Agnese di Boemia “innescò” la Rivoluzione di velluto

Dopo Varsavia e Berlino, tocca a Praga. Trent’anni da quell’autunno dell’89, dall’implosione del sistema totalitario comunista, dai muri abbattuti e non semplicemente «crollati», o «aperti» (come titolò grottescamente L’Unità).

«Il sacrificio dei martiri, la fede dei testimoni, la resistenza degli onesti, la verità dei giusti sembravano materiale utile per lo più alla salvezza dell’anima: oggi possiamo dire che tutto è servito per rifare la storia. Nulla è andato perduto, tutto è stato raccolto», disse padre Romano Scalfi commentando gli avvenimenti dell’89. Poi ci sono le dietrologie politiche, diplomatiche, ecc., ma quelli furono dei fatti. Poi non tutto è andato per il verso giusto, ma quei fatti restano.

Gli storici – ha osservato monsignor Tomáš Halík – discutano pure in quale momento dello sviluppo degli avvenimenti di novembre c’è stata la caduta del regime, «io sono convinto che è accaduto quando è stata recisa la radice più profonda del comunismo, ossia l’odio».

Cinque giorni prima di quel venerdì 17 novembre, in cui a Praga si svolse la manifestazione studentesca autorizzata e poi duramente repressa sul viale Nazionale, che fece da «innesco» per la rivoluzione di velluto, in Vaticano si volse un evento che qualcuno definì «gestazione del miracolo»: la canonizzazione di Agnese di Boemia (1211-1282).

Principessa della dinastia přemyslide, rinunciò al matrimonio con Enrico VII, figlio del Barbarossa, seguì l’esempio di Chiara d’Assisi, fondò un ospedale e l’Ordine dei Crocigeri della Stella Rossa per assistere poveri, ammalati e pellegrini (fu la prima fondatrice di un ordine maschile nella storia della Chiesa, l’unico di origine ceca).

Nell’89 furono diecimila i pellegrini giunti a Roma dalla Cecoslovacchia. Le autorità comuniste non avevano posto il veto alla partenza di tanti cittadini perché la Chiesa boema aveva fatto capire allo Stato che, in caso di rifiuto, la celebrazione sarebbe stata monopolio «dell’emigrazione». Così i pellegrini partirono, e la tv di Stato fece la diretta, fatto altrettanto inaudito.
Fra i presenti alla canonizzazione c’era l’arcivescovo Meisner di Colonia, che da anni seguiva le sorti dei cristiani mitteleuropei e aveva consacrato in segreto molti sacerdoti: «Al ricevimento del papa per la delegazione ceca era presente anche il ministro dei culti. Nel suo discorso Giovanni Paolo II disse: “Signor ministro, quando tornerà a casa, troverà un altro paese. I santi cambiano la fisionomia di un popolo”».
Anche padre Halík fu tra coloro che accompagnarono il cardinal Tomášek: «Quando rievocai pubblicamente il proverbio secondo il quale la canonizzazione di Agnese avrebbe portato tempi migliori per il nostro paese, e con sommo dispiacere della delegazione statale aggiunsi che nell’aria c’era già un venticello nuovo, non potevo certo presagire che si sarebbe trattato di un cambiamento così repentino e radicale».

Insomma questa clarissa raffigurata un po’ in secondo piano nel gruppo scultoreo di piazza Venceslao, è come se fosse passata davanti al fior fiore dei santi che hanno percorso la storia ceca, e fosse rimasta per secoli nel profondo dell’animo della gente: «Agnese non fu un episodio marginale della vostra storia – disse Giovanni Paolo II all’omelia per la canonizzazione. – Si tratta delle radici della vostra cultura nazionale, si tratta della vostra identità spirituale. Custodite gelosamente questa eredità, tramandatela intatta ai vostri figli!». Il teologo Zvěřina precisò questa eredità sottolineando in Agnese «la carità, che è la radice più profonda e disinteressata del servizio all’uomo» – il contrario dell’odio, appunto.

Anche oggi il paese «più agnostico d’Europa» ha organizzato una mostra dedicata proprio a lei, «principessa, santa e patrona», presso i giardini del senato (palazzo Wallenstein, fino al 5 gennaio prossimo), in collaborazione con l’università di Pardubice e l’Istituto di storia dell’Accademia delle Scienze (non propriamente una pia confraternita!).
E per chi volesse completare l’itinerario agnesiano niente di meglio che perdersi nei corridoi dell’antico convento delle clarisse, oggi Galleria nazionale: basta lasciarsi alle spalle la miriade di madonnine gotiche e tele medievali, e intrufolarsi nei locali inferiori per immergersi nell’atmosfera di allora – c’è anche la lapide che ricorda la tomba della santa (le sue spoglie però sono andate perdute durante le devastazioni hussite).