Vivere da malati per morire sani. Ma è mai possibile che le diete siano tutte tristi?

Vivere da malati per morire sani. Ma è mai possibile che le diete siano tutte tristi? Per star bene, è necessario castrare qualunque piacere del gusto?

Fateci caso. Qualunque dieta è desolante nel suo grigiore, nelle pastoie burocratiche che impone. Il concetto che per star meglio ci si debba sottoporre a una vita di rinunce è devastante.

Prendiamo, per esempio, una qualsiasi dieta per controllare il famigerato diabete. Benissimo. Diamo un’occhiata. Se il medico è benevolo, quasi scapestrato, ci concede i formaggi. Bontà sua. Ma guardiamo i formaggi ammessi: crescenze, cremine, cosette insignificanti. Il resto, bandito. Niente Gorgonzola, né erborinati, né Bagoss. Solo roba senz’arte né parte, mero nutrimento edibile. Almeno concedeteci di non mangiare, se proprio dobbiamo mangiare così. E invece no, mangiare è obbligatorio, sottoporci all’introduzione di calorie (poche) come carburante è imperativo categorico. Manco fossimo in un Paese in preda alla piaga della fame. Dobbiamo mangiare come nel Sahel. E, fateci caso, i formaggi suggeriti dalla dieta sono quasi sempre appannaggio del supermercato, dell’industria alimentare. Tutta roba salubre, igienicamente esatta. Ma gastronomicamente mortale, senza una radice, un legame col territorio, nulla. Per stare meglio, dobbiamo per forza ingrossare le multinazionali lattiere della pubblicità? Quelle che caseificano a partire da latte estero, da cagliate estere? E la roba della tradizione italiana farebbe male?

Poi, il riso. Hanno detto che il riso fa salire la glicemia. Alla faccia. Quindi il diabetico dovrebbe eliminare il riso. Ok, se per la salute può servire. Ma ecco comparire una funerea, beffarda concessione: il riso cosiddetto parboiled è ammesso. Ma sì, quello “che non scuoce”. Quello che per fare un risotto alla milanese è tragicamente inadatto. Serve al massimo per cucinarsi un riso bollito da ospedale, da condire con olio (senza esagerare, al solito). Ed è permesso, il suo effetto sulla glicemia è meno incisivo. Ma allora tanto vale non mangiarlo proprio. Allora si mangi la pasta. Ma anche lì, guai a usare quella all’uovo, anche se una volta alla settimana un ovettino ce lo concedono

E il prosciutto? Anatema. Ammenocché non si tolga lo strato di grasso, come fanno le signorine schifiltose. E qual è il prosciutto che ha meno grasso di tutti? Quello tratto da piccole coscette smunte di suini olandesi acquosi, che non sanno di nulla ma, parbleu, sono magri, magrissimi. Poveri noi. Per star bene, o per illuderci di star bene, dobbiamo snobbare chi, in Italia, si è messo ad allevare suini come si deve. Suini pesanti, cresciuti naturalmente. Ma no, per i dietologi son meglio i maiali a veloce accrescimento e cresciuti dentro a minuscoli recinti da Terzo Reich, magari dopo una robusta cura antibiotica. Avranno una carne scarsa, ma sono magri, e dunque la moralità e il dogma del salutismo sono assolutamente salvi. E il latte? Scremato, o al massimo parzialmente scremato. Il latte intero pastorizzato sa già di poco, o di pochissimo. Scremiamolo anche, così avremo poco più di un’acquerugiola biancastra e dietologicamente correttissima. E via lo strutto e il lardo dai grassi di cottura. Così avremo un minestrone banalizzato. Ah no, bisogna stare attenti col minestrone perché si fa col riso e la pasta. Molto meglio i passati di verdura confezionati.

Alla fine, si spera almeno che un simile calvario faccia star bene davvero.

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