Bersani e Fassina dicono che il Pd «è pronto a stringere un patto con Monti»

Il segretario e il responsabile economico cercano di rassicurare i mercati e tendono la mano al premier. Intanto, scoppia una grana con Ingroia e un presunto “patto di desistenza”

 Il Pd cerca di rassicurare i mercati europei sulla possibile vittoria alle elezioni di Pier Luigi Bersani. Nello stesso giorno sono uscite due interviste: una del segretario sul Washington Post e una di Stefano Fassina, responsabile economico del partito, sul Financial Times. Entrambe sono riassumibili con lo stesso messaggio: il Pd saprà collaborare con Mario Monti e non si discosterà dal solco delle riforme e del rigore tracciato dall’ultimo presidente del Consiglio.
«I mercati non hanno nulla da temere, purché accettino le fine dei monopoli e delle posizioni dominanti» ha detto Bersani al Washington Post: «L’austerità dei bilanci deve diventare una regola ma in combinazione a politiche di crescita». Fassina sul Financial Times ha spiegato che «non rinegozieremo il fiscal compact o il pareggio di bilancio in Costituzione. Se agissimo unilateralmente, danneggeremmo il progetto europeo. Noi vogliamo più spazio per una politica fiscale anti-ciclica, ma a livello europeo».

COLLABORARE CON MONTI. Bersani ha ribadito in maniera esplicita ciò che in Italia dice in maniera più sfumata: con Monti «noi siamo pronti a collaborare. Non a uno scambio di favori ma a stringere un patto per le riforme e la ricostruzione del Paese». Stessa posizione di Fassina, che pure da Monti è stato aspramente criticato: «Siamo dalla stessa parte della frontiera che divide i populisti dagli europeisti. Condividiamo lo stesso terreno sui temi principali come le riforme costituzionali, l’Europa e la necessità di riforme strutturali».
In seguito alla eco delle due interviste in Italia, il vice segretario Pd, Enrico Letta, ha oggi chiosato le due interviste dando loro una lettura più sfumata. L’avversario del Pd alle prossime politiche, ha detto Letta, è «Berlusconi con il suo populismo. Con Monti è competizione vera, ma il quadro dell’Europa è un riferimento comune». E il rappresentante del Pd ricorda «a tutti coloro che vogliono votare la lista Monti, che se perde Bersani vince Berlusconi. Ad esempio in Lombardia: se perde Bersani non vince Monti, ma vincono Berlusconi, la Lega e Formigoni».

PATTO DI DESISTENZA. Nel frattempo, è scoppiata un’altra grana nel campo del centrosinistra. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, firmatario del manifesto fondativo della lista Rivoluzione Civile-Ingroia, ha detto che «Dario Franceschini mi ha contattato questa mattina a nome del Pd e mi ha proposto un accordo di desistenza, cioè mi ha chiesto di non presentare le nostre liste in regioni chiave quali la Sicilia, la Campania e la Lombardia. Credo siano molto preoccupati per la continua crescita della nostra lista Rivoluzione civile». Subito il capogruppo alla Camera del Pd ha negato l’accordo: «Nessuna proposta di patto e nessuna desistenza. Le cose che ho detto a Orlando sono le stesse che ho detto pubblicamente in due interviste questa mattina. Mi pare fin troppo evidente come non vi sia alcun spazio per una qualsiasi forma di accordo politico con la Lista Ingroia, anche per rispetto delle legittime ma profondamente diverse posizioni politiche tra noi e loro. Ho fatto una semplice constatazione aritmetica più che politica per come è fatta la legge elettorale al Senato, nelle regioni in bilico, come Lombardia, Sicilia e Campania, la presenza della Lista Ingroia rischia di far vincere la destra, rendendo il Senato ingovernabile. Tutto qui. Nessuna proposta di patto o desistenze».