Buongiorno papà, qualche banalità e uno sguardo positivo sul mondo

Commedia interessante e positiva con qualche caduta nella banalità. La storia di Buongiorno papà, in questi giorni al cinema, ricorda alla lontana la vicenda del più riuscito Scialla!: Andrea (Raoul Bova) è un quarantenne con un bel lavoro (è responsabile di product placement per una casa cinematografica italiana), una cura ossessiva per il fisico e uno stile di vita giovane e spensierato fatto di incontri con belle donne e serate in discoteca. Insomma, tanto divertimento da dividere con l’amico di sempre, lo spiantato Paolo (interpretato con efficacia dal regista e sceneggiatore Edoardo Leo) che da anni è ospitato in casa dell’amico in attesa di prospettive lavorative nuove. Poi, la svolta: Layla, una ragazza di diciassette anni, finisce in casa di Andrea. È sua figlia, gli dice, frutto di un amore fugace e dimenticato di anni prima. La ragazza, che ha appena perso la mamma, si stabilisce a casa di Andrea in compagnia del nonno (il solito, spassoso Marco Giallini): sarà una convivenza difficile.

BUONA COMMEDIA SENTIMENTALE. Vicenda semplice e già affrontata in lungo e in largo dal cinema. Ha indubbi punti di forza nel cast che, eccezion fatta per Bova che ci mette sempre il suo impegno ma fatica come attore a passare dal registro comico a quello drammatico, è ben amalgamato: Giannini, nei panni di un vecchio rocker, è gustoso e tiene in piedi da solo mezzo film; Rosabell Laurenti Sellers, che aveva già impressionato bene ne Gli equilibristi, è molto efficace nel ruolo di Layla. E poi comprimari di grande esperienza come i genitori di Bova (la coppia formata da Mattia Sbragia e Paola Cruciani), Ninni Bruschetta che impersona il datore di lavoro del protagonista e Nicole Grimaudo a suo agio dalle parti della commedia sentimentale. Il regista Edoardo Leo, al secondo film, dimostra una certa sicurezza nella direzione degli attori e nella scrittura. Si gioca bene un paio di spunti significativi e di peso nell’economia narrativa del film: lo striscione che recita I am mine (Io sono mio) e che campeggia nella casa di Andrea come dichiarazione d’intenti è una formula forse facile ma funzionale per esemplificare il cuore del film. Andrea scoprirà che quella sullo striscione è una frase ad effetto che però non regge soprattutto quando entra nella vita una ragazzina con un sacco di dolore sulle spalle. Si accorgerà, con fatica, di non essere autosufficiente, di non bastare a se stesso perché le cose si possono perdere (un’amicizia, un lavoro, la possibilità di una famiglia) e la vita ti può prendere a pugni: “Che cazzata!” sbotta infatti Giallini alla vista dello striscione.

IL TEMPO CHE SCORRE. Ancora: una riflessione non banale sul tempo che scorre e su ciò che rimane. Anche qui Leo fa parlare gli oggetti: Layla infatti va in giro sempre a fotografare gli attimi con un’obsoleta macchinetta fotografica usa e getta. È meno comoda di un apparecchio digitale e tecnologico, ma poi “che te ne fai di 1000 foto che manco guardi? Le foto sono belle perché ti capitano all’improvviso tra le mani”, si dice a un certo punto a un attonito protagonista. Bella intuizione che forse vale l’intero film che ha sicuramente delle cadute in un sentimentalismo stucchevole (la sequenza dei regali) e in qualche semplificazione di sceneggiatura (alcuni snodi nel rapporto tra Bova e la Grimaudo) ma ha una sua forza nel racconto semplice di una grigia vita di successo scombussolata dall’arrivo di una famiglia con i pantaloni bucati ma anche con tanto ‘cuore’.