L’albero di Natale comunista

Il 28 dicembre 1935 sulla Pravda apparve una nota firmata da Pavel Postyšev, numero due del Partito comunista ucraino, nella quale osservava che «in epoca pre-rivoluzionaria, la borghesia e i suoi adepti usavano sempre allestire un “albero di Natale” per i loro figli in occasione dell’anno nuovo. I figli degli operai, dalla finestra, guardavano con invidia quegli alberi con le luci colorate sfavillanti, e i bambini ricchi che si divertivano intorno». Perché privare i figli dei lavoratori sovietici di questo piacere? – si chiese Postyšev, il quale dopo aver ricevuto il beneplacito di Stalin invitò le varie organizzazioni giovanili del Partito ad organizzare con urgenza gli alberi per l’imminente Capodanno.

Nella Russia pre-rivoluzionaria le prime decorazioni esterne con rami di conifere apparvero nel ‘700, per volere di Pietro il Grande, ma fino alla metà dell’800 l’usanza di allestire un vero e proprio albero di Natale non esisteva. È verso la metà dell’800 che si diffuse dall’Europa occidentale la moda degli «alberi di Natale “tedeschi”, addobbati con dolci, lanterne e ghirlande», di cui troviamo traccia anche in Dostoevskij. L’albero «tedesco» fu assorbito dalla tradizione religiosa russa e contribuì ad unire il nucleo familiare, soprattutto nell’ambiente cittadino.

Dopo la presa del potere dei bolscevichi non furono introdotti immediatamente divieti né per l’albero né per il Natale: «Prima i bambini leggevano poesie natalizie, cantavano canzoni sull’inverno, e ora intonavano l’“Internazionale” – spiega Natal’ja Afanas’eva sul portale Stol. – Invece dei giocattoli distribuivano il pane, le decorazioni venivano fatte con lattine di latte condensato giunte in Russia come aiuto umanitario dall’America».
«Tuttavia, nonostante l’entusiasmo e la fervida immaginazione, i nuovi “alberi di Natale atei” non erano molto popolari», e la gente continuò a decorare i propri alla vecchia maniera, con perline e giocattoli.

Fu nell’aprile 1929 che il Partito abolì il periodo delle festività natalizie, e l’albero, «usanza dei preti», fu accusato di essere strumento con cui la Chiesa adescava i più piccoli, perché «la religiosità dei bambini inizia con l’albero di Natale», perciò occorreva evitare che si intossicassero col «veleno religioso». Nel dicembre di quell’anno pattuglie di volontari perlustravano villaggi e città osservando dalle finestre, e controllando l’esecuzione del decreto governativo. L’allestimento dell’albero divenne attività clandestina, una specie di «samizdat» natalizio.

Così l’albero e le festività natalizie sparirono per decreto dalla vita dell’uomo sovietico, fino all’arrivo di Postyšev e del suo albero «progressista». Ripristinato nel ’35, due anni dopo, per celebrare il 20° anniversario della rivoluzione, furono realizzate decorazioni con i ritratti di Marx, Engels, Lenin e Stalin e una serie di immagini dei membri del Politburo, decisione questa che poi fu presto abbandonata perché piuttosto rischiosa, si era infatti nel ‘37, l’anno d’inizio del Grande Terrore… Ecco dunque apparire sull’albero soldati, atleti, pionieri, esploratori e piloti. Anche l’antica stella Cometa fu sostituita dalla stella rossa a cinque punte.

Fu lo stesso Commissariato del popolo a indicare quali canti intonare attorno all’albero che, finalmente libero dall’oscurantismo del passato, doveva diventare simbolo della festa dell’infanzia gioiosa e felice, della quale «è il compagno Stalin a prendersi cura personalmente».

In epoca sovietica, dunque, l’albero rimase l’addobbo principale delle vacanze «di fine anno», accompagnate dal brindisi di Capodanno al suono dell’orologio di casa o ai rintocchi del Cremlino trasmessi via radio, con l’immancabile messaggio del primo segretario del Partito. Memorabile quello di Brežnev del Capodanno 1979: i brindisi si erano evidentemente moltiplicati, e non ci fece una gran bella figura