Intervista – Le tracce dei viaggi errabondi con Luigi Ghirri raccontati da Franco Guerzoni

La mostra Nessun Luogo. Da nessuna parte. Viaggi randagi con Luigi Ghirri, aperta fino al prossimo 9 novembre presso la Triennale di Milano, racconta l’amicizia tra Luigi Ghirri e Franco Guerzoni, uniti anche dalla macchina fotografica. La retrospettica è a cura di Davide Ferri, organizzata da Triennale di Milano, Skira editore, Nicoletta Rusconi Art Projects, con il contributo di Hedge Invest, società del Gruppo Antonello Manuli Holdings. Abbiamo contattato Franco Guerzoni per raccontarci meglio la sua giovanile avventura fotografica.

Franco Guerzoni. Foto Claudia Cavatorta
Franco Guerzoni. Foto Claudia Cavatorta

Due amici, una macchina fotografica, la voglia di viaggiare e sperimentare. Lei lo ha fatto con Luigi Ghirri. Quali erano all’origine le vostre mete e i vostri soggetti preferiti?

La macchina fotografica è stata una delle tante cose che ho condiviso con Luigi Ghirri negli anni settanta. La Canon FT è diventata poi interamente di Luigi che si sdebitò attraverso un numero cospicuo di riveste futuriste. E’ stato meglio così, se si guarda agli esiti del suo lavoro e alla mia ritrosia mai del tutto sedata verso la fotografia.L’esempio della macchina fotografica condivisa , come ricordo nel libro in uscita da Skira, era uno dei tanti modi di condividere oggetti, acquisti spesso insensati, ma utili a costruire quel collante amicale che non ci abbandonava. Un dialogo plurale intessuto di infinite domande sul destino dell’immagine, entusiasmi che sconfinavano spesso nel  sorriso.
I nostri erano viaggi randagi, i ritrovamenti avvenivano sulle strade che da Modena conducevano a Mantova, a volte Nonantola o la Via Emilia. Viaggi errabondi quindi. Si partiva e non si sapeva dove il desiderio di trovare ci avrebbe portati. Case in abbandono, fienili che ci apparivano come templi greci, pareti dilavate dal tempo, residenze spesso colte prima dell’abbattimento.

C’è la campagna con gli alberi e ci sono le case diroccate. L’uomo non si vede o si intravede. Non c’è uno spazio a lui destinato?

Nella stagione alla quale fa riferimento la sua domanda, i primi anni settanta, le figure per noi erano bandite, non erano il soggetto delle nostre riprese si cercavano immagini scariche, spesso parietali. In qualche scatto compaio io, qualche rara volta Luigi, ricordando certe stampe del passato dove un personaggio compariva nel paesaggio come misura dello stesso. La campagna e le quinte di pioppi erano ineludibili nella collaborazione con Luigi, costituivano la scenografia per i piccoli eventi fotografati.Cercavamo più le tracce lasciate dagli uomini che gli uomini stessi, quasi ad evitare testimoni del nostro fare. Cercavamo i segni dell’abitare , ciò che era sopravvissuto nel tempo in quelle archeologie del quotidiano che ci riportavano alle rovine etrusche o egizie . Si scattava e si portavano via le immagini, sapendo che in quei luoghi non saremmo più tornati, timidi ladri di immagini.

Luigi Ghirri fotografato da Franco Guerzoni, fine anni '60, Courtesy Archivio Franco Guerzoni
Luigi Ghirri fotografato da Franco Guerzoni, fine anni ’60, Courtesy Archivio Franco Guerzoni

Come è cambiato il suo modo di fotografare da allora?

Da allora credo di non avere più usato la macchina fotografica, neanche per le foto di famiglia. Non ci piaceva essere fotografati, lo dico con qualche rammarico, ma non conservo tra le tante, una foto che mi ritragga con Luigi, ma questo si sa è anche il destino del fotografo. La stagione delle foto si è chiusa verso la fine degli anni settanta, per me con un senso di sconfitta per un mezzo utilizzato per un intero decennio e finito in un rientro non privo di disagi, verso la pittura. La fotografia, all’origine delle mie ricerche, era sentita come riscatto alla pittura di genere, nutrito dall’entusiasmo della ricerca del nuovo. Poi, l’uso della foto è sfinito in altro. Oggi riguardando gli esiti di allora ne vedo più il laboratorio mentale che li ha prodotti, che i lavori stessi. Forse sono diventato più indulgente con me stesso o forse solo dopo quattro decenni, delle tante foto di allora ne ho percepito il profondo.
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