Lavoro/ Smart working, la sociologa Fabris: attenti alle trappole

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Per Monica Fabris, sociologa esperta di psicologia dinamica e presidente di Episteme, istituto di ricerca e consulenza strategica, lo smart working rappresenta anche una sfida, soprattutto all’interno delle mura domestiche. Un cambiamento destinato a incidere nelle relazioni familiari e di coppia e che, quindi, va gestito prima che si trasformi in un boomerang. Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista, ripresa in versione sintetica nel servizio “Governare in smart working” pubblicato sul numero di Tempi uscito il 23 marzo, in cui la sociologa analizza i possibili lati oscuri di un fenomeno che sta conquistando rapidamente il mondo del lavoro dipendente (aziende e pubblica amministrazione) dopo essersi consolidato tra free lance, collaboratori, liberi professionisti e precari.

Qual è, secondo lei, il segreto di tanto e improvviso successo dell’organizzazione del lavoro senza ufficio?

La possibilità di lavorare da casa, e in genere da remoto, con orari flessibili e soprattutto senza il vincolo della presenza in azienda, è sicuramente un fatto positivo e non solo perché rende possibile ciò che solo alcuni anni fa era un’utopia. Garantisce, infatti, una produttività maggiore e la conciliazione tra vita lavorativa e vita domestica, soprattutto per le donne che si occupano ancora in maniera quasi esclusiva dei lavori di cura e della gestione della casa. Significa, inoltre, maggiore sostenibilità, in termini ambientali, economici e di tempo (meno traffico, meno inquinamento, meno soldi e minuti spesi nel tragitto casa-ufficio).

Lei, però, sembra avere anche delle perplessità…

E’ innegabile che a fronte di questi vantaggi esistono una serie di ricadute sulla vita, sulle relazioni e sull’organizzazione di spazi e tempi con cui ancora non ci siamo confrontati.

Per esempio?

Lavorare da casa (o da qualsiasi altro luogo) può ad esempio aumentare la sensazione di non staccare mai completamente dal lavoro, perché sancisce la promiscuità tra ambiente domestico e ambiente lavorativo, trasformando di fatto ogni dove in un potenziale ufficio.

Si parla, non a caso, di diritto alla disconnessione. E’ sufficiente per evitare l’alienazione?

Lavorare senza orario e senza luogo ma per il raggiungimento degli obiettivi può innescare un effetto opposto, dove all’aumentare del desiderio di essere performanti e produttivi corrisponde un aumento delle ore lavorate, dunque un peggioramento del work-life balance. Dai dati diffusi emerge una correlazione tra chi lavora in smart working e chi lavora abitualmente ben oltre il monte ore stabilito da contratto. Può infine produrre effetti di isolamento e impoverimento perché viene meno la dimensione relazionale e collaborativa che naturalmente si instaura tra colleghi.

Per chi è abituato ad andare tutti i giorni in ufficio, si tratta di un orizzonte nuovo. Quali saranno gli effetti sulla vita delle persone?

La vera rivoluzione ancora non misurata riguarda le ricadute interne alle mura domestiche. La semplice presenza in orario tradizionalmente “insolito” di uno o di entrambi gli adulti in casa ha sicuramente degli effetti sugli equilibri costruiti dai membri della famiglia: figli, nonni, partner, ecc..

Insomma, prevede un certo grado di conflittualità di tipo organizzativo…

Lo smart working chiede che la casa sia anche un po’ ufficio, andando a modificare gli spazi condivisi, imponendo orari di silenzio e altro ancora. Impossibile lavorare in un ambiente che non sia tranquillo e sgombro da preoccupazioni (l’immagine della donna in tailleur che lavora al computer di casa indisturbata e sorridente con un figlio-bambolotto in braccio è poco probabile…). Tutti gli appartenenti alla famiglia saranno dunque nel bene e nel male coinvolti in questo processo che li vuole di fatto nella vita, oltre che nel lavoro, più “intelligenti” e più “agili”.

Come potrebbe incidere all’interno delle dinamiche di coppia?

Lo smart working può trasformarsi in un’occasione per distribuire diversamente la suddivisione dei compiti domestici e di cura (cucinare, fare la spesa, occuparsi dei figli, ecc.), sia che a lavorare da casa sia l’uomo che la donna, o infine entrambi. Proprio quest’ultimo punto può essere allora decisivo per decretare il successo dell’iniziativa: in un contesto nazionale in cui come sappiamo è forte il divario di genere, in cui le donne hanno difficoltà a entrare e soprattutto a restare nel mondo del lavoro e in un contesto in cui quelle che ci restano subiscono il carico della doppia gestione di vita domestica e di vita lavorativa, lo smart working può essere un’occasione per riequilibrare il sistema. Perché ciò si verifichi è necessario che sia l’uomo che la donna prendano parte a questa trasformazione del mondo del lavoro e della vita.

Teme che a rimetterci alla fine saranno le donne che lavoreranno di più in casa?

Il peggiore augurio che si possa fare all’esperimento dello smart working è che si trasformi cioè in uno “strumento di conciliazione per sole donne”, perché possiamo immaginargli un futuro già scritto e comune ad altri strumenti (il part-time, o il congedo per maternità, ad esempio), in cui invece che ad aiutare a stemperare il divario di genere si trovi sua malgrado ad acuire le differenze tra lavoratori e lavoratrici, tra uomini e donne. I dati che circolano al momento sono molto confortanti, per quanto si sia solo all’inizio, speriamo dunque che questo fenomeno si consolidi e porti i benefici attesi.

Per informazioni e approfondimenti scrivi a lamiaeconomia@tempi.it

Foto da Shutterstock

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