Sansonetti: «Meglio il vescovo garantista che l’antimafia della sinistra tutta leggi e manganello»

Il direttore di Calabria Ora, quarant’anni di militanza “rossa”, si schiera con monsignor Fiorini Morosini. Il pastore della diocesi reggina aveva criticato l’intervento solo repressivo dello Stato contro la ‘ndrangheta

Dagli altari dell’antimafia alla polvere. L’infame sorte è toccata all’arcivescovo di Reggio Calabria, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, appena nominato, e proveniente da Locri. In passato, proprio in questa diocesi (che comprende anche il famoso santuario della Madonna di Polsi, dove ogni anno di nascosto si davano appuntamento i boss della ‘ndrangheta per la celebrazione religiosa che unisce tanti devoti calabresi) monsignor Fiorini Morosini si è distinto per il netto giudizio contrario a ogni connivenza con la mafia locale, e per l’invito a tutti i fedeli a tenersi a distanza dai clan, a denunciarne i reati. Ha sempre sostenuto che la fede – compresa la devozione alla Madonna di Polsi – nulla ha a che spartire con la ‘ndrangheta. Ma la settimana scorsa, alla vigilia del trasferimento nella diocesi reggina, ha scritto una lunga lettera al presidente della Repubblica che ha spiazzato tutti.

IL GARANTISMO DI MONSIGNORE. «Esprimo tutto il mio rammarico per la politica che viene adottata nei confronti della locride», ha scritto monsignor Fiorini Morosini a Napolitano. «Non è una politica di liberazione e riscatto, perché incentrata prevalentemente sulla repressione. Nulla da eccepire sull’azione di repressione della delinquenza, ma è necessaria un’azione di prevenzione. Lo Stato deve svolgere un’azione di promozione a favore della collettività. Si tratta anzitutto del lavoro che manca, poi dei servizi necessari allo sviluppo e alla conduzione dignitosa della vita. I problemi vanno affrontati con coraggio anche a livello legislativo. Mi riferisco alla legge sullo scioglimento dei comuni, a quella sulla carcerazione preventiva, ai certificati antimafia per lavorare. Sono in gioco i diritti della persona. Un comune sotto inchiesta, prima di essere sciolto, ha diritto ad una legittima difesa; così per finire in carcere bisogna avere un’elevata certezza che un cittadino abbia commesso il reato. Non basta una semplice illazione. Quando un’impresa è riconosciuta fuori dai giri mafiosi, ad essa va restituito subito il certificato antimafia tolto, perché è in gioco il lavoro degli operai». Qualche giorno dopo, poi, una volta preso il possesso della diocesi di Reggio Calabria, il prelato ha proseguito il suo ragionamento, aggiungendo pubblicamente nel corso di un’omelia che «un mafioso non è tale fino all’ultimo grado di giudizio, ma anche dopo è bene fare attenzione nel giudicare perché tutti i giudici sono uomini e come tutti gli uomini possono sbagliare».

«IL VESCOVO È UN CESSO». Gli argomenti fortemente garantisti di Fiorini Morosini, però, come era immaginabile, hanno suscitato l’indignazione del fronte antimafia “duro e puro”. Gli attacchi sono stati virulenti. In particolare quello di Giuseppe Baldassarro, penna delle pagine calabresi di Repubblica e giornalista del Quotidiano della Calabria, che ha replicato (non dalle colonne dei due quotidiani, ma dalla sua pagina Facebook): «Morosini è garantista. Per me il vescovo è un cesso. E per dirlo non ho bisogno di alcuna sentenza». Tale e tanto è stato il putiferio che l’Ordine dei giornalisti starebbe avviando un procedimento disciplinare nei confronti di Baldassarro. Intanto è intervenuta anche la Cgil con una lettera aperta contro Morosini, firmata dal segretario generale calabrese Michele Gravano.

INSOSPETTABILE DIFESA. A difesa dell’arcivescovo, però, a sorpresa è sceso in campo il direttore di Calabria Ora Piero Sansonetti, nel suo ultimo editoriale. «Mi sento un po’ a disagio per la mia storia, per le mie convinzioni ideologiche a schierarmi, ma tra Morosini e la Cgil scelgo il vescovo». Secondo Sansonetti monsignore ha ragione quando dice che in Calabria «lo Stato è solo repressione», e che c’è bisogno «di una società fondata sulla comunità, e non semplicemente su un’organizzazione gerarchica e legalista, dove lo Stato deve far valere i diritti e favorire la ricchezza, e la sua giusta distribuzione sociale». Basta con l’idea ormai assunta da una certa sinistra secondo la quale «Stato è antimafia». Per la Costituzione il compito dello Stato di rimuovere ogni ostacolo di ordine economico e sociale alla pari dignità dei cittadini. «Ditemi», domanda provocatoriamente il giornalista, «a voi pare che la Repubblica qui al Sud abbia rimosso questi ostacoli? Ho paura che nella politica italiana, e purtroppo in settori vastissimi della sinistra, per Stato si intenda la durezza delle leggi e il manganello. Capirete che è con qualche angoscia che mi chiedo: come mi può capitare, dopo un quarantennio di impegno politico, di preferire il Papa al capo del partito della sinistra?».