

Aveva raccolto memorie e riflessioni soprattutto nel libro La notte dei barbari. Nel ricordo «dei confratelli sacerdoti che sono stati uccisi, anche davanti a me, e dei cristiani ingiustamente condannati e privati dei loro diritti fondamentali», in vista del Giubileo del 2000, aveva voluto visitare nuovamente le catacombe di Domitilla, dove era stato nel 1968. E «proprio per i persecutori» aveva acceso un lumino — nella basilica sotterranea dedicata ai due soldati romani Nereo e Achilleo, martiri perché rifiutarono di uccidere — affermando: «Quelli che mi hanno condannato, che hanno ucciso i miei confratelli, i miei amici, sono davanti a Dio, vedono il volto di Dio. Sia per loro misericordia».

Foto Ansa

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