Quando il Vaticano corse in aiuto dei sovietici

Un'immagine della carestia degli anni Venti in Unione Sovietica

«Vi ringraziamo per i doni e Vi auguriamo lunga vita. Quando saremo grandi, cercheremo di fare il bene, come Voi lo state facendo ora per il popolo russo». È uno dei numerosi messaggi di gratitudine inviati a papa Pio XI – in questo caso da alcuni bambini, – per l’opera svolta dalla missione della Santa Sede durante la carestia che colpì l’URSS negli anni ’20 del secolo scorso.

La missione vaticana, ideata in Occidente e proseguita in territorio sovietico nel biennio che va dall’estate del 1922 all’autunno del ’24, è ben descritta nel volume Un compito eccezionale e rischioso, appena pubblicato in coedizione dall’Istituto S. Tommaso di Mosca e da «La Casa di Matriona». L’autrice, Maria Chiara Dommarco, laureata in storia e politiche internazionali, attingendo alla documentazione conservata presso gli Archivi vaticani, l’Archivio centrale dei gesuiti (Archivum Romanum Societatis Iesu), l’Archivio Salesiano Centrale e l’Archivio Statale della Federazione Russa, ha ricostruito una vicenda rimasta fino ad ora sconosciuta ai più e poco studiata.

Nei primi capitoli vengono descritte le condizioni in cui si verificò la carestia, i contatti tra Santa Sede e Chiesa ortodossa e quelli – più problematici – con il governo sovietico, diplomaticamente isolato a livello internazionale. Tra il ’21 e il ’24, «ad aggravare la situazione già complessa a causa della guerra civile e delle violenze perpetrate dai bolscevichi (…) si aggiunse una carestia che affamò milioni di persone, diffusa soprattutto nei territori del bacino del Basso Volga». Ma fu «la strumentalizzazione politica della fame, attuata da Lenin» per sottomettere i contadini, a contribuire ad aggravarne gli effetti e le conseguenze in termini di sofferenza della popolazione.

Ben presto però la situazione, fattasi insostenibile per lo stesso governo sovietico, spinse le autorità ad istituire comitati e commissioni di assistenza che furono spesso vittime della loro stessa burocrazia. Anche la Chiesa ortodossa si mosse, nonostante la montante campagna antireligiosa che sfruttò il pretesto umanitario per completare la requisizione dei beni e delle suppellettili religiose. Il patriarca Tichon indirizzò un appello al Papa e ad altre organizzazioni religiose occidentali. «L’aiuto materiale che Benedetto XV riuscì a dare alle popolazioni dovette essere molto limitato rispetto alla sua volontà, a causa delle difficili implicazioni diplomatiche e religiose», conclude la studiosa.

Nei successivi capitoli si descrive l’entrata in scena di Pio XI: il nuovo pontefice diede una svolta alla nascente Ostpolitik quando incaricò il gesuita statunitense Edmund Walsh, che aveva all’attivo un curriculum diplomatico eccellente, di tentare la strada dell’invio di una missione di soccorso che operasse sul posto. Raccolti dodici religiosi di vari paesi disposti a partire per l’avventura in terra sovietica, il Vaticano fece opera di sensibilizzazione verso il mondo cattolico per raccogliere fondi e contributi, che non si fecero attendere e proseguirono per diversi anni: così ad esempio sappiamo che «le piccine dell’orfanotrofio “E. Lombardo” di Massa»  decisero che per due settimane si sarebbero accontentate di pane e acqua e avrebbero inviato il corrispettivo della cena come offerta al pontefice.

Il 24 luglio 1922 quella sporca dozzina sui generis salpò verso la Crimea. I religiosi iniziarono la loro missione «scontrandosi con la durissima realtà e con l’atteggiamento delle autorità sovietiche, che oscillava tra la mancanza di collaborazione e l’ingerenza negli affari delle operazioni di soccorso, non mancando, tuttavia, di dare qualche segnale di collaborazione e riconoscenza». Il soccorso consisteva sostanzialmente nella distribuzione di pasti caldi, generi alimentari e beni di prima necessità a singoli o nuclei familiari, ma non mancò l’apporto ecumenico di sostegno al clero locale.

Con estremo realismo, i religiosi sapevano bene che «in un contesto segnato da pregiudizi ideologici e persecuzione religiosa, era molto facile che la missione pontificia assumesse agli occhi dei locali connotati confessionali o nazionali che non le appartenevano, generando sospetto in quanti le si avvicinavano». Dunque – sottolinea l’autrice – «l’efficacia comunicativa era fondamentale affinché non fosse fraintesa nella sua origine e natura». Tanto più che per la gente del posto «lavorare presso la missione significava anche trovarsi a sopportare pressioni e rischi relativi alla collaborazione con stranieri».

Anche per i protagonisti fu l’occasione «perché emergessero sia le debolezze umane – tanto fisiche quanto psicologiche – che le qualità personali di ciascuno, lasciando testimonianza del cammino di maturazione personale dei membri della missione». La quotidianità dei vari gruppetti della missione emerge nella seconda parte del volume in gustosi episodi che l’autrice riprende dalle missive dei padri, conservate nell’Archivio centrale dei gesuiti; così l’episodio narrato da padre Piemonte, quando in sua assenza due ladri si introdussero nell’edificio della missione senza aver fatto i conti con le inservienti, una delle quali «sciancata e zoppa, con un’agilità meravigliosa ascende per una scaletta al soffitto, e da un buco che c’è nel tetto si diede a gridare: “Cittadini! Ci sono i ladri alla missione cattolica!”. All’istante la milizia e la folla sono da noi. I ladri vanno diritti al luogo dove io tenevo i soldi: aprono… e se la danno a gambe, senza nemmeno essere visti».

Il desiderio che la missione di soccorso, una volta terminata la fase d’emergenza, potesse assumere carattere permanente, era stato coltivato dalla Santa Sede fin dall’inizio, ma «l’avversione sovietica nei confronti dell’elemento religioso ispiratore dell’azione del Vaticano», considerato «un’entità politica occidentale desiderosa di espandersi ad Oriente» pose termine a quell’avventura. La liquidazione della missione fu accolta con gran dispiacere dalla popolazione e spesso dalle autorità locali, laiche o religiose: le fonti riportano infatti l’abbraccio fraterno di addio dell’arcivescovo ortodosso di Krasnodar a padre Piemonte nell’estate del ’23.

«Quanto è avvenuto – disse Pio XI parlando della Russia nell’ultimo Concistoro segreto – non arresterà l’opera benefica intrapresa, e da tanti mesi continuata, a sollievo di tante così strazianti miserie. La continueremo finché ne vedremo il bisogno e ne avremo la possibilità».

M.C. Dommarco
Un compito eccezionale e rischioso
Il governo bolscevico e la missione della Santa Sede al tempo della carestia degli anni Venti
Institut Sv. Fomy (Mosca) – «La Casa di Matriona» 2020