Pulire, tagliare le unghie, profumare gli agonizzanti come fossero Cristo

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti).

Quella che segue è la seconda parte della lettera scritta da suor Sonia al personale della Clinica Divina Providencia della Fondazione san Rafael. Clicca qui per leggere la prima parte, pubblicata sul numero 30/31/32 di Tempi.
paldo.trento@gmail.com

Immaginatevi se in clinica usassimo 900 paia di guanti alla settimana per toccare Gesù; se non gli dessimo tutte le cure perché non ha la carta d’identità, se perdessimo la pazienza perché si lamenta di tutto ed è un “paziente capriccioso”, se tardassimo ad assisterlo quando ci chiama chiedendo aiuto perché, siccome chiama sempre, sicuramente non sarà importante. Pensate se gli servissimo il pasto freddo perché non abbiamo avuto tempo di riscaldarlo o gli dessimo pane duro e vecchio per colazione perché è quello che c’è e bisogna che si accontenti e non faccia lo schizzinoso dato che è abituato alla povertà. Se lo lasciassimo per delle ore con il pannolone sporco, con la scusa che ci sono tanti ammalati da lavare o a cui dare da mangiare… Senza dubbio non lasceresti nemmeno un secondo tuo figlio, ancora piccolo, col pannolino bagnato. Credete che chi si comporta così abbia sempre nel cuore e negli occhi il volto di Cristo? O sono i cristiani sociali, “di beneficenza”, di cui parla il Papa? Nella nostra clinica vogliamo vivere e predicare con le opere lo scandalo dell’incarnazione, amando con tenerezza Gesù negli ammalati, offrendogli la “cariñoterapia” menzionata da Papa Francesco.

Quando Gesù infermo e povero ha bisogno di entrare alla Casa Divina Provvidenza, deve entrare, con o senza documenti. Quando chiede qualcosa, occorre darglielo con gentilezza e tenerezza. Se preferisce e si rilassa di più lavandosi nella doccia piuttosto che nel letto, dobbiamo lasciare da parte la nostra comodità e lavarlo nella doccia. Se ha qualche voglia particolare sul cibo, se il medico è d’accordo, lo si accontenta.

Come guardare qualcuno che di fianco a noi sta trascorrendo gli ultimi giorni della sua vita? Come lo guarda Gesù, come mi guarda Gesù, come ci guarda Gesù. Per questo mi preoccupo di lavarlo bene con acqua calda, usando un sapone che non rovini la pelle ma la idrati; imparo con curiosità ed entusiasmo a lavare bene, in maniera precisa; pulisco e accorcio le sue unghie, gli taglio i capelli, dopo il bagno lo profumo, lo pettino e, se è una donna, le metto lo smalto sulle unghie.

Se mi mancano alcune cose nel carrello, le porto volentieri da casa mia, o chiedo ad un amico che me le regali per i miei malati, così Gesù è sempre bello e curato con amore. Mi preoccupo di non segnare le pareti di casa sua con le sedie a rotelle o con le barelle, mi impegno per non sprecare nulla, utilizzo ogni cosa secondo la reale necessità, asciugo i loro bagni con amore, li pulisco e disinfetto lasciando un buon profumo.

Lo scandalo dell’incarnazione
Quando gli do da mangiare cerco di non sporcare i vestiti o le lenzuola, mettendogli con gentilezza una tovaglietta che lo copra. Cerco con tutto il cuore di non sbagliare durante la preparazione delle medicine, e mi preoccupo di chiudere la via dell’infusione o dell’alimentazione quando finisce. Se sono infermiera e ho sporcato o bagnato il pavimento o una parete, mi appresto subito a pulire, prima che la macchia si secchi e sia poi più difficile toglierla.

Questa postura umana tanto bella, ricordatevi, è e sarà sempre motivo di scandalo, che ci farà soffrire. Lungo il cammino ci sarà anche qualche “non amico” che dirà: «Perché ti sei fermato oltre l’orario di lavoro?» o «non fare caso a quel paziente, piange sempre», «devi fare solo le cose infermieristiche, il resto lascialo ai volontari o al personale delle pulizie».

Come è accaduto alla festa di san Giuseppe lo scorso anno, quando un infermiere che terminava il turno ha chiesto ad un collega che usciva come lui e che voleva fermarsi ad aiutare per un evento in clinica: «Perché vuoi rimanere, se hai già lavorato oggi?». A volte prende il sopravvento nel nostro cuore la meschinità e non la gratitudine di chi fa parte della Fondazione. (…) «Non abbiate paura, sono Io», ci dice il Signore. Non diventate cristiani di ragione, di beneficenza… non siate vigliacchi nell’abbracciare Gesù, così come si presenta. (…) Gesù ha dato la vita per noi, e noi cosa gli offriamo? Non abbiate paura di predicare lo scandalo dell’incarnazione.

Suor Sonia

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