Bret Easton Ellis contro la sinistra che ama la diversità ma odia chi ha idee diverse

Nel suo nuovo libro “White” lo scrittore racconta il caso Kayne West per mettere a nudo l’isteria anti-Trump di Hollywood. Degenerata in violenza ideologica

Bret Easton Ellis

Bret Easton Ellis non si fa certo problemi a dare scandalo, come sanno bene i lettori di Tempi. Il fuoco d’artificio più recente è stata la sua scorrettissima critica al film Black Panther, considerato il grande favorito all’ultima edizione degli Oscar, demolito da B.E.E. come una tassa (di nessun valore artistico) pagata da Hollywood alla campagna ideologica a favore della “diversità”.

Fenomeno del jet set, omosessuale dichiarato e liberal di sinistra, Bret Easton Ellis sembra trovarci gusto, a prendere il suo mondo di riferimento in contropiede e a rivelarne l’omologazione ideologica e i luoghi comuni. Lo ha fatto non solo con le sue opere più riuscite e più discusse, da Meno di zero ad American Pycho, ma negli ultimi anni anche con le critiche frontali, sparate attraverso il suo B.E.E. Podcast e i suoi articoli.

Il suo nuovo libro, pubblicato in questi giorni in America dopo ben nove anni di “letargo editoriale”, promette bene da questo punto di vista, almeno a giudicare dall’intervista rilasciata in occasione dell’uscita al New York Times e soprattutto dallo stralcio ospitato sabato scorso dal New York Post.

Il volume si intitola White, come a sbattere in faccia ai suoi amici politicamente corretti quel “privilegio bianco” per il quale Bret Easton Ellis non ha mai pensato di doversi scusare, e diversamente dalle precedenti opere dello scrittore non si tratta di fiction, ma di una raccolta di saggi su vari temi, tra cui molta attualità. E infatti la polemica è scattata ancor prima che comparissero le prime recensioni.

Nel brano concesso al giornale newyorkese B.E.E. racconta il caso di Kayne West, l’artista poliedrico nero e marito di Kim Kardashian che nel 2018 ha fatto stracciare le vesti – anche lui – a moltissime star americane spendendo parole di smaccato apprezzamento per Donald Trump, andandolo perfino a trovare nella torre che porta il suo nome a New York.

Nella bufera seguita all’inatteso endorsement (con tanto di cappellino “Make America Great Again” esibito in pubblico), Bret Easton Ellis è stato uno dei pochi a difendere apertamente il musicista, regista e stilista afroamericano. I suoi colleghi dello star system e la stampa, spiega Ellis, non hanno capito che un uomo senza mezze misure come Trump non poteva non piacere a uno come Kayne West.

«I media si sono messi a prenderlo in giro e a speculare sul fatto che Kayne doveva essere in preda alle droghe per dire cose simili. Sta distruggendo la sua carriera! Come può un nero stare con Trump? Solo un idiota non avrebbe capito quello che Kayne stava tentando di dire, per quanto in modo confuso e maldestro, ma per colpa del pregiudizio che nel 2018 aveva infettato tutto, la stampa ha ritenuto che stesse delirando e che probabilmente avesse bisogno di cure per l’abuso di droghe. L’opinione dominante, un po’ dappertutto negli editoriali postmortem, era che non avrebbe mai più avuto una carriera. Era finita per Kayne».

Tutta quella vicenda, spiega Ellis in White, è stata la diretta conseguenza dell’ansia che ha travolto il mondo dello show business da quando il peggiore dei suoi incubi si è materializzato: Trump alla Casa Bianca.

«Fin dall’elezione [di Trump], Hollywood ha dato prova in innumerevoli modi di essere una delle più ipocrite enclave capitaliste del mondo, esibendo una posa superficiale e vanitosa a favore di progressismo, eguaglianza, inclusività e diversità – tranne che quando si trattava di inclusività e diversità di idee e opinioni e linguaggi politici. Si dicevano orgogliosamente per la pace, senza però battere ciglio se Snoop Dogg sparava a Trump in un video o Kathy Griffin lo decapitava o Robert De Niro lo prendeva a pugni oppure, più semplicemente, se un Johnny Depp evidentemente sbronzo ne suggeriva l’assassinio.

I compagni avevano cominciato a seguire il loro nuovo manuale: sull’umorismo, sulla libertà di espressione, su quello che è divertente e quello che è offensivo. Gli artisti – o, nel linguaggio corrente, i creativi – non potevano più spingersi oltre, entrare nel lato oscuro, esplorare tabù, fare battute inopportune o proporre idee contrarie. Questa nuova linea richiedeva di vivere in un mondo dove nessuno si sente mai offeso, dove tutti sono sempre simpatici e gentili, dove le cose sono sempre senza macchia e senza sesso, meglio se anche senza genere – e questo è il momento in cui ho iniziato davvero a preoccuparmi, quando le imprese hanno cominciato ad affermare il controllo non solo su quel che si dice ma anche sui pensieri e sugli impulsi, perfino sui sogni».

Eppure, secondo Bret Easton Ellis, Kayne West voleva solo “gettare un ponte” in un paese diviso a metà da un muro immaginario. Due fazioni contrapposte, nessuna delle quali sembra più disposta nemmeno a legittimare minimamente la parte avversaria.

«Quello che Kayne voleva far passare nei suoi tweet su Trump era un’idea di pace e unità, immaginando un luogo dove parti diverse potessero lavorare insieme nonostante le feroci differenze ideologiche – nient’altro».

Voleva essere libero, Kayne West, ma questo nell’America benpensante non sembra essere più possible, continua lo scrittore che di quell’America è ritenuto essere un esponente di primo piano.

«Dal novembre del 2016, avevo sentito dire che un tremendo crac economico era sul punto di materializzarsi, che il pianeta stava per liquefarsi, che innumerevoli persone sarebbero morte, che la tensione in Corea del Nord avrebbe trascinato l’America in un Armageddon nucleare, e Trump sarebbe finito sotto impeachment, rovinato dal video di una pisciata – e niente più lavoro per nessuno e i tank russi per le strade».

Inutile aggiungere che nulla di tutto ciò è avvenuto, ma la rabbia contro Trump e la censura di ogni minimo cenno di simpatia nei suoi confronti sono continuate a montare (nel brano del New York Post è citato anche il caso David Lynch), fino ad arrivare all’insulto vero e proprio. Tutto questo, sottolinea BEE, succede a Hollywood, «la terra dell’inclusione e della diversità».

«Forse è stato solo un altro episodio del reality show che si sta ancora svolgendo. O forse quando ci si rimesta in una rabbia infantile, la prima cosa che si perde è il giudizio, dopo di che tocca al buon senso. E alla fine si perde la testa, e con quella la libertà».

Foto Ansa