“Born and raised”, il bello e trascurabile disco di John Mayer

La retromanìa contagia anche il più promettente fra i rock blues man dell’ultima generazione, ormai da più di dieci anni in pista e la bellezza di sette Grammy conquistati all’attivo. Autore, interprete e valente chitarrista, il trentacinquenne John Mayer ritorna sulle scene discografiche con un lavoro tutto acustico che rimanda direttamente alla atmosfere del giovane Paul Simon, all’epoca d’oro della West Coast (e non è un caso che tra i cori appaiano Crosby e Nash), all’Elton John pre Crocodile Rock di Tumbleweed Connection e al George Harrison post Beatles. I richiami non sono solo musicali, anche la grafica della copertina del cd rimanda a reminiscenze Seventeen con quella segnalazione nell’angolino basso, “Stereo recorded sound”, che fa tanto vintage.

Chitarra acustica, quindi, bene in evidenza, in una serie di brani improntati alla semplicità, quasi bucolica, del folk rock americano che accompagnò, in quei primi anni Settanta, la contestazione delle nuove generazioni mentre infuriava la guerra in Vietnam. È una ricerca nella memoria, raccontata dallo stesso Mayer, in apertura del suo Born and Raised: “ Sono in cerca del sole di Neil Young, quando nel ’71 compose After the gold rush. E ancora: “Joni (Mitchell) ha scritto Blue nella sua casa sulla spiaggia. So che c’è una canzone che mi aspetta, ma io non riesco a vederla. Mi sono imbarcato con una canzone nell’anima, ma non lo sa nessuno”. È la confessione di un artista “nato e cresciuto” con queste icone rock, che ora come fantasmi attraversano tutto il cd e ne contraddistinguono pesantemente il ritmo, con la pedal steel di Greg Leisz, sempre presente e le estemporanee collaborazioni di Chris Botti alla tromba, Jim Keltner alla batteria e Sara Watkins al violino.

Mayer, capelli lunghi fin sulle spalle e cappello texmex, racconta storie d’amore malinconiche dall’andamento lento in ballate rarefatte, nate tra i canyon e i laghi trasparenti dell’America delle grandi foreste. Tutto bene, quindi? No, non proprio. Anche se, per i nomi citati, le aspettative erano molte, il prodotto dopo una partenza interessante si affloscia, diventa un po’ monocorde, e, rischiando la noia, si trascina verso la fine, tradendo le intenzioni di un signor produttore come Don Was. Insomma, il disco è un bel sentire, specialmente per chi “dopo James Taylor, il diluvio”. Ma vuoi per la mancanza di brani memorabili, vuoi per un’insistenza su atmosfere alquanto “déjà vu”, il tutto si risolve in un lavoro dimenticabile, simile a centomila altri dischi, che nulla toglie e nulla aggiunge alla bravura del titolare. Per John Mayer un’occasione persa: pazienza, sarà per la prossima.