Calano i risparmi degli italiani

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L’Unità ha scritto di “conti pubblici da sogno”. D’Alema ha annunciato che “il nostro paese ha i conti pubblici in ordine” e che “è finita la storia dell’Italia Cenerentola d’Europa”. In realtà la maggior parte dei dati economici resi noti il 2 marzo scorso dall’Istat è molto meno rosea di come la illustrano i suddetti interessati commentatori, come spiega l’economista Marco Martini nell’intervista che appare a pagina 7 di questo numero di Tempi.

Tuttavia indubbiamente alcuni indicatori sono eccezionalmente buoni: il rapporto fra il deficit pubblico annuale e il prodotto interno lordo (pil) è sceso all’1,9 per cento, il miglior risultato dal 1961; il rapporto fra il debito pubblico accumulato e il pil è sceso per il sesto anno consecutivo, fermandosi al 114,9 per cento (contro il 123,2 per cento del 1995). Il punto, piuttosto, è un altro: grazie a chi o a che cosa i conti pubblici italiani sono diventati da sogno? Noi una mezza idea ce l’avremmo, e anche qualche dato che la avvalora. Proviamo, per esempio, a dare un’occhiata alla classifica dei paesi dell’Ocde (l’organismo che riunisce i paesi più industrializzati) sulla base del tasso annuale di risparmio nazionale, classifica che l’Italia ha capeggiato per oltre un trentennio in forza della maggiore propensione al risparmio dei suoi cittadini rispetto a quelli di tutti gli altri paesi, con percentuali vicine al 20 per cento. Scopriremo che, secondo le ultime proiezioni, alla fine di quest’anno l’Italia risulterà retrocessa al quarto posto con un tasso di risparmio del 12 per cento, contro il 18 per cento che nel 1990 le consentiva di essere il paese più risparmiatore del mondo. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso uno storico primato e più di mezzo punto di risparmio all’anno, mentre paesi come Francia, Giappone, Irlanda, Norvegia, Finlandia e Svezia riuscivano invece a guadagnare parecchi decimali.

Come mai gli italiani non riescono più a risparmiare come una volta? E c’è bisogno di spiegarlo? Con una pressione fiscale stabilmente superiore al 43 per cento del reddito lordo (nel ’99 è stata del 43,3 per cento), gli italiani hanno sempre meno soldi da mettere da parte. Una volta pagate le tasse, con quel che resta devono viverci, devono spenderlo per campare. Insomma, il miglioramento dei conti pubblici italiani è avvenuto grazie al peggioramento dei conti privati italiani. Difficile dimostrare il contrario.

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