Bleach, Nip and Tuck, un documentario racconta la chirurgia estetica “etnica”

Bleach, Nip and Tuck: The White Beauty Mith è il titolo di un documentario andato in onda su Channel 4, in Inghilterra. Il film raccoglie le testimonianze di decine di persone, di diverse etnie, che decidono di cambiare il proprio aspetto per sembrare “bianchi” o “europei”. Ecco la nuova frontiera della chirurgia plastica

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Jet è una tipica bellezza caraibica, lavora come ragazza immagine. Vuole assolutamente operarsi al naso, per farlo sembrare più europeo. «Credo di avere un tipico black nose» spiega alle telecamere di Bleach, Nip and Tuck: The White Beauty Mith (un documentario andato in onda su Channel 4, in Inghilterra) e preferirebbe che somigliasse al naso di Barbie, la bambola con cui giocava da piccola e che rappresenta il suo modello di bellezza. «Il naso che ho ora non è adatto al mio stile di vita, all’ambiente in cui vivo, agli abiti che indosso, alle persone con cui socializzo. Non ho decisamente un aspetto elegante».

 

Tahira ha 42 anni e viene dal Bangladesh. Vorrebbe tanto avere una pelle più chiara: fissa il braccio del marito, poi il suo, e si sente orribile. Si sente presa in giro dalla comunità asiatica a cui appartiene, per la sua pelle lievemente più scura. Spesso piange. Al parco si siede in disparte, su un panchina lontana dagli altri. La figlia non si capacita di tanto dolore: «Vorrei soltanto che fosse felice». Mun, un modello indiano, vuole ricorrere alla chirurgia facciale per ottenere un look più europeo. «Non è affatto cool essere indiano», dice guardandosi allo specchio. Ma non si tratta solo di un capriccio: undici anni fa è stato violentato, ed è convinto di essere stato preso di mira proprio a causa del colore della sua pelle. Hajib, 36 anni, è molto pragmatico: crede che nel Regno Unito ci sia un forte pregiudizio nei confronti dei musulmani. E pensa che schiarendosi la pelle avrà opportunità maggiori di trovare un lavoro.

 

Sono alcuni esempi di asiatici e africani che vivendo in Inghilterra cercano di cambiare le proprie fattezze, cercando di diventare «more white». Si tratta di una tendenza esplosa negli Stati Uniti (il New York Times qualche anno fa fece un’inchiesta sulle cliniche specializzate in chirurgia correttiva nella Grande Mela) ma che si sta diffondendo sempre di più, anche in Europa. Che si tratti di un naso troppo largo, o di occhi dal taglio troppo orientale, la tendenza è quella di occidentalizzare corpi e volti. Secondo i dati americani, se nel 2009 si è verificato un calo del 9% degli interventi di chirurgia estetica, in seguito alla crisi economica, gli stessi interventi sono però cresciuti del 12% nelle minoranze etniche: asiatici, ispanici e afroamericani.

 

Il più richiesto? La rinoplastica, considerato il modo più idoneo di ridurre gli elementi somatici ritenuti “non in sintonia” col modello estetico occidentale. Secondo uno studio fatto dalla Società Americana dei Chirurghi Plastici sono i latinos i più inclini al ritocco, con circa un milione e mezzo di interventi l’anno. A seguire gli afro-americani (un milione all’anno, in media) per cui è stato addirittura inventato un tipo di intervento ad hoc chiamato “slumpimplant”: la punta del naso viene rimpicciolita, e le narici ridotte. Infine gli asiatici, con 740.000 operazioni, principalmente relative agli occhi: quelli a mandorla vengono ingranditi tramite l’inserimento di una piega sulla palpebra (blefaroplastica) per aprirla maggiormente e aumentare la luminosità dello sguardo.

 

E in Italia? Al Centro Italiano di Chirurgia Estetica (Cice) fanno sapere che l’operazione più diffusa è la ricostruzione dell’imene per le musulmane, che perdono la verginità in Italia e devono poi tornare nel paese d’origine. Altri interventi quotati sono la riduzione del volume delle labbra per le afro-americane (che le considerano troppo carnose) e persino delle guance. Fare una mappatura completa è difficile, ma di certo gli immigrati di seconda generazione costituiscono un ottimo bacino di clienti per la chirurgia estetica italiana. A rilevare questo fenomeno, dati alla mano, è la Sime (Società italiana di medicina estetica): le seconde e terze generazioni hanno iniziato a rivolgersi a strutture di medicina estetica, come il servizio ambulatoriale dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma. Ovviamente con richieste diverse: principalmente, soprattutto per chi ha la pelle scura, si tratta di epilazione e di macchie della pelle.

 

Se nel 2000 il 30% della popolazione aveva un fototipo scuro, nel 2050 il 50% della popolazione mondiale sarà di discendenza non europea. E per far fronte a queste richieste andranno ricalibrati i trattamenti, perché la cosmetologia è nata sul modello caucasico. Nel frattempo, il desiderio di omologazione massa passa anche dai ferri del chirurgo, e la chirurgia estetica “etnica” è diventata una branchia importante di questa specializzazione. Un tentativo di integrarsi al meglio, rispetto al gusto occidentale, che però porta con sé un rischio enorme: lo snaturamento delle proprie origini, considerate un fardello, nella corsa frenetica verso un modello unico.

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