Brigatisti di ritorno: che il silenzio sia di piombo

Lettura “politica” della vicenda dei terroristi arrestati in Francia. Oggi la minaccia arriva da altri territori e ha nuovi protagonisti

Brigate rosse, imbrattato monumento Aldo Moro in via Fani

È quasi drammatico riconoscerlo ma la politica è molto più realistica di ogni altra interpretazione sulla vicenda dei brigatisti restituiti all’Italia.

La questione non merita più di tanto: nel senso che assassini, criminali e terroristi si terminano nella prossimità dell’evento. Dopo è sempre troppo tardi.

Così come è perfettamente inutile discutere delle contiguità che hanno salvato la pelle ai criminali politici grazie al gauchismo intellettualoide alpino e transalpino, rinforzato da pseudo cantautrici d’autore che condividono il talamo presidenziale.

Da sempre la politica si dipana di lobby in lobby.

Il pesce nella rete

Ma gli interessi nazionali del presente dovevano finire questa vicenda di hôtellerie, che può essere letta sotto molti aspetti.

A cominciare da quello delle vittime che hanno visto dissanguare i loro affetti mentre i brigatisti rosseggiavano i loro amori in Francia.

Per continuare con la delusione di investigatori e poliziotti, magistrati e inquirenti che si sono visti sempre soffiar via, da sotto il naso, il pesce che era nella rete, che poi ricompariva al banchetto tra huitres e escargots.

E proseguire con i giornalisti che di trama in trama, tra gli anni Settanta e Ottanta, di massima nessuna vera ma piuttosto verosimili, hanno campato: gioiosi di poter continuare sul tema grazie allo spropositato narcisismo francese che amoreggiava con i “compagni erranti” italici.

Traguardo raggiunto

Ma nessuno di questi indirizzi interpretativi è realistico né ha senso, oggi.

Che dunque si ricopra di silenzio la vicenda che ora non può che seguire i percorsi tecnici, fatti di cavilli e azzeccagarbugli funzionali, che si protrarranno per anni. In ogni caso, arrivando a risultati inutili e inefficaci sul piano della giustizia e della lotta al terrorismo. È invece più che utile il silenzio, perché lo straparlare indebolisce l’unico risultato apprezzabile della vicenda: silenziare il contenzioso tra Italia e Francia.

Sul piano della relazione politica tra i due Paesi questo traguardo è stato raggiunto. Ed è importante assai, che nessuno sui tavoli del dialogo in corso possa mai più rivangare “ma voi francesi, albergate i criminali brigatisti…”, perché “voi italiani non avete garantito loro equo processo…”.

Basta: il silenzio in questo caso è d’oro. Anzi è di piombo, nel deserto.

Dove è oggi il terrorismo

Perché non possiamo avere alle spalle queste minacce alla incomprensione tra due Paesi che ormai devono muoversi, insieme, negli scenari internazionali della lotta al terrorismo.

La finta dissoluzione della dottrina Mitterand, infatti, è arrivata grazie all’operazione Takuba e Barkana, che non possono tollerare che sulle sabbie maliane del Sahara le fratellanza in armi delle truppe speciali non sia libera da ogni ombra.

Oggi il nuovo terrorismo è laggiù ed esprime una minaccia corale all’Europa, prima ancora che a un Paese, al quale è necessario rispondere senza abbassare la guardia, sulle stesse sabbie.

La questione dei brigatisti sugli Champs Elysee deve finire qui.

Foto Ansa