L’Ue come «impero non imperiale» (ma sarebbe meglio la Svizzera)

Enrico Letta, già presidente del Consiglio giubilato da Matteo Renzi, è stato messo alla berlina per aver scritto un tweet nel quale definisce l’imperatore romano Claudio, al quale il Museo dell’Ara Pacis, ha dedicato una mostra che sta per chiudersi, “primo imperatore straniero a Roma”. In realtà Claudio apparteneva alla romanissima dinastia giulio-claudia, ed è semplicemente stato il primo imperatore nato fuori dal territorio italico. Di solito come primo imperatore di origini provinciali (non ha evidentemente nessun senso definire qualcuno “straniero” quando ci si riferisce a popolazioni di un impero) si indica Marco Ulpio Traiano, nato in Andalusia da famiglia lì residente, ma anche nel suo caso le radici della famiglia erano in Italia, per la precisione in Umbria.

A far scivolare Letta sulla classica buccia di banana è stato il suo furore ideologico immigrazionista, che si desume dalla frase conclusiva del tweet: «Quanto erano più lungimiranti di noi i romani, bravi a integrare e prosperare…». Molti di quelli che hanno girato il coltello nella piaga della topica presa dall’ex presidente del Consiglio lo hanno fatto soprattutto indispettiti dalla retorica immigrazionista sottesa al suo intervento. Nessuno sembra essersi preoccupato di un altro aspetto dell’intervento di Letta: la nostalgia imperiale di cui gronda. Tanto più preoccupante in quanto il personaggio in questione non è un fascistoide nostalgico dei miti della romanità, ma un preclaro europeista.

Se dobbiamo credere a quello che scrive La Stampa, Letta è stato invitato a tenere un ciclo di conferenze su “Europa fra crescita e populismi” a Sciences-Po (il prestigioso Istituto di Studi Politici di Parigi) «invitato dal direttore Frédéric Mion in quanto europeista riconosciuto», e poi ha continuato a insegnare in tale istituto di livello universitario. Si può a ragione sospettare che il rinnovato impero che l’esponente del Pd ha in mente non sia uno con capitale Roma, ma piuttosto con capitale Bruxelles. Si può sospettare a ragione perché Letta non è affatto il primo politico europeo che evoca la forma imperiale come prospettiva istituzionale dell’Unione Europea.

Non più tardi di qualche settimane fa, Guy Verhofstadt, europarlamentare liberale belga che è stato primo ministro nel suo paese, ha affermato davanti a una platea del Partito Liberal-democratico britannico che «il mondo di domani è un mondo di imperi, non è un mondo di stati-nazione, di paesi; l’ordine mondiale sarà basato su imperi: la Cina, l’India, gli Stati Uniti, la Russia; gli europei e i britannici potranno difendere i loro interessi e il loro modo di vivere solo unendosi in una cornice europea». Sul Financial Times gli ha dato ragione Gideon Rachman, che i milanesi hanno potuto ascoltare nel maggio scorso, invitato dal Centro Culturale di Milano. Nell’aprile scorso, meno di due mesi prima delle elezioni europee, il macroniano ed ex gaullista ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire ha dato alle stampe un libro intitolato Le nouvel empire, l’Europe du vingt et unième siècle. Nel 2012 a definire l’Unione Europea «un impero non imperiale» era stato nientemeno che l’allora presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso. Quasi vent’anni fa era stato Robert Cooper, diplomatico e analista politico britannico che abbiamo avuto occasione di conoscere personalmente, a definire l’Unione Europea «una forma di impero cooperativo»: nella Ue Cooper ha avuto importanti incarichi come Consigliere speciale presso la Commissione Europea e come consulente del Servizio europeo per l’azione esterna, che dovrebbe essere l’embrione di un ministero degli Esteri dell’Unione Europea.

Tutti costoro si premurano di definire l’Impero europeo a cui anelano come un impero tranquillo (Le Maire), cooperativo (Cooper), volontario (Barroso). Mentre gli imperi del passato si sono costruiti con vittorie militari, sottomissioni politiche e varie forme di costrizione, quello europeo si basa sulla libera adesione di chi vuole farne parte, vagliata da chi già vi partecipa. La natura pacifica del nascente Impero si può già verificare nei fatti con le vicende relative alla Brexit: a fine mese il Regno Unito potrebbe concludere il suo accidentato percorso per uscire dall’Unione europea senza che quest’ultima abbia mai nemmeno lontanamente osato minacciare Londra di usare le maniere forti per impedirle di abbandonare l’edificio imperiale. A rendere complicata l’attuazione della volontà popolare manifestata nel referendum del 23 giugno 2016 non sono state le istituzioni di Bruxelles, ma le élites politiche e finanziarie britanniche. Certamente la Ue ha reso le cose più difficili con un atteggiamento negoziale rigido e intransigente, per far passare il messaggio che abbandonare l’Unione è costoso in termini politici ed economici; ma non è ricorsa alla forza, come sarebbe accaduto negli imperi del passato e come ancora oggi avviene negli stati-nazione quando qualcuno tenta forme di secessione che non sono previste dalla Costituzione (vedi il caso della Catalogna).

Ma mentre si preoccupano di neutralizzare il potenziale militaristico implicito nel concetto di impero, i fautori del neo-imperialismo europeo nulla dicono dell’altro contenuto problematico specifico degli imperi: la mancanza di democrazia. L’Impero è tale perché c’è un centro che decide e impone la sua volontà sulle periferie, ammettendo limitate forme di autonomia. E il deficit di democrazia è ciò che da tempo viene rimproverato all’Unione Europea, e certamente non solo da destra, per esempio dai fautori della Brexit nel Partito Conservatore e nell’Ukip: intellettuali di sinistra come Wolfgang Streeck, direttore onorario del prestigioso Istituto Max Planck per lo studio delle società con sede a Colonia, e Peter Ramsay, docente di diritto alla London School of Economics, hanno etichettato l’Unione Europea come impero nel senso peggiorativo del termine, con riferimento alle politiche economiche più o meno neo-liberali imposte in maniera non democratica ai popoli. Ramsay ha definito la Ue «un impero per default di nazioni che negano la realtà». Anche quando esordiscono in forme cooperative e aperte all’autogoverno locale, gli imperi finiscono sempre prima o poi per accentuare i caratteri accentratori e antidemocratici.

Enrico Letta, nostalgico della propensione all’integrazione dei popoli di cui s’è mostrato capace l’Impero romano (passando per qualche milione di morti in battaglia), dovrebbe ricordare che fino a Commodo l’impero si regge su un equilibrio fra il princeps e il Senato; ma dopo il malfamato regime del figlio di Marco Aurelio prevale l’accentramento dei poteri nelle mani dell’imperatore e della sua corte, e i romani si danno ai giochi, alla speculazione filosofica o all’intimismo religioso a seconda del livello culturale e dei temperamenti, perché non c’è più spazio per l’impegno civico e l’attivismo politico. Nonostante la damnatio memoriae che i contemporanei decretarono per Commodo, dalla sua riforma autocratica dell’impero non si tornò più indietro.

È sintomatico che i politici europei fautori della Ue come impero cooperativo che citano Cina, India e Usa come modelli rivali non portino mai ad esempio di entità politica capace di riunire in un’unica infrastruttura istituzionale popolazioni che parlano lingue diverse e praticano culti differenti quella che hanno sotto gli occhi da sempre: la Confederazione Elvetica. In Svizzera si parlano quattro lingue ufficiali e convivono cattolici, calvinisti e ortodossi, ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni i musulmani. Come l’Unione europea, la Svizzera è pacifica e cooperativa, ma a differenza di essa è molto più democratica grazie alla struttura istituzionale confederale: le decisioni politiche e le disponibilità di bilancio sono sapientemente ripartite fra comuni, cantoni e governo federale. Perché allora non prendere come modello per la Ue la Svizzera anziché gli imperi del passato o del presente? La risposta è fin troppo facile: nel modello svizzero non c’è spazio per una burocrazia imperiale, le lobbies esistono ma hanno vita dura e a prendere le decisioni più importanti sono per davvero i cittadini, come dimostra anche lo strumento del referendum popolare, praticato assiduamente. Tutte cose che non piacciono molto alle élites politiche, burocratiche e finanziarie europee.

Ai propugnatori del futuro imperiale dell’Europa va infine ricordato un fatto che è una costante storica: tutti gli imperi finiscono. Chi vuole cimentarsi nella costruzione di un impero, sappia che anche in caso di successo la sua costruzione non sarà duratura, e che quando crollerà non sarà possibile ricostruirla. La Polonia, stato-nazione, è morta e risorta varie volte, ma l’Impero austro-ungarico, l’Impero ottomano e l’Impero britannico no: sono morti per sempre.