No, Khashoggi non ce l’aveva con i sovranisti

No, non me lo sono sognato, e le orecchie ce le ho ancora buone: nel corso della Rassegna stampa di Rai News 24 a cura di Roberto Vicaretti per ben due volte l’ultimo articolo di Jamal Khashoggi pubblicato dal Washington Post è stato presentato come un attacco dello scomparso editorialista saudita contro i «governi sovranisti che diffondono odio». Secondo i grandi professionisti dell’informazione Rai, più che dei servizi segreti di Riyadh che stavano per fargli la pelle, l’ex direttore di quotidiani e tivù del mondo arabo era preoccupato dell’odio sparso dai governi come quello guidati da Viktor Orban o come quello che ha nelle sue file Matteo Salvini. O almeno questo è ciò che hanno lasciato credere ai telespettatori.

Cosa ha scritto in realtà il giornalista verosimilmente trucidato dagli 007 sauditi all’interno del consolato dell’Arabia Saudita ad Istanbul? La frase che ha dato la stura alle interpretazioni eurocentriche di Rai News 24 è la seguente: «Through the creation of an independent international forum, isolated from the influence of nationalist governments spreading hate through propaganda, ordinary people in the Arab world would be able to address the structural problems their societies face». Che significa: «Attraverso la creazione di un forum internazionale indipendente, libero dall’influenza dei governi nazionalisti che spargono odio per mezzo della propaganda, la gente comune del mondo arabo potrebbe discutere dei problemi strutturali di fronte a cui le loro società si trovano».

Khashoggi qui si riferisce palesemente ai governi dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, che spesso criticava nei suoi interventi, e probabilmente anche a quello dell’Iran e all’influenza che esso esercita sul Libano. Chi ha letto tutto l’articolo se ne rende conto immediatamente, perché il tema è la mancanza di libertà nella comunicazione politica nel mondo arabo. Alla redazione di Rai News 24, però, sono abituati al mantra progressista che recita che se gratti un sovranista sotto trovi subito un nazionalista. Perciò i due termini, nazionalista e sovranista, oggi sono sinonimi, e al pubblico vanno venduti così.

Naturalmente non è vero: nazionalista è chi mette gli interessi della sua nazione al di sopra e se necessario contro quelli di altri stati, sovranista è chi vuole recuperare quote di sovranità cedute ad enti multilaterali, come nel caso dei paesi europei che si sono spogliati di alcune prerogative della sovranità nazionale per affidarle all’Unione Europea. Trump che dice “America first!” è un nazionalista oltre che un sovranista (ha ritirato gli Usa da accordi multilaterali, in questo consiste il suo sovranismo), Nigel Farage che ha voluto e vinto il referendum popolare per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è sovranista, ma non è necessariamente nazionalista. Certo, si può ragionevolmente argomentare che il sovranismo, applicato all’Europa, rischia di sfociare inevitabilmente nel nazionalismo, perché una volta disarticolata l’Unione Europea gli storici contrasti fra i vari stati-nazione torneranno in primo piano, e quindi i sovranisti, solidali nel criticare l’egemonia di Bruxelles, si tramuteranno rapidamente in nazionalisti in lotta fra loro.

Argomentazione interessante, ma che non implica che nazionalista e sovranista siano diventati sinonimi, soprattutto quando il testo di un articolo che si presenta in una rassegna stampa rimanda palesemente a problematiche del Vicino Oriente, e non del Vecchio Continente o del Nordamerica. La presenza e la forza politica di uomini e partiti di ispirazione sovranista sarebbe una buona notizia nel Vicino Oriente: vorrebbe dire che i libanesi non sono costretti a scegliere fra la subaltenità all’Iran oppure la subalternità all’Arabia Saudita, che gli sciiti iracheni non si lasciano manovrare da Teheran e i sunniti iracheni non si lasciano usare dai gruppi terroristici come l’Isis, ecc.

Il fatto è che le ossessioni dell’intelligentsia liberal, che si vorrebbe multiculturale e cosmopolita, manifestano puntualmente quell’etnocentrismo e quella presunzione di superiorità culturale che a parole essa dice di condannare. La maniacale generalizzazione e l’indebita estensione del concetto di sovranismo richiamano alla mente altri casi simili, come l’imposizione dei termini “fondamentalismo” o “integralismo” per descrivere i movimenti islamici favorevoli al jihadismo, all’applicazione estensiva della sharia, alla restaurazione del califfato universale, ecc.: terminologie nate per descrivere dinamiche interne al mondo cristiano protestante sono state generalizzate come chiavi di interpretazione universali.

La stessa idea che ogni crisi violenta di un paese extraeuropeo si possa risolvere convincendo i contendenti ad abbassare le armi e convocando elezioni a suffragio universale, considerata dal cittadino medio occidentale un’ovvietà e un caposaldo del puro buon senso, rivela tutta la sua ingenuità e il suo semplicismo quando viene applicata a società pre-moderne fortemente identitarie ma non omogenee dal punto di vista etnico, religioso e culturale: in Iraq le elezioni multipartitiche a suffragio universale hanno voluto semplicemente dire che gli sciiti avevano la possibilità di vendicarsi dei sunniti e di emarginarli dalla vita pubblica, col bel risultato di gettarli prima fra le braccia di Al Qaeda e poi fra quelle dell’Isis; in Siria in nome della democrazia l’Occidente si è schierato coi ribelli sostenuti da Arabia Saudita e Qatar, salvo poi accorgersi che questi ultimi paesi, stranamente, non praticano la democrazia a casa propria eppure sono pronti ad armare e finanziare una guerra sanguinosa perché tale sistema politico trionfi in Siria…

Il lettore medio però non è da biasimare. A metterlo fuori strada sono coloro che dovrebbero informarlo e aiutarlo a capire le differenze del mondo. E invece proprio costoro sono troppo presi dalle loro idiosincrasie politiche e dal loro congenito occidentalismo per farlo. Neanche se ne accorgono, gli viene spontaneo.

Foto Ansa

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