Benedetto XVI, il “katechon” dei nostri tempi (e forse l’ultimo)

Un’ipotesi a partire dall’ultimo libro di Antonio Socci

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi S. Paolo dice chiaramente, rimproverando i suoi discepoli che ritenevano imminente il ritorno di Cristo, che prima della Parusia, prima cioè della seconda e ultima venuta di Cristo, nella chiesa dovrà accadere l’apostasia e si dovrà manifestare l’”uomo iniquo”, il “figlio della perdizione”, colui che verrà poi identificato con l’Anticristo. I numeri 675-677 del Catechismo precisano il quadro parlando di un’ultima prova che “scuoterà la fede di molti credenti”, e che la persecuzione che la Chiesa dovrà patire “svelerà il «mistero di iniquità» sotto forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente dei loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”.

Tornando a S. Paolo, più interessante ancora è la menzione che l’Apostolo fa di un’altra figura, una figura enigmatica la cui identità fin dagli albori del cristianesimo ha visto impegnati padri della Chiesa vescovi teologi e fior di studiosi, il cui compito è quello di “trattenere” l’iniquità, cioè di ritardare il manifestarsi dell’empietà. A complicare le cose, il fatto che una prima volta Paolo parla di “ciò che trattiene” (to katechon) mentre poco dopo parla di “chi trattiene” (ho katechon), con ciò intendendo una persona. Nell’un caso come nell’altro, nulla viene detto circa l’identità di questo potere la cui missione è di porre un argine alla devastazione morale rappresentata dall’insorgere dell’apostasia. Non solo. Ad infittire il mistero S. Paolo dice anche che si tratta di una missione a tempo, perché alla fine questo potere dovrà soccombere per lasciare campo aperto all’empietà, che sarà a sua volta sconfitta da Cristo. Ma se così stanno le cose, qual è il senso di questa missione? E soprattutto chi o cosa è questo potere che “trattiene” il dilagare del male nella Chiesa? Si tratta di un potere esterno o interno ad essa? E, soprattutto, chi (o cosa) oggi incarna questo potere di “trattenere” il male?

Ad avviso di chi scrive – ed è bene specificarlo a scanso di equivoci onde evitare di mettere in bocca all’Autore cose non dette – una traccia in direzione di una possibile risposta, in particolare a quest’ultima domanda, la offre l’ultimo libro di Antonio Socci, Il segreto di Benedetto XVI. Perché è ancora Papa. Il libro è interessante principalmente per due motivi. Primo, perché suggerisce una lettura delle “dimissioni” di Benedetto XVI secondo cui la renuntiatio di Papa Ratzinger rappresenterebbe non già la fine del suo papato ma la fine del “vecchio” papato come l’abbiamo conosciuto fino al 28 febbraio 2013 per inaugurare, allo stesso tempo, quello nuovo, una nuova forma, un nuovo modo di assolvere al mandato petrino dove possono coesistere – come in effetti secondo Socci (e non solo) coesistono, in ciò portando a supporto una cospicua mole di testimonianze e studi di esperti della materia – un momento attivo del munus petrino accanto ad un momento contemplativo. Col risultato di avere, di fatto, due papi: uno – Francesco – dedito al governo e l’altro – Benedetto XVI – che ha tenuto per sé la parte spirituale e contemplativa del mandato petrino, restando quindi papa anche se in una forma diversa.

In realtà, come per altro ebbe a dire lo stesso segretario di Benedetto XVI, monsignor Georg Gänswein, nell’ormai celebre intervento del 21 maggio 2016 alla Pontificia Università Gregoriana, a partire dall’elezione di Francesco il 13 marzo 2013 “non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo”. Detto ciò, poco cambia. Il punto vero è che secondo la ricostruzione di Socci, Benedetto XVI non ha rinunciato affatto al munus petrino ma solo all’esercizio attivo, ciò che rappresenta per ovvi motivi un qualcosa di assolutamente straordinario, anche a motivo del fatto che sono numerosissime le profezie, tutte per altro piuttosto drammatiche, su una Chiesa con due papi.

Fin qui, in estrema sintesi, il primo dei due motivi di interesse del volume, rimandando al testo chi vorrà approfondire. Il secondo motivo, ovviamente collegato al primo, riguarda invece il senso e il significato di questa particolare renuntiatio di Papa Ratzinger. Senso e significato che Socci identifica con la volontà di Benedetto XVI di adempiere ad una chiamata da parte di Dio, ad una missione ben precisa da compiere. Non fuga, dunque, né tanto meno un voler scendere dalla croce, ma al contrario la libera e consapevole assunzione di un compito diverso quanto assolutamente grave. Ed è qui che entra in ballo S. Paolo e la figura misteriosa del “katechon”. Perché – ripeto, il libro non lo dice – si può ben ipotizzare che la missione alla quale Joseph Ratzinger dal 28 febbraio 2013 è stato chiamato sia quella, appunto, di “trattenere” la manifestazione dell’empietà nella Chiesa. Ciò che fa di Benedetto XVI – questa almeno è la tesi di chi scrive – il “katechon” dei nostri tempi. E forse anche l’ultimo dei katechon.

Intanto, che la Chiesa stia attraversando, e non da oggi, una crisi spaventosa è un dato di fatto di palmare evidenza. Crisi che affonda le sue radici in dinamiche sia interne che esterne ad essa, e rispetto alle quali l’omosessualità dilagante tra le fila del clero e più in generale l’omo-eresia portata avanti da precise lobby – due facce di un’unica medaglia che è la vera causa degli abusi sessuali, la maggior parte dei quali impropriamente classificati sotto la voce pedofilia – sono solo la punta dell’iceberg. Il problema vero è un altro, e consiste nell’apostasia in atto nella Chiesa. Apostasia che due giganti come il futuro santo John Henry Newman e S. Giovanni Paolo II (ma se ne potrebbero citare molti altri), avevano denunciato senza mezzi termini parlando di “apostasia dei nostri tempi” il primo e di “apostasia silenziosa” il secondo, laddove lo strumento, il veicolo era visto da Newman nel liberalismo individualista e da Wojtyla nel relativismo, ossia in entrambi i casi in quell’atteggiamento magistralmente descritto dall’allora cardinale e futuro pontefice Joseph Ratzinger nell’omelia della Missa pro eligendo romano pontefice del 18 aprile 2005 parlando di una “dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura di tutte le cose l’io e le sue voglie”.

È esattamente a causa di questo atteggiamento intellettuale e morale che oggi si assiste sgomenti a quella che giustamente è stata definita da padre S. Lanzetta (riprendo la citazione dal libro di Socci) una “crisi senza precedenti in tutta la sua storia (della Chiesa, ndr)”. Crisi messa a fuoco anche di recente dai cardinali Burke e Brandmuller in occasione del summit sulla prevenzione degli abusi che si è tenuto in Vaticano, i quali scrivendo ai presidenti delle conferenze episcopali convenuti a Roma hanno puntato l’indice contro quell’atmosfera di “materialismo, di relativismo e di edonismo in cui l’esistenza di una legge morale assoluta… è messa apertamente in discussione”, per poi andare dritti al cuore del problema: “La negazione, anche pubblica, nelle parole e nei fatti, della legge divina e naturale, sta alla radice del male che corrompe certi ambienti della Chiesa”. Ciò che, appunto, si chiama apostasia.

Tornando al libro di Socci, uno dei pregi del volume sta nel fatto che spiega molto bene come e in che misura alla crisi attuale della Chiesa abbiano contribuito, oltre al rinnegamento della fede come causa endogena, anche precisi fattori esterni. Primo fra tutti l’avvento dopo il crollo del comunismo della “globalizzazione neocapitalista che è ideologicamente anticattolica”, supportata e sponsorizzata in maniera decisa dal duo Barack Obama/Hillary Clinton. Ovvio che in tale mutato contesto contrassegnato da una fortissima spinta in senso laicista, il pontificato di Benedetto XVI divenne presto l’ostacolo numero uno da abbattere.

Scrive Socci: “Benedetto XVI – che già subiva una pesante opposizione modernista dentro la Chiesa – si è trovato ad essere di colpo un grande segno di contraddizione rispetto al mainstream, ai media e ai progetti dei poteri mondani che ormai puntavano a una vera e propria «normalizzazione» della Chiesa cattolica attraverso quella che definiscono «apertura alla modernità», cioè una protestantizzazione, che ne spazza via i connotati fondamentali”. Da qui la volontà degli Usa, in particolare dell’entourage della Clinton che secondo un esperto di studi strategici interpellato da Socci risulterebbe da alcune mail diffuse da WikiLeaks nel 2016 ma risalenti al 2011-2012, di provocare una rivolta all’interno della Chiesa, una “rivoluzione colorata” simile a quella delle primavere arabe di quegli anni. Con un obiettivo preciso: “…spostare – spiega Socci – la Chiesa dai «princìpi non negoziabili» e dall’ortodossia dottrinale ai temi «progressisti», fino all’apertura dottrinale ai nuovi costumi sessuali, alla contraccezione e all’aborto”. Fantapolitica? Col senno di poi, mica tanto. Ad ogni modo, non v’è ombra di dubbio che la renuntiatio di Benedetto XVI vada collocata in un quadro geopolitico ben preciso, all’interno del quale c’è anche la Russia di Putin nei confronti della quale è noto l’atteggiamento che ebbe l’amministrazione Obama. L’analisi e la ricostruzione del contesto storico fatte da Socci offrono molti altri spunti di sicuro interesse, ma che tuttavia ci porterebbero troppo lontano.

Ciò che a questo punto preme sottolineare è la “risposta” di Benedetto XVI a tutto ciò che stava succedendo dentro e fuori la Chiesa. Risposta solo apparentemente debole ma che invece, guardata nella giusta prospettiva, assume una luce tutta diversa. È la risposta di chi sente la chiamata, e vi aderisce, a continuare a servire la Chiesa ma in modo diverso. Emblematiche in tal senso alcuni passaggi dell’ultimo Angelus del 24 febbraio 2013 ma anche dell’ultima udienza pubblica di tre giorni successiva. Da cui emerge chiaramente la consapevolezza che si stava aprendo una fase nuova della sua vita di pontefice, entrava cioè in quello che monsignor Georg Gänswein non a caso definì un “pontificato d’eccezione” perché eccezionale era la situazione in cui si trovava la Chiesa, dove l’esercizio attivo doveva lasciare il posto alla contemplazione e alla preghiera.

Ecco dunque il “segreto” di Benedetto XVI che dà il titolo all’opera: “Benedetto XVI – scrive Socci – ha rappresentato, in questi anni, il vero, grande ostacolo silenzioso alla «rivoluzione» che si intendeva (e ancora si intenderebbe) realizzare nella Chiesa”. Rivoluzione spinta non solo dall’esterno ma anche (e soprattutto) dall’interno della Chiesa, ossia da quei precisi ambienti ecclesiali che fin dalla seconda metà del secolo scorso passando per il Concilio e il post-Concilio spingevano (spingono) per una decisa apertura in tema di ecclesiologia, liturgia, morale sessuale e famigliare, accesso al sacramento dell’ordine ecc. Ambienti che nel già citato intervento alla Gregoriana monsignor Gänswein identificò con il “Gruppo di San Gallo”, dove spiccava la figura del cardinale Martini, contrapposto al “Partito del sale della terra”, di cui faceva parte tra gli altri il cardinale Ruini.

Se fino ad ora la tanto attesa rivoluzione dei novatori non è avvenuta, soprattutto in ambito liturgico e sacramentale, se ancora c’è un argine che “trattiene” l’onda di piena – inclusa la possibilità, più concreta oggi dei tempi della guerra fredda, di un conflitto nucleare dalle conseguenze catastrofiche per l’intera umanità, scenario che rimanda alle profezie di Fatima, non ancora terminate – questo si deve a Benedetto XVI. Che con la sua sola, silenziosa presenza sta di fatto impedendo il peggio (è di tutta evidenza che basterebbe non una ma anche mezza parola di Benedetto XVI per sconfessare qualsivoglia strappo liturgico o dottrinale, motivo per cui ogni volta che con il suo stile discreto dice o scrive qualcosa i suoi oppositori schiumano di rabbia). Per quanto tempo ancora Benedetto XVI “tratterrà” il dilagare del Male, ovviamente nessuno lo sa. Così come nessuno sa se questi che stiamo vivendo siano gli ultimi tempi (alcuni segni che vanno in questa direzione ci sono), oppure se ci sarà un altro “katechon”. È certo però, lo dice S. Paolo nel testo da cui siamo partiti, che “colui che trattiene” dovrà prima o poi farsi da parte per permettere al Cristo di distruggere una volta per tutte l’Empio. E questo, alla fine, è ciò che dà speranza.