Bravo Davigo, vietiamo ai magistrati di fare politica. Cominciamo dall’Anm?

Qualche giorno fa il presidente dell’Anm ha pronunciato parole di chiarezza esemplare. E non può certo sfuggirgli qual è il ruolo dell’associazione di cui è il capo

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Permettete un endorsement che, forse, vi sorprenderà: per una volta tanto (pacatamente, sommessamente…), voglio esprimere un tributo a Piercamillo Davigo. Di più: voglio lanciare un plauso speciale e senza remora alcuna al presidente dell’Associazione nazionale magistrati, l’uomo che dal marzo 2016, proprio grazie al plebiscito ottenuto nelle elezioni per l’Anm, è diventato anche il campione della categoria giudiziaria.

Lo scorso 1° febbraio, Davigo ha pronunciato parole di chiarezza esemplare. E soprattutto una frase che, se possibile, andrebbe scolpita a lettere d’oro nel marmo di tutti i tribunali italiani:

«Sono dell’idea che i magistrati non debbano fare mai politica. Io lo vieterei eticamente, perché si getta un’ombra su ciò che si è fatto prima».

L’unico dubbio riguarda l’avverbio: «eticamente». Certi rischiami all’etica, a volte, possono rivelarsi pericolosi: a noi, che siamo liberali e agnostici, piace di più richiamarsi alla «legge morale» kantiana. E ai divieti etici preferiamo i divieti laici, o i divieti tout-court, senza caratterizzazioni moralistiche.

Ma su tutto il resto il presidente dell’Associazione nazionale magistrati ha ragione piena, ragione da vendere. È davvero l’ora di finirla con la deriva che da decenni trascina l’ordinamento giudiziario in mezzo a ogni partita ideologica; è l’ora di dire basta agli schieramenti di parte, che ne sviliscono e ne mortificano l’immagine e il ruolo. Basta con gli Antonio Di Pietro, che mollano la toga e il giorno dopo si candidano nelle liste degli stessi partiti sui quali hanno appena finito d’indagare; basta con gli Antonio Ingroia, che diventano famosi per qualche inchiesta magari scombiccherata ma politicamente rilevante, e poi i partiti addirittura se li fondano; basta con le Anna Finocchiaro, che da decenni siedono in Parlamento ma intanto restano appese alla toga da cui sono partite e così fanno una doppia carriera, politica e professionale, e magari diventano presidenti di Cassazione ottenendo promozioni e relativi vantaggi dal Consiglio superiore della magistratura. Basta!

E basta anche con la sovraesposizione mediatica di cui godono alcuni magistrati, che troppo spesso si rivela un piano inclinato che li fa scivolare verso la politica politicata. Ha ragione, Davigo: a volte sconcerta la loro fame di fama, spesso inquieta la loro ricerca di un fascio di luce, ingenera turbamento la loro eccitazione davanti a una telecamera. Al contrario, i magistrati dovrebbero lavorare senza farsi mai ingabbiare dall’opinione pubblica: tantomeno esserne parte.

Certo, a Davigo non può però sfuggire qual è il ruolo dell’Anm di cui è il vertice supremo. L’Anm è di base un’associazione sindacale. Ma incontrovertibilmente è un soggetto politico, che fa politica: e difatti interviene, con prese di posizione politiche, sui temi più disparati. L’Anm fa polemica; in certi casi lancia campagne d’opinione; censura leggi prodotte dal Parlamento; chiede interventi normativi; critica questo e quello.

Non c’è bisogno di scomodare il vecchio Aristotele e la sua idea di «zoon politikòn» (l’uomo come «animale politico») per dimostrare che l’attività dell’Anm è politica: legittimamente, certo; ma prettamente politica. L’Anm, anzi, è un soggetto politico «pesante», che con le sue proteste è riuscita a bloccare perfino la riforma della giustizia, da mesi ferma in Parlamento.

Del resto, l’Associazione è divisa in correnti politicamente caratterizzate: le stesse che si dividono posti e potere all’interno del Csm. Le correnti dell’Anm non sono diverse, nella struttura e nelle caratteristiche fondanti, da partiti politici. E per vincere le elezioni lo stesso Davigo, nel febbraio 2015, ha creato la sua corrente, che si chiama Autonomia e indipendenza, proprio perché contestava alcune scelte politiche compiute da quella da cui era uscito. E per convincere gli elettori ha presentato un suo programma, insieme sindacale e politico. Come la mettiamo, dottor Davigo: come si può essere dell’idea che «i magistrati non debbano fare mai politica», e poi trovarsi in mezzo a tutta questa politica?

Foto Ansa

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